domenica, 08 marzo 2009

Le donne

 Sargent_uscita di chiesa

Le donne ficcano le tazzine della colazione nella lavastoviglie, si tirano una riga di rimmel sugli occhi attenti, si specchiano il rossetto nel retrovisore, rovistano un cellulare in borsa e mandano sms ai semafori.
Aprono porte con sorrisi seri e gambe decise, accavallano collant nerofumo sotto le scrivanie, appoggiano piccoli stretti occhiali in fondo al naso, giocano con le dita e i braccialetti.
Portano a casa sacchetti di lattine e insalata, stappano le bottiglie con cautela poi fanno scorrere molta acqua fredda sulle mani e ci mettono su un cerotto.
Raddrizzano i quadri e gli angoli del copriletto, e intanto gli si smaglia una calza e camminano a piedi nudi.
Accarezzano irresistibili oggetti di poco conto e fiori quasi aperti, ma con la punta delle dita come sanno fare loro.
Si riscaldano con una tazza in mano appoggiate al termosifone e aspettano pensando vago.
Con le amiche si raccontano bugie molto belle da inventare e da ascoltare, storie di uomini che le hanno lasciate e di molti altri venuti dopo. Si baciano con le guance, si tengono sotto braccio se piove, si aspettano davanti alle vetrine, poi non sempre entrano.
Con i bambini stanno attente, vorrebbero toccarli e prenderli in braccio, ma le madri non sono d’accordo perché poi piangono.
Comprano giornali da buttare sul sedile posteriore e più avanti nel cestino, sospirando di noia, ed esosi gioielli falsi agli ambulanti perché hanno un senso materno da esprimere, e come sovrapprezzo un sorriso di amicizia.
Inciampano in tacchi da sera con bocche splendenti per far contento chi le guarda, che si ricordi di loro per un attimo, anche se molto in là nel tempo.
Mentono innocenti o sviano le parole, ansiose di non far troppo male se non vengono comprese.
Ingoiano di nascosto pasticche per dormire o per dimagrire, vergognandosi un po’ di essere fatte così, diverse da quegli uomini che le vorrebbero diverse.
A quelli, agli uomini che attraversano le loro strade piene di sole e di voglie aggrovigliate, promettono di mantenere promesse non loro, e ci mettono il cuore; poi cade una stella e gli scivola di mano un piatto da asciugare e raccolgono cocci dimenticando di desiderare.
 
Gli uomini guardano come camminano e non sanno dove vanno. O gli contano gli anni negli occhi e poi si chiedono se c’è tempo. Oppure non vedono niente e si infilano in un bar a bere qualcosa da soli.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 08, 2009 19:08 | Permalink | commenti (5)
categoria:ritratti
domenica, 01 luglio 2007

Eugenia, o il tè

Prenderò volentieri, cara Eugenia,
una tazza di tè
dal tuo servizio a rose lievi,
trasparenti
Un tè gentile, al tiglio, alla verbena,
un tè latte e limone
e due praline, non più di due
(sai la mia età)
una di queste con i ghirigori
di marzapane
e l'altra, se permetti,
fondente alla violetta,
persistente al palato come un buon ricordo.
 
Da Vienna, vedo, ti hanno scritto
le signorine Hoffman, tue cugine
per parte di tua madre
(che pianista, ai tempi in cui tua nonna
andava a corte, si racconta;
tu fosti più modesta, suonavi dalle suore
un po' di armonium che stonava,
e non ne avevi colpa)
Un quadrifoglio ti han mandato,
delizioso pensiero,
raccolto nel giardino del presbiterio.
 
La tovaglia a crochet procede bene,
a trafori e ghirlande,
pronta - suppongo - per Natale
se non ti impicceranno quei lavori
che fai per gli altri,
gli orli e i rammendi,
colletti nuovi per camicie vecchie,
pagati poco da clienti usurai.
 
La pendola resiste, non hai cuore
- e fai bene -
di darla via come quei pochi argenti,
me li ricordo sai,
che facevano bello il tuo salotto
prima della guerra,
e i Limoges e i tappeti,
i paralumi a gocce di Boemia,
le volpi, le velette,
le perle in doppio giro,
e gli orecchini di corallo.
Ti resta ancora, e me ne consolo,
il sofà a fiori e frange
il poggiapiedi di velluto verde
il carillon veneziano
e la radio in cucina, là sulla credenza
forse vuota, o con poco.
Io giusto ieri ho venduto
l'ultimo quadro, quello con il faro
e il naufragio.
Naufrago anch'io, che credi?
Ma sorrido
di questo tè gentile e profumato,
delle tue rughe e delle mie,
dell'artrite alle mani che ci fa sorelle,
delle scarpe da risuolare,
se possibile,
ora che piove spesso.
 
Io? Niente di speciale.
Sono stata
alla biblioteca,
poi da te per sollevarmi un poco
prima di ritornare,
ché la sera
il custode tarda sempre
a portarmi di sopra la legna per il fuoco.
 
Se scrivi a Vienna, manda i miei saluti.

on air: Vivaldi, L'Inverno; Largo
postato da: bucciadimela alle ore luglio 01, 2007 07:23 | Permalink | commenti (5)
categoria:ritratti