IL SECCHIO BUCATO # 1
Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.
Quando qualcuno mi chiede come va, come sto, mi impappino sempre.
Anche perché spesso quello lì si risponde da solo come gli piacerebbe sentirsi rispondere da me. La formula che depista è molto diffusa: Ma lo sai che ti vedo proprio bene? e dopo questa premessa, come faccio a deluderlo?
Però allora non chiedermelo, scusa, se poi sei sicuro che sia una domanda retorica, o ti fa comodo crederlo. Per forza mi viene d'obbligo recitare la mia parte, in questo copione di convenevoli, e la mia parte è in genere quella della spalla, che la battuta la prepara, la sostiene, in sostanza la cede. Cede spazio e precedenza. Infatti rispondo sempre che sto bene, per stare al gioco e per non far afflosciare la scena.
A volte, quando mi prende un delirio di maligna strafottenza, me ne esco addirittura con un clamoroso benone, che poi è la boutade che spiazza di più, ma se l'altro è appena un po' scaltro non ci casca: meglio far finta di niente, abbozzare che sia vero, verissimo, e congratularsi, perfino.
Il più delle volte però basta un bene, bene ripetuto con lieve fretta, quasi un invito a sorvolare sull'ovvio: infatti rassicura molto e aiuta a passare oltre.
Solo in casi rarissimi, quando mi prendono alla sprovvista e ritardo a inserire gli automatismi di circostanza, mi esce un incerto insomma sai, così così, cui subito rimedio imprimendo alle parole una leggerezza amichevole che smonta tutto. E si riparte più sollevati entrambi.
Poi in realtà non sono così tanti a rivolgermi questa domanda. In famiglia, per esempio, non si usa. Lo faccio io, regolarmente, ogni mattina, mano a mano che qualcuno si alza e scende a prepararsi una tazza di qualcosa, che poi consumerà beninteso in camera sua e a porta chiusa. Ma siamo tutti adulti, no?
Lo faccio, chiedo subito come va, e con questo sottintendo la mia (apprensione? no, non credo) il mio affettuoso interesse verso il loro benessere. Vorrei solo sapere come è andata la serata fuori, se hanno dormito bene, se oggi sarà una giornata di impegni seccanti oppure di cose buone.
Ma è davvero un incomprensibile equivoco che loro la scambino per una formula automatica: non gli passa neanche per l'anticamera del cervello che tutto ciò che li riguarda mi coinvolge affettivamente ogni volta come se fosse sempre nuovo, che tutto ciò che dico quando parlo con loro, anche frasi elementari e banali, è tutt'altro che neutro. Come potrei essere neutra nei loro confronti, è così difficile capirlo? Capire il concetto di legami di sangue?
No. No no. Pare proprio che nella mia famiglia questo genere di domande sia ritenuto stucchevole e superfluo: come se imperasse la comoda convinzione che basti guardarsi in faccia per ottenere la risposta senza formulare quella domanda.
Eppure con me non è poi così facile, guardarmi in faccia dico, dato che sono sempre in movimento; ma già questa è la risposta, evidentemente, poiché è chiaro che una persona in piena e continua attività dimostra già con questo di non avere problemi degni di un semplice, minimo, innocuo come stai. Oppure trovano ancora meno faticoso dare per scontato che resti valida l'ultima risposta di chissà quanti anni prima, e cioè guardacaso (ma è mia scelta e quindi mia colpa) la stessa e l'unica che inevitabilmente adotto di default: bene, bene. Pura praticità: non amo perdere tempo.