lunedì, 14 aprile 2008

NUMERO INESISTENTE

161_4702820~L-Interieur-des-Choses-le-Telephone-Posters

La voce era un'altra, una voce mansueta e gentile di donna anziana.
La prima volta si scusò, mise giù in fretta e ricompose il numero. Ma lei era ancora lì, si era allontanata solo di qualche passo ed era tornata a rispondere; e lui stavolta dovette scusarsi più estesamente. Sarà un'interferenza, proverò a rifare il numero più tardi.
Al terzo tentativo, scoprì che il numero era giusto ma non c'era niente da fare: sbagliata era la persona all'altro capo di quel filo. E si scusò di nuovo, confuso e sconcertato, ma lei era così paziente, gli perdonò l'imbarazzo, lo rassicurò che non la stava disturbando e che, anche se non capiva, capiva lo stesso. Gli suggerì di controllare la rubrica oppure di chiamare la Telecom per spiegazioni. Lo salutò con un augurio, perfino.
Più tardi, già sulla soglia di casa, parlò ancora con lei, con la vecchia signora sconosciuta che abitava dentro quel telefono. E ci abitava da un sacco di tempo, lei e la sua piccola vita di centrini e di vasi sui davanzali, di fotografie nelle cornici degli specchi, di tranquilla solitudine. Senza che lui lo avesse chiesto gli diede il suo nome e anche l' indirizzo, per dimostrargli che c'era un errore ma che non doveva sentirsene così mortificato.
Uscì per andare al lavoro col cellulare che gli bruciava in tasca. Dall'ufficio chiamò la Telecom e parlò a vuoto con un risponditore automatico che non gli chiarì le idee. La persona che lui cercava attraverso quel numero che pure conosceva a memoria non risultava sull'elenco. Sull'elenco, al suo posto, c'era la vecchia signora paziente.
Lavorò accigliato fino all'ora di pranzo senza più trovare il coraggio di richiamare. Quando si infilò la giacca per uscire gli si formavano nella mente silenziose imprecazioni, e una decisione grottesca.
Mezz'ora dopo, dall'interno dell'auto, guardava dall'altro lato della strada la facciata di un palazzo liberty in fila con altri simili dalle sfumature ugualmente sbiadite.
Scrutò le finestre cercando quella che più potesse assomigliare a quella voce sconosciuta e comprensiva, e gli parve di sceglierne una con le imposte spalancate, i gerani ricadenti, la gabbietta con un uccellino, le tende con dei rosoni in trasparenza. Uscì dalla macchina sbattendo lo sportello e gettando mezza sigaretta ancora buona da fumare. C'era quel nome tra gli altri, sulla fila dei campanelli.
"Sono quello che ha sbagliato numero".
Le parole gli uscirono in fretta inciampandosi nella voce e nell'ultimo fumo, e inaspettato arrivò quasi subito lo schiocco del portone che si apriva, e la risposta:
"Secondo piano, salga pure".
Si ritrovò in un ingresso troppo arredato di bomboniere e quadretti di montagna, e quel viso grigio ovale con piccoli sorrisi fra le rughe.
"Vede, è come le dicevo stamattina. Io abito qui, e questo è il telefono, guardi. Per sicurezza l'ho provato anch'io, e funziona, sa. Ho chiamato mia sorella e lei ha richiamato me. E' tutto a posto. Forse il guasto è suo".
Avrebbe voluto offrirgli un caffè, e lui avrebbe tanto voluto accettarlo. Gli pareva che quella donna avesse delle risposte, ma a lui ora mancavano le domande.
"Non riesco a capire - continuava a mormorare, e intanto il caffè era pronto nella piccola cucina ordinata, e un giacinto viola profumava sopra la credenza.
Provò a spiegarle qualcosa, ma era stranamente difficile. Lei lo ascoltava lo stesso, e le sue mani appena deformate dalla vecchiaia spostavano gentilmente il cesto di arance in mezzo al tavolo, gli avvicinavano lo zucchero. Rimase in silenzio sorridendo assorta mentre lui fissava il termosifone e non capiva.
"Posso chiederle perché è venuto fin qui invece di andare da lei? O da lui? Insomma dalla persona con cui voleva veramente parlare?"
E chi lo sa. E chi lo sa.

Sulla soglia inaspettatamente lei gli mise per un attimo una mano su una spalla, come fanno le madri per raddrizzare il colletto del grembiule ai bambini che vanno a scuola.
"Non stia ad angustiarsi, non mi ha disturbato. Non avevo niente di importante da fare".
Scese le cale con un senso di colpa, e gli passava per la testa solo una cosa adesso: che si sarebbe fermato dal primo fioraio e le avrebbe mandato un mazzo di margherite.
Mentre si allacciava la cintura guardò ancora in alto, verso quel balcone in mezzo sole, ma la tenda non si mosse.
In tasca, il cellulare cominciò a vibrare.
Sul display comparve un nome, e anche una gabbietta con un canarino e un vaso di margherite dentro una vetrina, e ricordò che forse il guasto era suo, come aveva detto lei.
Lo lasciò suonare due o tre volte.
Poi lo spense, e poi mise in moto.

postato da: bucciadimela alle ore aprile 14, 2008 08:39 | Permalink | commenti (3)
categoria:racconti
lunedì, 31 dicembre 2007

Il corrimano

Sono qui - sostenuto in obliquo da tre supporti d’ottone brunito distanziati il giusto, io di legno scuro di noce e i miei due pomoli torniti che mi delimitano - sono qui con la mia vocazione alla solidità per un incarico di fiducia: fare il corrimano.
 
