giovedì, 16 febbraio 2006

IL SECCHIO BUCATO # 10

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Dal dentista va per le lunghe. Il paziente prima di me sta dando qualche problema, e il dottore in queste cose è molto flemmatico, si prende tutto il tempo.
Il salottino dove si aspetta è un altro di quegli ambienti incomprensibilmente sottoilluminati, a causa della porta finestra che, seppure ampia, si affaccia su un giardino troppo zeppo di vecchie piante, e della vetustà di tutto l'appartamento, che risale a quando si usavano soffitti troppo alti e lampadine troppo deboli. Mi sono portata come al solito da leggere, ma dopo un po' metto da parte il libro e mi lascio andare a una specie di assopimento. Guardo la luce esterna illividire di quarto d'ora in quarto d'ora. Arrivano altre due persone, saluti mormorati e passo discreto, poi silenzio assorto, ciascuno sulla propria poltrona. E silenzio anche tutt'intorno, dal corridoio non arrivano rumori, i ronzii, le vibrazioni. Niente. Come se la casa fosse deserta e noi lì in attesa solo che passi del tempo. Dopo un po', è come se fosse svanito il motivo per il quale siamo lì, noi tre sconosciuti e beneducati, a dividere un pomeriggio semibuio in quella stanza di nessuno, nella casa di nessuno; come se da qualche parte fosse stato disegnato questo mondo parallelo appositamente per intrappolarci dentro qualcuno e distorcerne la realtà; come se chi vi entra non possa più uscirne, a verificare che il mondo precedente, di luci sull'asfalto e di vento sul collo e di sensazioni materiali, esiste ancora e continua a girare secondo un noto orologio.
Tutto perché è novembre, e i pomeriggi durano un'eternità.
Ad un certo punto indefinito di questa eternità, vedo me stessa attraversare il confine tra penombra e luce al neon. Il dentista è giovane, dotato di una pacata efficienza e soprattutto circondato da una solida e molto materica realtà, identificata dal nitore degli oggetti e dalla precisione di tutti i contorni. Ogni gesto adesso segue un ordine riconoscibile e rassicurante, prende il suo posto nell'indeterminatezza dell'ora. Risulta prevedibile e sensata anche la sua domanda Come sta? che nella circostanza si giustifica da sola e soprattutto consente una risposta sincera, la quale però anche stavolta è quel bene, bene che in genere uso per dissimulare. Ma è la verità, e non potrei dissimularla proprio a lui che la smaschererebbe subito: i miei denti stanno bene, e qui è solo di loro che si sta parlando.
Mentre verifica con molta professionalità, mi racconta simpaticamente che è in partenza per Boston, un congresso mondiale. Si interrompe un attimo con un ferro levato per aria a indicare la musica che esce in sordina da uno stereo. Se la ricorda, questa? E' Aretha Franklin. Sì che me la ricordo. Meglio, mi ricordo di me che la ascoltavo, mi ricordo di quando e dove la ascoltavo. Lui riprende la sua ispezione con gli occhi sorridenti di piacere; glieli vedo sopra la mascherina. I suoi gesti, le sue mani, sembrano presi dalla musica e forse ballerebbe.
Quando poi esco (Tutto a posto, solito controllo fra un anno), fuori trovo davvero un mondo nuovo. E' perfino piovuto, ma solo fuori, nel mondo vero, e la sera in città luccica di fari e vetrine. I passi sul selciato hanno un bel rumore secco e distinto, passi di molte persone, di gente in spostamento, con giacche di colori diversi, ombrelli ondeggianti, gesti, voci, scalpiccii, motori, clacson, odore di fumo e di foglie umide, e all'angolo del viale quello di una cordiale e sfavillante pasticceria.

 

 

postato da: bucciadimela alle ore febbraio 16, 2006 08:03 | Permalink | commenti (7)
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venerdì, 03 febbraio 2006

IL SECCHIO BUCATO # 9

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Nel giardinetto che fa angolo, su una panchina al sole, una donna più o meno della mia età sta leggendo un libro. Ha capelli ariosi e scomposti, porta occhiali lievemente ombreggiati e tiene accanto una borsa dall'aria molto vissuta. Chissà cosa legge. Deve piacerle molto. Mentre legge, il mondo si è fermato, per lei.
Invece di avvicinarla, proporle di fumare insieme e chiederle di parlarmi del suo libro, come sento che sarebbe nell'ordine naturale delle cose o anzi addirittura indispensabile, mi affretto al parcheggio. Ho finito le mie commissioni. Torno a casa. Adesso ho voglia di scrivere.

