martedì, 08 luglio 2008

QUELLE SCALE
(estratto)

dipinto di J. Sargent

"Tre dozzine di uova e un'oca la più bella che avete! - ordino con voce squillante - L'oca me la mandate a casa spiumata e pulita, le uova invece me le porto via subito".
Il pollaiolo, che si atteggia a corteggiatore di tutte le donne, me le conta nel cesto con l'abilità di un giocoliere, mi fa un ironico inchino e mentre mi allontano si affretta a segnare la spesa sul conto dei Sanudo.
La mia veste nuova, ancorché dimessa, mi sta addosso benissimo: lo avverto dalla grazia con cui la sottana ondeggia poco sopra le caviglie, e se non abbasso gli occhi per ricordarne la tinta insignificante posso immaginare sia di broccato color pavone. Attraverso il mercato in un'aria smagliante come capita certe mattine qua a Venezia, quando dal cielo piove uno sfavillio da fiaba; cammino con spedita allegria, afferro ogni cosa con la vista e l'olfatto, col tatto accarezzo qualche ortaggio lucente, col palato me ne bèo approfittando di qualche assaggio offerto da venditori galanti. Mi sento viva e piena di salute.
Certo che quel bell'Alfonsino, almeno mi avesse mandato due righe. Fossi stata in lui, ne avrei scritte, di lettere, a quest'ora.
Per esempio, avrei scritto questa:
 
Mia adorata Sandrina, eccomi ad Amsterdam, dopo un lungo e svagato giro per mezza Europa con mio padre, il quale teneva a che, prima di partire per le Americhe, vedessi tutte le più grandi bellezze dei posti che sto per lasciare. Non hai idea, Sandrina mia. Ho visto di tutto. Monti e laghi e castelli e borghi, giardini di re e regine e boschi profumati, cattedrali alte fino al cielo dove monaci cantano inni antichissimi, piazze e rondò dove i popolani tengono mercati di merci favolose e le carrozze circolano tirate dai più bei cavalli. Ho assaggiato cibi sconosciuti e imparato lingue straniere. Ho visto albe nitidissime in capanne d'alta montagna e tramonti languidi sulle rive di fiumi che tagliano laboriose pianure.
Ma so per certo che il nuovo mondo che mi aspetta non mi farà rimpiangere il vecchio che lascio, e delle sue meraviglie ti racconterò ogni cosa per filo e per segno quando sarò lì. Il giorno della partenza è ormai vicinissimo: è fissata per domattina presto, e la nave che ci condurrà è ormeggiata in porto già carica di provviste e bagagli. Il capitano è stato a cena con noi poco fa, nella nostra confortevole locanda, e da lui ho appreso molti particolari sulla navigazione, che sono impaziente di verificare quando finalmente inizierà.
La nave è grande e solida, e credo che sarà uno spettacolo assistere allo spiegamento delle sue molte e vaste vele quando isseremo le ancore. Ma ne vorrò una ancora più grande e più bella, con più vele e molte bandiere, con ponti lucidi e sedili di velluto, con ogni comodità e ornamento per te, quando tornerò, più presto di quel che tu non creda, a Venezia a prenderti per farti mia sposa. Sarà la nave di una regina quella che allestirò per il nostro viaggio.
Ora giurami che mi aspetterai, e io ti giuro che riguarderò la mia salute e schiverò ogni pericolo perché tu non debba mai temere per me o attendermi invano.
Affiderò questa lettera al padrone della locanda, confidando che la inoltri subito e che possa attraversare tutta l'Europa veloce e sicura per raggiungerti, insieme ai miei baci, prima che tu ti spazientisca.
Il tuo per sempre
N.H. Alfonsino da Molina
Amsterdam, 5 marzo 1759
 
E più avanti, ma non molto, avrei scritto - mettiamo - quest'altra:
 