Passo molto del mio tempo a osservare, forse un po’ ottusamente, la parete di fronte. E’ bianca. Dal soffitto pendono tre faretti collocati con giudizio. Illuminano i gradini e accendono il seppia e l’avorio di quattro stampe antiche, incorniciate di scuro, in salita verso il pianerottolo. Una calligrafia arcaica, inclinata, compiaciuta, indica, fra molte iniziali superfluamente maiuscole, i rispettabili nomi delle chiese rinascimentali che abitano quei quadri, e personaggi mantellati e piumati che percorrono i sagrati come attori su un palcoscenico inciampano i loro scarpini appuntiti (con le fibbie, eh, con belle fibbie in evidenza) sulle più alte fra le lettere di sotto. Sulle elle e le ti e soprattutto le emme, più maiuscole di tutte, delle Madonne e delle Marie. Santa Maria Formosa, Madonna della Salute, Madonna dell’Orto. La gi di San Giacomo in Orio si impiglia nello strascico di una donna con un cesto fra le braccia. I tratteggi sulle facciate sembrano pioggia invernale, e anche i cieli sono ondosi di nuvoloni possenti. Severi segnali della Divinità, direi.
 
Sul pavimento, marmo amaranto e antracite, sono rimasti conficcati due anelli d’ottone per ciascun gradino, da quando – ai bei tempi - erano percorsi da una passatoia di velluto rosso brillante. Poi sono arrivati i bambini della casa, tre uno dopo l’altro, e sotto i miei occhi troppo spesso li vedevo inciampare con le loro pantofoline irrequiete. Allora i grandi l’hanno tolta. Dicevano, oltretutto, che ora si macchiava troppo facilmente. Fango del giardino, capite, e schizzi di aranciata. Un marmocchio, disperato per i fatti suoi, una volta ci è rimasto seduto a strepitare un capriccio per così tanto tempo che gli è scappata la pipì e l’ha fatta proprio qua, davanti a me, sul velluto della corsia di famiglia. Epperbacco.
Poi però c’era anche un altro buon motivo: gli occhi del nonno, che non ci vedevano più bene, e lui sì che sbagliava i gradini e ci scivolava di brutto, quando saliva a letto la sera. Una volta l’ho salvato io: mi si è aggrappato - un po’ a casaccio devo dire – con una mano che pareva forte ma era diventata, nel tempo, maldestra, e per un pelo ha evitato di cadere male, molto male. Gli si è gonfiata solo una caviglia, per fortuna, ma ce n’è voluto, per riprendersi. I grandi per parecchi giorni hanno fatto su e giù in camera del malato con vassoi e ristori di varia natura, e soprattutto al ritorno scendevano le scale strisciandomi con una mano tutto fino in fondo, mentre sospiravano, o talvolta sbuffavano sottovoce. Anche perché capitava che a metà discesa un campanello li costringesse a fare dietrofront e risalire, e allora si giravano sul gradino col piede ancora sollevato e cambiavano direzione e anche la mano con cui mi si appoggiavano. In certi momenti mi sembrava proprio di essere io a tirarli, io fermo e inchiavardato, io che non ho mai visto cosa c’è oltre la porta del pianerottolo.
 
Di giorno c’è più luce e viavai: vedo gente entrare dal portoncino e attraversare l’ingresso, per passare in altre stanze la cui visuale è fuori dalla mia portata. In una di quelle ci deve essere un pianoforte, che ogni tanto sento suonare; del resto, ricordo di averlo visto arrivare in casa molti anni fa, proprio nei giorni in cui stavano fissando le viti che mi sostengono e i pavimenti erano invasi di casse e cartoni da cui continuavano a uscire (e a essere trasportati in giro, di qua e di là, senza mai fine) oggetti di ogni peso e dimensione che si lasciavano dietro, per terra, cartacce, spaghi e imballi. Una donna li raccoglieva inutilmente e li spostava altrove, poi ricominciava scoraggiata e tirando su col naso; la stessa donna, ancora raffreddata e brontolona, che anche oggi mi spolvera e mi lucida con forza esagerata tre mattine la settimana. Mi spruzza con una cera acquosetta dall’odore stucchevole e la stende con un panno sulle ditate dei miei protetti. Con un piumino blu e rosso risistema anche le nuvole e i finestroni ciechi delle antiche chiese, liscia le sottane delle devote popolane e spazza i gatti e i piccioni dai sagrati; poi, stirando un braccio fino a sentirsi in diritto di gemere, carpisce con le piume estreme una ragnatela a triangolo tra due faretti. Per fortuna a mezzogiorno, tutti i mezzogiorni, se ne va. E’ così deprimente.
 
Di notte, un po’ di luna (un filo sotto l’uscio, oppure è il lampione). Quando dormono (i grandi un sonno da grandi, i bambini uno da cartoni animati e il nonno come un curato di campagna a riposo), qua per un po’ non passa nessuno. Resta accesa, fioca, solo una lucina notturna dove il battiscopa inizia a salire la scala, e la casa respira sommessa col ronfare dei cespugli che si strofinano fuori, contro i muri. Nelle notti invernali di stelle, quelle freddissime e serene sotto Natale, capita di veder tremolare nel buio il luccichio dei miei pomoli e delle scaglie dorate nelle venature del marmo, là in quella striscia incerta di pavimento presso la soglia, fessura da cui si spande un bagliore latteo di plenilunio.
 
Giorni e notti e stagioni e i passi e le voci della mia gente delimitano la mia immobile quiete, la mia vita di legno, come il legno tiepida e rassicurante, amica fedele delle loro mani.
 
Resto fermo, e ben dritto e ben solido, così come sono di natura e come mi hanno voluto, resto fermo qui io, e mi pare di non essere invecchiato gran ché. Posso continuare il mio lavoro ancora per molti anni, forse generazioni. Posso essere, e lo sarò, il bastone di molte vecchiaie.
postato da: bucciadimela alle ore dicembre 31, 2007 07:57 | Permalink | commenti (5)
categoria:racconti
lunedì, 08 gennaio 2007

