venerdì, 04 gennaio 2008

Quelle scale (incipit)

1.
Non è ancora giorno quando sento dei passi e il familiare tintinnar di chiavi. La madre guardiana mette la testa dentro la camerata e, scorgendomi già seduta sul bordo del letto con gli occhi ben aperti e le gambe penzoloni, si limita a farmi cenno di seguire lei e la sua mezza candela, poi sparisce nel buio del corridoio. Le altre dormono quasi tutte; solo due o tre teste emergono assonnate dalle coperte e mi seguono con occhi in pena mentre percorro con le scarpe in mano la fredda corsia di pavimento; getto uno sguardo qua e là, in segno di saluto, ma la mia bocca rimane stretta. Non ho sorrisi per nessuno, stamattina, 20 aprile 1753, ore probabili le quattro e mezza o poco più, quando all'età di anni dodici e qualcosa - nessuno saprebbe essere più esatto di così - mi preparo a lasciare per sempre il convitto dove vivo da quando sono stata raccolta per strada.
No, non era una strada, in verità, bensì un argine di sterpi e rane lungo il canale, e quel giorno si era per grazia di Dio in estate, circostanza che mi permise di sopravvivere, neonata a occhio e croce di poche settimane, una notte all'addiaccio dentro un cesto sfondato e col solo riparo di un cencio che il mio scalciare e dimenarmi aveva presto infagottato in un canto. Mi trovò un barcaiolo che usciva di prima mattina, e come si fa per i trovatelli mi portò al convento delle Maddalene, le ricche e beate monache che da sempre si distinguono nelle opere a favore dell'infanzia, meglio se di buona famiglia ma ove necessario anche derelitta, e Dio sa se da queste parti la miseria non ne genera.
Di prestare cure immediate al mio minuscolo corpo sudicio e affamato non si parlò neppure, prima che fosse regolarizzata la posizione della mia minuscola anima. Il pievano, richiamato d'urgenza dal pollaio dove conversava con le sue due galline, sbuffò esclamando: "Un altro!"
Poi in sacrestia, una stola buttata sulle spalle alla meno peggio e le maniche ancora rimboccate, già con l'aspersorio levato si girò sugli astanti interrogando con impazienza: "Maschio o femmina?"
Ottenuta dal barcaiolo, l'unico finora che si fosse preso la briga di indagare, la conferma della mia appartenenza al sesso ingrato, stabilì senza tanti riguardi il nome, affibbiandomi quello di una perpetua da poco defunta in odore di santità e della quale pareva serbare un rimpianto ringhioso. Per il cognome, si affidò alla toponomastica locale e, appurato il luogo del mio rinvenimento, mi iscrisse al registro parrocchiale come Sandrina Canal, di ignoti, e così sia.
E così fu.
postato da: bucciadimela alle ore gennaio 04, 2008 20:55 | Permalink | commenti (2)
categoria:quelle scale