Mia bellissima, non è trascorso nemmeno un anno e già i miei progetti si sono compiuti. Sono diventato molto ricco, enormemente ricco, e ora sono pronto a depositare nelle tue mani i miei tesori, il mio futuro. Questo paese, tu sapessi Sandrina, è un paradiso terrestre. La sabbia dei fiumi - fiumi maestosi - è oro finissimo, che ti resta sulla pelle quando risali dopo una nuotata; se scavi il terriccio anche solo con le dita, ne estrai pietre preziose; sterminate piantagioni danno frutti gonfi di succo, e qualunque varietà di seme attecchisce e germoglia in tempi e dimensioni prodigiose. Dormo in un letto a baldacchino, faccio colazione su un terrazzo grande come un salone; possiedo cavalli, cani, pavoni e tortore; i piccoli indios mi allietano suonando il flauto e la celesta con perizia sorprendente; nei miei possedimenti do lavoro a centinaia di contadini, mandriani, operai, e nulla faccio loro mancare in compenso alla loro devota alacrità. Qui il sole splende sempre, l'inverno non esiste, non è stato nemmeno concepito per questa terra di delizia. Ogni giorno nuovo oro si aggiunge ai miei forzieri, così che in tutta la regione il mio nome e la mia famiglia sono guardati con sommo rispetto, con la reverenza che si deve a dei sovrani.
Se mi ami ancora come io amo te, tutto questo è tuo: il tempo di ordinare la nave e io sarò da te, per mantenere la promessa che mi ha portato tanta fortuna. Ti verrò a prendere e ti porterò a vivere in questo paradiso come una regina accanto al suo re..
Ma se tu per caso preferissi rimanere a Venezia, se il viaggio e la distanza ti turbassero, se temessi di soffrire qualche nostalgia oltre mare, sarò il tuo servo e consentirò con tutto il cuore a raggiungerti per non più ripartire. Considera solo quanto ti ho detto: qui è l'estate perenne, qui dormiresti ogni notte con i balconi spalancati sulle stelle e non soffriresti mai e poi mai il freddo e i geloni.
Tuo innamorato per la vita
N.H. Alfonsino da Molina
Puerto Argenteiro, 9 gennaio 1760
 
E' vero, sì, che Alfonsino ancora non mi ha scritto, ma uno di questi giorni scriverà.
postato da: bucciadimela alle ore luglio 08, 2008 07:26 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, 04 gennaio 2008

Quelle scale (incipit)

1.
Non è ancora giorno quando sento dei passi e il familiare tintinnar di chiavi. La madre guardiana mette la testa dentro la camerata e, scorgendomi già seduta sul bordo del letto con gli occhi ben aperti e le gambe penzoloni, si limita a farmi cenno di seguire lei e la sua mezza candela, poi sparisce nel buio del corridoio. Le altre dormono quasi tutte; solo due o tre teste emergono assonnate dalle coperte e mi seguono con occhi in pena mentre percorro con le scarpe in mano la fredda corsia di pavimento; getto uno sguardo qua e là, in segno di saluto, ma la mia bocca rimane stretta. Non ho sorrisi per nessuno, stamattina, 20 aprile 1753, ore probabili le quattro e mezza o poco più, quando all'età di anni dodici e qualcosa - nessuno saprebbe essere più esatto di così - mi preparo a lasciare per sempre il convitto dove vivo da quando sono stata raccolta per strada.
No, non era una strada, in verità, bensì un argine di sterpi e rane lungo il canale, e quel giorno si era per grazia di Dio in estate, circostanza che mi permise di sopravvivere, neonata a occhio e croce di poche settimane, una notte all'addiaccio dentro un cesto sfondato e col solo riparo di un cencio che il mio scalciare e dimenarmi aveva presto infagottato in un canto. Mi trovò un barcaiolo che usciva di prima mattina, e come si fa per i trovatelli mi portò al convento delle Maddalene, le ricche e beate monache che da sempre si distinguono nelle opere a favore dell'infanzia, meglio se di buona famiglia ma ove necessario anche derelitta, e Dio sa se da queste parti la miseria non ne genera.
Di prestare cure immediate al mio minuscolo corpo sudicio e affamato non si parlò neppure, prima che fosse regolarizzata la posizione della mia minuscola anima. Il pievano, richiamato d'urgenza dal pollaio dove conversava con le sue due galline, sbuffò esclamando: "Un altro!"
Poi in sacrestia, una stola buttata sulle spalle alla meno peggio e le maniche ancora rimboccate, già con l'aspersorio levato si girò sugli astanti interrogando con impazienza: "Maschio o femmina?"
Ottenuta dal barcaiolo, l'unico finora che si fosse preso la briga di indagare, la conferma della mia appartenenza al sesso ingrato, stabilì senza tanti riguardi il nome, affibbiandomi quello di una perpetua da poco defunta in odore di santità e della quale pareva serbare un rimpianto ringhioso. Per il cognome, si affidò alla toponomastica locale e, appurato il luogo del mio rinvenimento, mi iscrisse al registro parrocchiale come Sandrina Canal, di ignoti, e così sia.
E così fu.
postato da: bucciadimela alle ore gennaio 04, 2008 20:55 | Permalink | commenti (2)
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