SE BEN RICORDO

Se ben ricordo, arrivasti in ritardo. Come scusa, un problema di spiccioli al parcheggio, che più tardi mutasti varie volte: l'inadempienza della radiosveglia, un contrattempo telefonico, l'invadenza della portinaia, lo sciopero dei benzinai, perfino, se ben ricordo, una pioggia di rane.
Se ben ricordo, avevi solo due ore, forse scarse, e un maglione sportivo da gita, non certo da ufficio, ma non fu di gite che parlammo, e neppure di passeggiate o panchine al parco; in tasca, non il grano per i colombi ma un cellulare che controllasti spesso, più di quanto sogguardassi me.
Se ben ricordo, mi togliesti subito la parola sostituendola con un silenzio su cui galleggiavano informi brandelli di vacuità estranee, come quando parlasti - a te stesso, supposi - della maestra di tua figlia e delle sue paranoie. E io intanto pensavo che era di tua figlia che avrei voluto sapere, e non della sua maestra, ma capivo che anche tu, povero ragazzo padre, avevi una tua faticosa scala di valori, e soprattutto che essa non mi riguardava in alcun modo. In alcun modo possibile, per come avevi messo le cose.
Se ben ricordo, ci fu solo il tempo per un menu vegetariano tra un negozio di dischi e uno di cineserie, e tra una fila di impiegati che entravano e l'altra di quelli che pagavano il conto della loro insipida pausa pranzo, non meno insipida peraltro della nostra. O della mia, comunque.
Se ben ricordo, era di me che contavo parlarti, dirti che ero guarita come da certificato medico in borsetta - che trascurai di mostrarti - e che avevo già da giorni, tre per la precisione e sempre se ben ricordo, sgombrato dal mio comodino boccette ambrate e incensi propiziatori, non si sarebbe saputo mai se e quanto utili. Di un corso per sommelier, volevo dirti, e di qualcosa successo alla mia coinquilina, forse - ecco - che aveva perso l'impiego e tornava a vivere con sua madre.
Se ben ricordo, era maggio e d'improvviso piovve un'acqua leggera calda come di serra, ma durò poco, il tempo di un caffè ma senza zucchero, bevuto in piedi rifugiando gli occhi nello specchio di fronte per non imbarazzarci più del sopportabile, mentre cadevano senza rumore le parole da dire e non dette, per fortuna non dette.
Se ben ricordo, ci furono motivi - una serie di futili motivi - che entrambi a distanza di giorni e poi mesi e anni avremmo considerato sufficienti a giustificare il fatto che fu quella, se ben ricordo, l'ultima volta che ci incontrammo.
Se nel salutarci sul marciapiede degli addii ci scambiammo almeno un bacio - cedendo a una cieca noncuranza come talvolta accade in queste circostanze - questo l'ho dimenticato.
postato da: bucciadimela alle ore gennaio 08, 2007 21:15 | Permalink | commenti (19)
categoria:racconti
venerdì, 03 novembre 2006

Ciao blogghino, come stai? Che ne dici di darsi una svegliata? Proviamo, dai.

DELPHINE

Ormai la vedo da qualche mattina, alla stessa ora, sulla banchina della Porte de Montreuil. La carrozza sibila l'apertura delle porte e lei entra con il moto continuo e fluido dell'altra gente, cappotti e giacconi scuri, le sciarpe luccicanti delle donne di colore, i tonfi degli zaini dei ragazzi, i cigolii dei carrelli delle vecchie. Sto in piedi, piantato fra due porte, il dorso appoggiato alla sbarra verticale e un libro aperto da leggere, come sempre, col pollice a bloccarne le pagine.
Da tre giorni leggo sempre la stessa pagina: lei, la ragazza col gatto. Si siede sull'ultimo posto d'angolo, appoggia il cesto tra le caviglie che le sporgono dalla gonna un po' lunga, si aggiusta i capelli neri e lisci dietro le orecchie e poi resta lì assorta, uno zainetto di nylon blu afflosciato in grembo, il profilo girato verso il vuoto dei finestrini in corsa, in quel tunnel buio dove a tratti ci sparano addosso una mitragliata di luci gialle prima del fischio dei freni.

Ormai ho capito che la sto aspettando. Sì, la aspetto da dove salgo io, che è il capolinea, a quando sale lei, due fermate dopo. Vado al lavoro, anche lei va al suo. Si porta dietro un gatto in un cesto e ogni tanto si distoglie dal buio dei vetri e si china come una ballerina (quel torso flessibile… è impossibile non immaginarlo come un ramo di robinia che si flette anche se è infagottato in quel cappottino grigio maltrattato) e passa una mano sulla grata di vimini mentre piccole parole incomprensibili nel cantilenare del suo francese rassicurano il suo invisibile compagno.
Il viaggio è lungo e ritmato da sibili, scalpiccii, dondolare di teste che si lasciano trasportare passivamente nel ventre afoso e serpeggiante del sottosuolo, rasentando il fiume poi allontanandosene con larghe e stolte curve.
Vorrei sapere dove va. Un ragazzo rasta si è seduto di sghembo accanto a lei, e senza farle caso la schiaccia quasi col suo zaino e intanto si curva a sputare sul pavimento cartacce e gomme masticate. La guardo stringersi più addosso i lembi del paltò e controllare automaticamente la cesta tra le caviglie, ma su quel viso sottile e medievale non si annuvola alcun fastidio. Pensa? Sta riordinando le cose in programma? Va verso la sua solita giornata senza domande, senza attese? Vorrei saperlo.