Mi chiamo Paola. Ho quarantacinque anni, oppure quarantasette. Bionda naturale, primi capelli bianchi, si notano poco, capelli mossi che non stanno mai a posto, non me ne occupo più di tanto, lascio fare, mi fanno compagnia, li sento muoversi nell'aria intorno alla testa, al viso, alla nuca, sono come un bel cappello, di quelli con fiori e nastri che danzano quando c'è brezza in riva al mare. Da ragazza ho portato gonne larghe, lunghe, svolazzanti e fiorate, e stivali da cowboy e scialli da piccola fiammiferaia. Ho dato una debole partecipazione a scioperi e cortei. Ho preparato esami su una panchina pur di non stare in casa in periodi di insofferenza verso mia madre. Acqua passata. Ora indosso gonne a tubo e spesso nere, e sulle panchine leggo Kerouac, come allora, ma anche Pennac, Saramago e Rosetta Loy.
Mi chiamo Paola, oppure Teresa. Faccio l'insegnante. Italiano e storia alle scuole medie. Non è più come una volta: i ragazzini non fingono nemmeno di impegnarsi sulle cose che non gli interessano, no, se le lasciano semplicemente passare sopra la testa, stanno seduti e annoiati a non pensare mentre io spiego davanti a facce assenti di perfetti sconosciuti, non hanno più il tabù del brutto voto o della brutta figura, sono organizzati secondo un codice non concertato, del tutto spontaneo, uno spirito di corpo, una tacita alleanza che neutralizza il potere virtuale dell'insegnante; hanno scoperto che basta dimostrare di non essere soggetti ad alcuno dei sani timori che si richiedono agli alunni e tutti i tuoi sforzi educativi diventano vani, sembrano patetici tentativi di imporre un ordine e delle regole che non attecchiranno mai. Dopo vent'anni spero ancora nel miracolo, ma quando avviene è perché in quel momento sono io che lo suscito in me stessa, infervorandomi a parlare di poesia - per esempio - come se la stessi scoprendo per la prima volta e con la stessa commozione di allora. Mi illumino io, di immenso. Per loro, lo scialbo riverbero di una lampadina da pochi watt. Difetto di trasmissione, programma inutilizzabile.
Mi chiamo come mi chiamo, e a un certo punto ho anche cambiato nome. Cognome. Ho conosciuto mio marito su un treno. Un incontro fra pendolari. Caffè di fretta al bar della stazione, il giornale che non c'è spazio per aprire a dovere nell'angustia degli scompartimenti affollati, il fiato sui finestrini come la nebbia sui campi fuori. Un sentimento tiepido. Siamo stati sposi tiepidi. E il tepore si è consumato in dieci anni. Siamo rimasti civilmente amici, in un rapporto tiepido anche questo. Lui poi si è trasferito per lavoro, io sono tornata senza rimpianti a vivere con mia madre. Stiamo bene insieme, abbiamo ruoli e affiatamento. Lei tiene la casa lustra e serena come la tana di uno scoiattolo. Io sono puntuale e prevedibile. Ci sorridiamo da due mondi leggermente diversi ma in affettuosa comunicazione: la porta è sempre aperta, la trasmissione è soddisfacente. Il pomeriggio esce spesso, ha impegni che le sono gradevolissimi: amiche vedove, la parrocchia, mio padre al cimitero. Poco prima che rientri mi ricordo di accendere la luce nelle stanze, perché le veda dall'angolo della strada e se ne riscaldi. D'estate va in mezza montagna con altri anziani, io invece mi faccio organizzare brevi viaggi culturali ma spartani. Quest'anno, Lisbona. Molto bella, e molto languida. Avvolgente. Anche a tratti stordente, come una musica araba. Ma l'aria dell'oceano la snebbiava, ne risanava la sottile morbosità.
Quando ho un'ora buca, a volte esco a fare due passi. Il mercoledì c'è mercato, mi capita di fare piccole spese. Porto a casa qualche sorpresa per mia madre, un posapentole, un tappetino nuovo per il bagno. Oppure mi metto a leggere su una panchina dei giardinetti, come oggi. Devo stare attenta perché il tempo mi passa senza accorgermene, ma mi regolo sui rintocchi del campanile. Stamattina suonava mezzogiorno quando è passata una signora con una giacca blu: con la coda dell'occhio mi sono resa conto che aveva rallentato per guardare me e il libro che avevo in mano, e per un attimo ho creduto che stesse per rivolgermi la parola. Invece ha proseguito. Non mi pare di conoscerla. Forse mi ha preso per un'altra persona.
Mi chiamo Paola, insegno italiano e storia. Ma ci sono molte Paola che lo fanno.

