LA CASA DEI MIEI SOGNI

categoria:pensieri in trincea
LA CASA DEI MIEI SOGNI

Quando ho aperto questo blog, l'intenzione era di pubblicare le cose che scrivo. Racconti, pensieri, a volte poesie, frammenti di varia scrittura. Perché per me la scrittura è la più importante passione, e avvicinarmi alla letteratura il più penato obbiettivo. Ma capitano periodi così, periodi di eclisse, in cui la testa non si lascia coinvolgere dalle sensazioni che stanno alla base dell'ispirazione. Capitano periodi in cui è come se le porte e le finestre fossero sbarrate dall'interno, e questo interno fosse una scatola vuota e buia dove non si muove niente, e niente nasce.
So per lunga esperienza che non è il caso di disperarsi, perché ogni eclisse prima o poi passa e si rischiara, e questa non è la prima né l'ultima. Ma mi guardo intorno con una certa desolazione, e faccio il mesto inventario dei lavori in corso che vorrei invece vedere in corsa: ho trascurato i Diari da Magdenbad che pure mi divertivo tanto a inventare giorno per giorno, ho interrotto anche la pubblicazione de Il secchio bucato, che in fondo è già scritto, già pronto, e basterebbe un clic. Soprattutto, da settimane non procede il romanzo, quello che ho covato per quasi due anni e che ero riuscita a portare alla stretta finale: mi manca l'ultima volata, mi manca l'epilogo, mi mancano le parole e la fiducia per chiuderlo.
In periodi così, tornano buone altre parole, che ho scritto tempo fa, durante un'eclisse come questa. Basterebbe che mi ricordassi che anche allora ne sono uscita, e dopo ho scritto tanto, ho scritto perfino cose buone, di cui essere soddisfatta io stessa. Basterebbe avere pazienza e fiducia, e anche (forse soprattutto) trovare quel po' di egoismo necessario per liberarmi dai problemi altrui e dedicare almeno una piccola ma seria parte del mio tempo e delle mie energie mentali alla mia passione per la scrittura. In fondo, c'è chi ha vizi peggiori.
VORREI

LO SO CHE E' CHIEDERE TROPPO
ma mi basterebbe un muretto al sole, un quaderno a quadretti, un pennarello nero punta fine e nessun essere umano nel mio raggio visivo. Per un po', almeno; giusto il tempo di azzerare, e poi ripartire.
COME MI SENTO STASERA

(e da diverse sere a questa parte, grunt...)
E COME INVECE VORREI SENTIRMI DOMANI E SEMPRE

CE L'HO FATTA

Ho chiamato quelli dell'asporto rifiuti ingombranti. Essì, era ora. Era ora già da un po', da mesi, diamo pure anni, secondo me. Ma è stata necessaria una paziente opera di persuasione occulta (un vero e proprio lavoro ai fianchi) per ottenere il risultato. Così domattina, alle prime luci dell'alba, mentre la gente per bene starà dormendo sui propri rimpianti (nel caso specifico, malissimo riposti), un camion sputacchiante e sferragliante libererà il marciapiedi davanti casa - oltre che il garage e in buona sostanza la mia vita - della bellezza di:
1. una bicicletta da uomo il cui telaio, risalente all'epoca della prima comunione di mio marito ormai baby pensionato, sta in sé solo perché imprigionato dalla ruggine, mentre le ex gomme si sono trasformate in una poltiglia collosa e corrosiva (calma: per evitare eccessivi sensi di colpa, sono stati fatti nel corso degli anni - e sono andati a vuoto facendoci regolarmente cadere nel ridicolo - diversi sfrontati tentativi di cedere il cimelio a qualche robivecchi)
2. una fonovaligia anni sessanta color carta da zucchero, che era di moda assai, il cui interno è così desolatamente vuoto da far pensare a un furto perpetrato da ladri collezionisti; comunque totalmente inutilizzabile dopo che remotissimi e danneggiatissimi avanzi di dischi in vinile giacenti in soffitta sono stati rifilati al mercatino del venerdì solo perché le copertine fanno ancora gola a qualche nostalgico
3. un televisore cieco e sordomuto ma in compenso ingombrante come era - anche questo - di moda negli anni della sua lontana giovinezza (e il cui preventivo di riparazione supera di gran lunga la cifra necessaria ad acquistarne uno nuovo al plasma, beninteso)
Non sentirò la loro mancanza. No davvero.
E in ogni caso, finché ancora ho un paio di neuroni collegati, sono più che intenzionata a non lasciarmi prendere da quell'inerzia senile che porta ad accatastare rottami in ogni angolo della casa. Aria, aria, che diamine. Morire si muore, ma per favore non per soffocamento. E poi tanto non ci si porta dietro niente. Al massimo, qualcosa si lascia, ma perché rottami?
Io, NO.
SOLSTIZIO D'INVERNO
Con questo buio alzarsi è lo strappo di una fucilata dentro la mente che non è mai pronta, mai abbastanza, per sapere cosa fare di sé, dove mettersi per non dare nell'occhio, per non finire scelti fra tanti. Toglietemi di dosso quella luce, quell'occhio di bue che mi inchioda sulla soglia dell'ombra; datemi che possa scavarmi un maledetto buco nella terra e starci, con le ginocchia abbracciate e la testa giù, a ripararmi dai calcinacci. Dopo, tra un po', quando mi sarà passata, vengo da voi, vi guardo in faccia, magari mi viene un sorriso obbligato, magari anche domande e premure imparate a memoria, tutta una rete di belle maniere e accoglienza e grandi gesti come abbracci. Farò tutto quello che va fatto, e suderò per voi.
Ma non chiedetemi che sia volentieri.
PRIORITA'
Ok, lo ammetto: non so aspettare. C'è chi al contrario non sa agire. E io detesto l'inerzia, la titubanza, la pigrizia mentale; mi sanno di codardia, deresponsabilizzazione, egoismo più che tutto. Gente che dice "Andate avanti voi, che arrivo; arrivo quando avete finito, quando è tutto bello fatto, pronto e comodo. Non mi va di sudare, capirete".
Ci sarà pure un girone, una bolgia infernale, per i pavidi e gli inetti. A occhio, sarebbe giusto che fosse la porta accanto a quello degli iperattivi/ansiosi/insonni. E' lì che finirò, a furia di correre.
E non mi vengano a dire (a deridere) che il mio moto perpetuo è chiaro indice di insicurezza. Certo che lo è. E c'è un reparto, laggiù, anche per gli insicuri, sissignori; esattamente di fianco a quello dei millantatori. Stesso piano, stesso corridoio, stessa temperatura. Tutti nello stesso brodo.
Oh sì, oh già: gran bella compagnia. Tale e quale a quella in cui mi dibatto in vita. Avrò un'eternità per continuare a farlo dopo.
ps: mi sono appena ricordata una cosa, una cosa seria, un lutto. Un lutto importante, dico. Dieci anni fa, oggi. L'ho scoperto guardando la data sul computer. Si potrebbe pensare che la tetraggine di stamattina dipenda da quel ricordo, tra i più oppressivi che ho. Ma non è così. Quell'evento, l'ho rimosso completamente. E' solo una data che torna a tormentarmi quando mi trova vulnerabile per altre circostanze. Quindi vedi, tu che sei morta dieci anni fa, non devi angustiarti per me, nel tuo girone dei tiranni: non è colpa tua, non mi hai fatto del male, oggi, non me ne fai più dopo di allora, non sono più raggiungibile. E' finita, è finita.