Oggi ho saputo dove scende. Ho aspettato che passasse la mia fermata e l'ho seguita qualche minuto dopo.
Scende a Chaussée d'Antin-La Fayette, e le sono andato dietro col mio libro ormai sepolto in tasca, e con uno strano senso di liberazione per quell'odore di croissants e cuoio che mi aspetta altrove, nell'ufficio col parquet che cigola accanto a place de la République. Quel posto sto cominciando a odiarlo. Per attirarmici ogni mattina mi mettono iris freschi e caffè bollente sulla scrivania, e copie di tutti i quotidiani più importanti di tre o quattro paesi in bella e odorosa pila, invitante e anzi coinvolgente per uno come me. Uno scrittore italiano all'estero. Il sogno della mia carriera. Il loro sogno per la mia carriera.
Lei cammina avanti agile e dritta, passi piccoli e piedi un po' allargati come le ballerine cui mi fa sempre pensare. Scarpe piatte e sottili. Il freddo del marciapiede di sicuro la morde di sotto, ma lei è veloce, sembra saltellare, volare, danzare, e il cesto non la sbilancia, si muove insieme a lei come spontaneamente legato al moto del suo braccio, del suo fianco. Quando la folla infittisce momentaneamente o c'è un attraversamento, lo prende fra le due mani e se lo stringe al petto, e così insieme essi - lei e il suo misterioso compagno - superano il pericolo. Poi di nuovo riprendono il loro passo affiatato.
Dopo la farmacia un androne stretto con molte placche d'ottone. Lei scivola dentro con un unico ondeggiare di cappotto, gambe e capelli, e non la vedo più.
Leggo tutto e la trovo, credo: una di quelle cliniche veterinarie con annessa toelettatura. Sono sicuro che ci va per lavoro. Sono sicuro che il suo gatto non è malato. Sono anche sicuro, e non so perché, che non è lei il veterinario.
Guardo gli orari, poi torno indietro. A République.

"Quasi pensavo che fossi andato oggi a Fontainebleau, con questo bel tempo. Sei in ritardo, come mai?"
"Già, Fontainebleau. Ci andrò in settimana. Oggi non mi andava. A me non pareva tutto questo bel tempo".
"Caffè?"
"Grazie, caffè".
"Croissants?"
"Grazie, croissants no. C'è tanta posta?"
"Ah, non so, non ho guardato il computer. Però - e sospira avvicinandomeli - ci sono i giornali".
Lui è quello che mi farà avere un bel po' di soldi per la serie di articoli che ho firmato di firmare. Articoli… ne farò degli appunti di viaggio, ma con un taglio fantastico. Rivisitare i luoghi della mia adolescenza a distanza di quasi trent'anni, dopo che sulle strade a pavé e quei viottoli di campagna sono passate per l'ultima volta le vite di quelli che mi sono morti.

La casa cantoniera dei nonni faceva angolo con un lunghissimo viottolo che scavalcava dossi di papaveri e segala. Mia madre non ci veniva quasi mai, mio padre mai del tutto. Non si sapeva dove fosse, in quegli anni. Non ci spettava saperlo, così come a lui non spettava provvedere a noi. Non era poi così sicuro che io fossi suo figlio, e neanche mia madre ci avrebbe giurato. Per questo strano motivo io stavo un po' scomodo a tutti, e preferivano lasciarmi crescere da una parte.
Peccato che adesso siano finiti altrove, le campagne giù di là sono piene di piccoli camposanti con le cappelline a tetti aguzzi. Alcune hanno una coperta di paglia in cima, poi il vento la scivola giù come capelli che si staccano da un teschio, ma è il vento dell'Atlantico, e la gente che attraversa le piazzette dei paesi se lo beve nella faccia e non gli dà fastidio.
Devo raccontare storie che facciano pensare alla vecchia provincia francese. Devo, per contratto. Tipo i vinai, i carbonai, quelli che tirano (che tiravano…) le chiatte, le monache con le ali delle cuffie a incolonnare file di ragazzette dalle ginocchia arrossate verso il sagrato. Devo scrivere un libro di memorie, memorie di non so chi ma francesi, e siccome io sono mezzo francese ecco l'idea. Scommetto che mia nonna e mio nonno, sotto terra, quando ci pensano si girano di fianco a guardarsi e ne parlottano a lungo tra loro come di un'assurdità, e chissà come si mascherano il vuoto dei denti con gli sbrindelli di tendini e falangi per non farsi sentire dai conigli che saltellano sopra l'erba.

Di solito si fa così. Una ragazza ti interessa. Vedi che non è fidanzata, o che il suo uomo non è abitualmente nei paraggi; vedi che si accompagna di regola a un gatto, e i gatti incuriosiscono, specialmente in métro. Allora lo scrittore italiano, pagato e bene (cuoi, iris, croissants, ripassatine fuori contratto sulla nuca ogni volta che 'quella' mi gira attorno, kyr a Saint Michel, garçonnière a Montreuil) lo scrittore e per di più italiano non può rinunciare ed esibisce la morbida zampata.
"Che bel gattino, come si chiama?"
"Gatta. E' una gatta, non vede i tre colori? Solo le femmine possono essere di tre colori: bianco, nero e rosso".
Non lo sapevo. Sarà una cosa cromosomica.
La gatta si chiama Delphine. Sta con lei da quattro anni, non la lascia mai. Se la porta al lavoro, e dappertutto.
"A casa disturba, va a dormire sul divano. Gli altri non vogliono. E a me non va di tenerla chiusa sempre in camera".
Adesso devo andare avanti. Le chiedo dove la porta, e, come immaginava anche lo stupido scrittore italiano, è al lavoro che la porta, la tiene con sé mentre lava i cani delle signore ricche e li asciuga col phon. E' abituata, non si inquieta. Dormicchia, si lecca il pelo bellissimo, ogni tanto la accarezza qualcuno che passa. Sa stare al suo posto.
"Come si chiama?"
Sulla soglia dove si sta infilando col solito passo rapido e sfuggente si gira ancora un istante:
"Delphine".
Ma era il suo, di nome, che le avevo chiesto. Forse non dovevo.
A place de la République, svogliato.

Sono stato a Fontainebleau. Non c'è più niente di quello che cercavo. Non so più cosa scriverò, eppure so che lo inventerò. Mi pagano, è il mestiere che mi sono scelto. Inventare vuol dire creare e far sognare qualcuno. Non ho mai immaginato un mestiere più bello. Adesso il mio nome è quello di un inventore di storie, e alcuni ci credono, e le fanno loro.
Continuo a vederla, la ragazza del métro, anche mentre guardo fuori dal vetro del bistrot e un pullman scarica un mondo di sconosciuti davanti alla reggia. Sono tornato qui, è l'unica cosa che mi trattiene ancora in questo posto dove i miei ricordi di ragazzo sono rimasti in mani sbagliate. Hanno preso e spostato tutto, non trovo neanche la strada del loro cimitero. Non chiedo, non mi importa più. Non ho più nessuno. Mi hanno risparmiato la loro indifferenza, il poco amore si è stemperato negli anni lontani, e qui neanche l'ombra dei platani ha più la stessa inclinazione di quando percorrevo i nostri viottoli sulla stanga di una vecchia bici.
Devo rientrare, ora il mio lavoro non ha più senso. Potrei finirlo ovunque, anche a casa mia, fra isolati e quartieri simili a quelli che hanno sostituito l'aia dei nonni, la canonica, l'argine dove pescare.
I turisti per fortuna non sono entrati qui. Lascio a metà, finisco di bere.
Oggi è domenica, ho scelto apposta il giorno per non perdere nemmeno una volta l'occasione di rivederla. Non mi ha detto il suo nome, né le ho più riparlato, ma è così che la chiamo. Le sta bene, quel nome. Vien voglia di ravviarle i capelli per liberarle tutta la fronte, limpida e inerme. Non lo farò mai, non la vedrò più.
Domani, il primo volo, e in un'ora sarò in Italia.

Fa buio tardi, precipita giù piano dal cielo vasto sopra l'aeroporto. Si accendono molte luci, sibila l'aria condizionata, c'è già chi, seduto, dispiega un giornale e si estrania dai preparativi. Il libro del métro, non l'ho mai finito. Ora è tempo di farlo.

"Parti? Oggi?"
"Sí, oggi. Avrei preso il notturno ma volevo salutarti. Dirtelo, che parto".
"Non puoi partire subito, c'è ancora una cosa".

Non immagino che sta per invitarmi su da lei, non ho capito che vuole darmi un ricordo di questa città che non è né la sua né la mia ma che amiamo entrambi.

"Non andare, resta qui stanotte. Ho una stanza solo per me, nessuno fa caso a come vivono gli altri".

Studenti, randagi. Dividono uno spazio ma non le loro vite. Lei invece vuole inaspettatamente dividere un istante della sua con me.

"Perché? Vorrei saperlo, prima. Io non ti ho chiesto niente".

"Perché te lo chiedo io. Se vuoi, puoi restare stanotte, e partirai domani".

Un giorno in più, l'ultimo.

 

 

Ma sono già sull'aereo, non sono più passato per quella stazione del métro.

La storia non scritta sta vivendo nella scia delle luci del decollo, e questo è il destino di uno che scrive per mestiere, non distinguere più se la sua vita è quella camminata per le strade oppure lasciata andare dentro i giorni che ingannano.

 

Non ho aspettato.

Delphine.

postato da: bucciadimela alle ore novembre 03, 2006 09:24 | Permalink | commenti (10)
categoria:racconti
martedì, 11 luglio 2006

BUSSO' CENT'ANNI ANCORA ALLA SUA PORTA

Ho sentito dire che sei tornato. Mezze parole, allusioni sussurrate, poi subito riassorbite dentro quell'evasività protettiva che da tempo mi circonda come vischio.
Qualcuno sostiene di averti visto aggirare con passi da clandestino dalle mie parti, forse sbucando incerto all'angolo della mia strada e poi rasentando le siepi dei giardini muti fino al confine con il mio. E qui ti saresti perso, dicono, smarrito nel non riconoscere i profili dei cespugli trasformati in roveti e delle magnolie semicancellate dai viluppi dell'edera. Il cancello sepolto dal crollo dei rosai, dall'abbraccio delle ortiche, dal rigoglio dei topinambour. Il vialetto dissestato dalle trame possenti delle radici del cedro, che ne hanno spaccato i lastroni e li scavalcano come grossi serpenti fossili.
Immagino il tuo sgomento davanti a quella barriera di sterpai che deve aver ormai reso invisibile la casa dai tetti bassi. Forse te ne sei spaventato, e hai presunto una catastrofe di proporzioni inenarrabili accaduta in silenzio e nell'indifferenza; una sciagura cui nessuno ha assistito, cui nessuno ha prestato soccorso; una rovina lasciata a se stessa, privata di qualunque tentativo di arginarla.
Dicono che chi ti spiava da dietro le persiane delle case vicine ti ha veduto scrutare sempre più inquieto e sempre più inutilmente verso i varchi delle finestre, ma so bene che dalla strada non è visibile altro che l'intrico dell'abbandono, attraverso il quale non traspare più nemmeno un lembo degli intonaci. Il bosco selvaggio è avanzato e si è esteso aggrovigliando insieme il vecchio e il nuovo, invadendo, rivestendo, sostituendo. Muri e infissi e tegole e le grate stesse di ferro battuto sono stati inglobati nella vegetazione, diventando vegetazione a loro volta, rinunciando per sempre alla loro natura minerale.
 
Sei tornato a cercarmi, dicono, e non so se crederci.
Dovresti ricordare che quella casa era ormai condannata. Non ricordi le crepe, lo sgretolio, la ruggine? Non ricordi i gemiti delle porte, le sconnessioni dei gradini, le ninfee di muffa sui soffitti, le tappezzerie slabbrate, i vetri spaccati dalla grandine del tempo? Non ricordi i tappeti macerati, i cuscini scoloriti, le imbottiture polverizzate come sabbia sul fondo di piramidi violate? Non ricordi le cornici senza quadri, i soprammobili sbeccati, i bicchieri di Boemia frantumati sotto i piedi zoppi dei tavolini, le tende strappate dall'alto in basso come da feroci pugnalate, e le sedie spagliate, le stoviglie deformate, i cassetti crollati, i fili elettrici nudi a penzolare da orribili buchi nelle pareti? E gli armadi sventrati su mucchi di stracci tarmati che erano stati abiti e camicie, e il buco fondo e nero del camino riempito dalla cenere dei libri che vi sono bruciati? Orologi senza più lancette, specchi senza più riflessi, muto anche quel rubinetto che perdeva in bagno, rimasto ormai senza più nemmeno il fiato per gocciolare sulle strie brune della vasca corrosa.
Tutto questo, hai dimenticato. La rovina che mi ha spinta via da lì, dove tu non mi cercavi mai.
 
Dove sto adesso, vedessi. E' tutto nuovo e pulito, un biancore che assorda. I passi qui dentro si intuiscono, più che sentirli. Muri, porte, corridoi, di un candore latteo senza macchia, avvolgente come un grembo. Gli oggetti non si spostano, ma scivolano - si direbbe - su superfici lisce, immacolate, vergini. Essenzialità. Massimo controllo. Mai più un foglio fuori posto, che uno spiffero potrebbe far planare dal tavolo a disturbare la nitida geometria del pavimento. Mai più polvere negli angoli, mai più maniglie sbilenche o porte mal chiuse. Aria leggera e senza peccato, con arpe e clavicembali in sottofondo, ma solo in sordina. Mi cambiano le lenzuola, gli asciugamani e perfino gli abiti tre volte al giorno, con nuove lenzuola, nuovi asciugamani e nuovi abiti uguali ai precedenti ma perfettamente puliti, e tutti sempre e solo bianchi. Mi portano da bere solo latte e da mangiare solo manna, in stoviglie bianche, su tovaglie bianche che cambiano ogni volta.
Tu tutte queste cose non le sai perché ho fatto in modo che non le sapessi. Ma non farò niente perché qualcuno ti dissuada, almeno, dal continuare a cercarmi là, alla casa in rovina, alla casa che non esiste più.
Sei tornato, dicono, ma troppo tardi. E io, devi capire, un giorno ho smesso di aspettarti.
 
on air: Léo Ferré, Avec le temps
postato da: bucciadimela alle ore luglio 11, 2006 22:28 | Permalink | commenti (8)
categoria:racconti
martedì, 04 aprile 2006

IL NONNO E IO

Il nonno mi fa sedere vicina e gli faccio su le sigarette nelle cartine.
Gli passo i francobolli prendendoli cauta con la pinzetta e guardiamo insieme il cielo dietro la filigrana.
Gli appuntisco le matite con un coltello da vignaioli e lui tira fuori da uno dei cassetti un foglio bianco per scriverci su.
Mi passa i giornalini per ritagliare le vignette e la coccoina per incollarle sul quaderno.
Gli porto dalla cucina un tazzone di orzo tenendolo attenta fra le mani nel lungo corridoio, poi un altro giro per il pane biscottato, e per strada ne mangio le scaglie sfaldate.
Disegno per lui mentre dorme mezz’ora con la testa sulle braccia incrociate sopra la tavola e la giacca sulle spalle, e quando si sveglia andiamo di là in laboratorio e appendiamo le fantasie sul compensato con puntine nuove. Lui pialla e io pianto chiodi e dopo li scalzo con la coda del martello.
Ci succhiamo una golia per ciascuno, di quelle che ha sempre in fondo alle tasche, e stendiamo bene le cartine col dorso delle unghie prima di separarcene.
D’estate il sabato si va a guardare la tv sbucciando semi, e la domenica pomeriggio in stazione a vedere le locomotive e i ciuffi d’erba in fondo ai binari.
Qualche sera al cinema dei preti, e la nonna non viene quasi mai.
postato da: bucciadimela alle ore aprile 04, 2006 21:15 | Permalink | commenti (9)
categoria:racconti
giovedì, 30 marzo 2006

FUNAMBOLI

Gli annunci li hanno scritti coi gessetti colorati sui pali della luce. La gente del paese li va a leggere incuriosita.
"Cerchiamo funamboli"
I ragazzini pensano subito al circo, corrono in piazza, ma non c'è. Chiedono al prete che passa svolazzando, e non ne sa niente.
"Qui in paese non c’è posto, sarà fuori… - e corre via a benedire le case, ché è primavera.
Prendono le biciclette fuori di scuola e si sparpagliano per i campi, ma si fermano a far merenda con pane e zucchero, e tra le gambe aperte si scambiano figurine sull'erba.
Ce n'è uno che non ha la bici ed è rimasto davanti alla chiesa, e non ha neanche il pane con lo zucchero ma ha tante idee che scappano come lentiggini. Guarda in su e un attimo dopo è in cima, nella cella campanaria, e da lì lo vede, e chiama gli altri picchiando la campana con un sasso che gli porta fortuna in tasca.
 
Il Circo c'è, è lì in mezzo alla campagna più larga, prima che finisca con l'argine. Un tendone fatto con avanzi di stoffe e a forma di cono un po' sghembo, ché le funi sono lente. Da lassù si vedono degli uomini con le maniche rimboccate, e donne che ridono rincorrendo bambini e galline.
 
Si presentano in molti, e si guardano l'un l'altro senza stupirsi di trovarsi tutti là.
Il primo è proprio il Maestro, occhiali di traverso e sguardo infantile da miope.
"Cosa sai fare ?"
"Imparare".
"Assunto. Ti piace la polenta ? Stasera polenta".
C'è anche la Carmela, vedova e vecchia fin da giovane. Coi capelli che non stanno mai fermi dentro le forcine.
"Cosa sai fare?"
"Mettere insieme il pranzo con la cena".
"Brava. Assunta anche tu".
Il Sindaco passa facilmente, gli basta dire che ogni giorno mette d'accordo i suoi compaesani che litigano per un confine.
Il Barbiere sa ripulire dal carbone e dal vino cattivo le facce raspose dei vecchi in pensione.
La Cartolaia ha un tesoro di colori Giotto che non vanno più di moda, e le Suore dell'asilo li trovano solo da lei: assunte in blocco, ci sanno fare.
Ginevra ci prova perché con un nome così deve inventarsi scuse impossibili per uscire di casa senza ingelosire suo marito.
Un Ragazzo coi brufoli ha problemi col parroco perché vuole entrare in seminario ma si chiama Eros, e si sta spolmonando da mesi per convincerlo a passarci sopra.
Loro sono ammessi per la purezza, e perché i loro nomi, oltretutto, sono giusti.
Ora di sera è passato tutto il paese, e ognuno ha portato in dote un pezzo di piccolo coraggio e uno di grande fantasia.
Il Circo li assume tutti, mariti senza lavoro, donne senza amore, bambini senza fratellini, vecchi che han fatto le guerre.
Cercavano funamboli, e li hanno trovati.
 
Domani sera, sotto il tendone rammendato, su una pista di paglia dove razzolano polli e conigli, ci sarà un Grande Spettacolo, e ognuno darà – questo è certo – il meglio di sé.
Poi, a mezzanotte in punto, con le faville sotto il pentolone della polenta ci faranno perfino i fuochi artificiali, che li vedranno fino in città.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 30, 2006 22:06 | Permalink | commenti (21)
categoria:racconti
giovedì, 02 marzo 2006

BOLLE DI SAPONE

Ecco, adesso ti ho fatto vedere tutto.
Sembra molto grande, vero? E lo è.
Ma è tutto qui.
Sta tutto in questo spazio, questa sfera. Fuori non c'è nient’altro.
E' come quel fermacarte di vetro con dentro le casette e la neve che hai sulla scrivania. E la neve cade solo se lo giri, ma se lo giri le casette non cadono.
Perché sono incollate, capito?
Così come l'erba di questo giardino, e gli alberi che ci stanno sopra e ogni singola foglia di ogni singolo ramo. Tocca: foglie di carta crespata e rami di plastica. Annusa: spray profumato. Un espediente molto utile, serve a un sacco di cose. Le rende più… come dire, più simpatiche e divertenti. La gente le trova più piacevoli, insomma.
E il cielo, quello è un fondale scuro come nei presepi, anche se molto più grande; le stelle stanno lì, incollate anche loro, ma sono di latta. Il sole è una grossa (grossissima) lampadina a luce gialla, che a intervalli definiti passa alla luce bianca e diventa luna. Altro accorgimento acuto, e in più abbastanza economico.
Il fiume, dici? Il fiume finisce dopo la curva: l’acqua torna indietro e passa di nuovo qui davanti, così a te sembra che scorra ma invece è sempre la stessa che gira. Se vai al mare, si allarga un po' di più, ma non oltre l’orizzonte che vedi, perché lì, come ora sai, comincia il fondale del presepio e finisce la sfera.
Non ci credi? Come non ci credi? Ti ho fatto vedere, e anche toccare con mano. E’ così, ti dico, e prima o poi ti rassegnerai anche tu.
Come sarebbe che hai fatto la prova? Hai… hai rubato una stella??? Ma è proibito rubare le stelle!!! Sono contate, adesso non mi ricordo il numero esatto ma è scritto sul capitolato, e tu devi rimetterla subito al suo posto. Anzi dammela qua che lo faccio io, non mi fido mica, di te.
"Non ce l'ho più…"
Non scherzare sai, dammi quella stella. Im_me_dia_ta_men_te. Non è per te, è per tutti. Forza, tirala fuori prima che se ne accorgano… non so proprio cosa succederebbe, nessuno ha mai rubato una stella. O perso, addirittura…!
"Ti dico che non ce l'ho più. L’ho mangiata".
Hai… mangiato una stella??? Ma tu sei impazzito, un pezzo di latta, con le punte per di più… no, è impossibile. Deciditi a tirarla fuori altrimenti sarò costretto a fare rapporto, e allora non so proprio, sai, non so proprio come andrà a finire.
"L'ho mangiata, davvero. Mi è venuta la curiosità di assaggiarla, e l'ho fatto. Pensavo di darle solo una leccatina e rimetterla giù subito, ma poi non ho resistito. Troppo buona. Sapeva di cioccolato. Dovresti provare anche tu, sai? Assaggiane una. E dopo dimmi chi ha ragione".
postato da: bucciadimela alle ore marzo 02, 2006 11:36 | Permalink | commenti (15)
categoria:racconti
domenica, 26 febbraio 2006

IL NOSTRO PICCOLO GENIO

Uno dei problemi di nostro figlio, uno dei primi ma non proprio il primo perché il primo è stato averlo messo al mondo per un errore di calcolo, erano tutti quei biberon.
Un frigo pieno di biberon.
Passavamo un sacco di tempo a dosare il latte in polvere, e ogni poco bisognava intiepidire, scuotere bene, provare una goccia sul dorso della mano e poi prendersi in braccio la creatura e ficcargli in bocca il capezzolo di gomma.
Del resto fin dall’inizio ci eravamo chiesti: 
“Allatti tu o allatto io? Eh?“
E non essendo riusciti, come al solito, a metterci d’accordo neanche su come nutrire nostro figlio, avevamo optato per la soluzione più anonima: niente responsabilità, lasciamo fare a Chicco.
Per le scorte in farmacia abbiamo stabilito dei turni, ma questo era il meno: la regola “una volta per ciascuno“ va bene per tutto. Infatti l’abbiamo applicata anche al resto: un biberon a testa.
Avevamo imparato a non scontrarci sulla soglia della cucina, tu con quello vuoto da lavare io con quello pieno da portargli.
Ma l’altro problema era che, pur nutrendolo con regolare accanimento, cresceva poco.
Restava piccolo, delicato.
Cominciava già a sorridere e perfino a pronunciare qualche fonema, ma non cresceva più di tanto.
Arrivato alla fase “seduto nella culla“, ci si è fermato per mesi: dondolava la testa dai pochi capelli chiari e si teneva aggrappato al bordo per guardare intorno, ma per un sacco di tempo, anche quando eravamo ormai passati alle pappine, è rimasto così.
Le pappine.
Beh anche quelle ci è toccato dividercele: io ho scelto la mela perché è bella da sbucciare e prende quel colorino tortora quando la grattugi, tu ti sei trovato meglio a scardinare omogeneizzati di pollo e verdure con la chiave inglese.
Però penso che avremmo anche potuto scambiarci i compiti, dato che questo tipo di cose volendo le sappiamo fare bene entrambi.
Il pediatra ha sempre detto “Abbiate pazienza, ci sono bambini fatti così; rari, rarissimi, ma ci sono“. E continuava ad annotare tutto nel suo librone delle casistiche, per farci un giorno una pubblicazione su Sciences (secondo noi).
Comunque o di riffe o di raffe ‘sta creatura non stava poi così male: a turno lo mettevamo in terrazza quando c’era bel tempo, e bastava la corolla di un girasole a riparargli la testa. A turno lo tenevamo in braccio al davanzale quando pioveva, e gli facevamo sentire le gocce sulle manine per vedere se sorrideva. Non si spaventava mica.
Neanche del buio ha mai avuto paura, però di notte abbiamo sempre tenuto le porte aperte per sentire se piangeva, e non piangeva. A volte l’ho sentito come canticchiare.
 
Adesso ci sarebbe il problema, quello grosso, della scuola, perché sarebbe ora.
Il problema di accompagnarlo, prima di tutto, perché noi, si sa, non abbiamo mica tempo.
Però sarebbe un peccato non mandarcelo, un bambino così speciale, anche se il pediatra invece è contrario. Avrà paura che lo scuola lo faccia crescere ; secondo noi, sempre secondo noi che siamo profani.
Ma siccome in queste cose qui della cultura e dell’istruzione eccetera, almeno in queste andiamo abbastanza d'accordo, avremmo pensato ad un escamotage piuttosto intelligente.
Gli insegneremo noi, a leggere e scrivere.
Prima bisognerà litigare un’altra volta per dividerci i compiti, perché siamo tutti e due convinti di sapere sia leggere che scrivere meglio l’uno dell’altro.
Vedremo come andrà a finire, al massimo tireremo a sorte.
Lui intanto se ne sta bello felice e piccolissimo e vivo dentro il box, e disegna coi pennarelli barchette che volano in cielo sui fogli dei calendari degli anni scorsi.
Così passa il tempo, e il tempo se lo guarda stupito e passa anche lui.
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 26, 2006 16:11 | Permalink | commenti (16)
categoria:racconti
giovedì, 23 febbraio 2006

GENERALMENTE

Generalmente si alzava la mattina, tutte le mattine dei giorni generalmente feriali, e beveva un caffè di qualità generalmente scadente che gli sciabordava poi in bocca generalmente per le quattro ore successive, trascorse generalmente sotto tubi di neon sfrigolanti a smistare in due pile, generalmente a vuoto e semi-gratuitamente, fogli contenenti regole perentorie e contrordini susseguenti in tempi generalmente reali, il tutto con l'ordinatezza e il superfluo rispetto proprio generalmente di un becchino.
Le due torri di scarsamente ponderabili e stabili refusi cartacei si rincorrevano in altezza generalmente a velocità media e costante sulla scrivania, e lo scopo di tutta la paranoia era ottenere un risultato di parità che avrebbe soddisfatto generalmente entrambe se raggiunto entro o allo scoccare dell'ora di pausa. Materiale proveniente da impensabili ricettacoli in alluminio-fibre ottiche, e quindi generalmente ligio all'inesorabile legge del riciclaggio, riforniva con conscia regolarità la vaschetta porta-generalmente-documenti, anche se tale ritmo generalmente ronzante al limite del confortante subiva forzatamente - e a maggior ragione generalmente - un arresto improvviso e opportunamente dosato fra il venerdì sera e il lunedì mattina.
Questo generalmente, poiché avveniva - anche se assai meno generalmente - che altri intoppi di carattere difficilmente scusabile modificassero in via generalmente temporanea tali imprescindibili scadenze. Generalmente appunto si trattava di intralci al traffico legati a paradossi stagionali e liturgici, caratterizzati dalla bizzarria con cui imponevano non richiesti la loro presenza ingombrante e generalmente di pessimo gusto.
All'imbrunire, che generalmente coincideva con il puntualmente regolato interrompersi della connessione tattilo-mentale, Generalmente riassettava se stesso e le spoglie del suo prodigioso prodigarsi, e riprendeva la via di casa generalmente dopo avere spento i bulbi ormai deformi del neon liquefatto.

Generalmente anzi specialmente - già, davvero 'specialmente'... – lo attendeva a casa proprio Specialmente, con quel suo sorriso speciale per lui che le rideva addosso anche verso sera, anzi specialmente verso sera, con quei fiori gialli dei fossi che illuminavano più dei fari delle macchine, e perfino e specialmente con quel giro di valzer danzato da sola sulla soglia nel rivederlo alla curva del vialetto.
Malgrado Generalmente considerasse i figli generalmente preoccupazioni e soldi spesi male, Specialmente gliene donò due, e lo fece nel suo modo così speciale che lui neanche se ne accorse, impegnato com'era a sostenere l'equilibrio generalmente perfetto delle sue pile di fogli.
I due ebbero subito nomi speciali e, poiché erano gemelli semi-monovulari anche se non completamente, si chiamarono uno Ma e uno Se, benché i gemelli generalmente si assomiglino in tutto o siano generalmente del tutto differenti.
"E ora che me ne faccio? - chiedeva Generalmente alle sue torri ogni mattina.
Ci rifletteva molto, generalmente nella pausa-pranzo, ancora sbigottito dall'arrivo di quelle due entità generalmente in reciproco scompenso.
"Che ce ne facciamo? - chiedeva a Specialmente, perché era a lei che rivolgeva generalmente tutte le domande.
"Beh, direi che lo decideranno da soli - rispondeva sorridendo Specialmente, mentre appendeva al sole avverbi e particelle odorosi di borotalco e intanto cantava canzoni specialmente d'amore senza punteggiatura.
"Sì, ma dico: uno condiziona, l'altro avversa. Non me la vedo tanto facile. Generalmente le cose non vanno così".
"Oh no che non vanno così - rideva felice Specialmente - generalmente vanno in tutt'altro modo. Ma non ti accorgi, amore mio, di come tutto ciò sia... sì, speciale? Speciale come te, come noi?"

E tornava a sciorinare al sole e a danzare, e sognava per i loro piccoli e straordinari fonemi un futuro assolutamente e illimitatamente speciale.
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 23, 2006 13:50 | Permalink | commenti (7)
categoria:racconti