Ecco. Questo è quello che ho scritto oggi. E non so cosa voglia dire.

 

 

postato da: bucciadimela alle ore febbraio 03, 2006 14:38 | Permalink | commenti
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venerdì, 27 gennaio 2006

IL SECCHIO BUCATO # 8

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

E adesso ci starebbe bene un caffè. Volevo passare anche dalla biblioteca, a dire il vero, ma oggi apre solo di pomeriggio. Per forza: non ci va mai nessuno. A volte ho il dubbio di andarci solo io, per donare libri o per prenderne in prestito.
Quando ci vado, non c'è mai anima viva: dove sono gli studenti, i pensionati, i topi di biblioteca squattrinati? La signora anziana e sorda che sovrintende al vuoto di cultura è sempre seduta al suo tavolo, seminascosta dietro il monitor che guarda per ore con un'unica espressione, lo sbigottimento. Le hanno messo in mano un apparecchio che in lei genera solo sgomento, e l'hanno lasciata là a vedersela con l'incomprensibile. Le sue mani, afflitte da imprecisione parkinsoniana, sono buone solo a ricoprire i libri di plastica trasparente con estenuante lentezza, ma il loro tremito acquista la frequenza del panico quando si avvicinano alla tastiera.
La sua età e il suo handicap mi mettono in imbarazzo.
Ho preso l'abitudine di servirmi della biblioteca pubblica almeno una o due volte al mese, per ovviare alla difficoltà oggettiva di procurarmi libri freschi dato che nei paraggi non ci sono librerie.
Ma mi mette in imbarazzo.
L'ambiente è mal illuminato e pochissimo aerato, anche d'estate; le persiane sono sempre abbassate a metà, le luci serali sono giallastre, troppo alte, insufficienti. Sui tavoli di lettura mancano del tutto, bisogna farsi bastare quelle opache a soffitto. Non servono, in effetti. Nessuno si ferma a leggere in biblioteca, a nessuno verrebbe voglia di seppellirsi in quella tetraggine. Ci vorrebbero buone lampade sui tavoli, ci vorrebbe luce naturale di giorno, ci vorrebbero iniziative, serate di discussioni, di letture, di aggiornamenti. Ci starebbe bene anche, faccio per dire, un distributore di caffè, di bevande. E una bibliotecaria più sveglia, che sappia almeno cavarsela con quel computer, che non si metta in agitazione quando mi vede entrare perché non è abituata ad avere visite.

Insomma, mi offro quel caffè.
La barista chiacchiera con un pensionato seduto a un tavolino d'angolo col giornale spiegato davanti; sta sciacquando stoviglie e mi dà le spalle, così all'inizio non si accorge di me. Poi si gira e vedo subito che le do fastidio, che ha tutte le intenzioni di sbrigarmi in fretta e senza complimenti. Ho interrotto qualcosa. Stava chiacchierando, stava lavando bicchieri. Io voglio solo un caffè, decaffeinato e con la schiuma. Non voglio chiacchiere, non voglio distrarla. Non voglio rubarle niente. Voglio solo un caffè, ma se le dà tanto fastidio potrei anche uscire come sono entrata. Ormai l'ho ordinato. Peccato.
Mentre mi serve, di fuori comincia un certo trambusto, si è sentito un colpo di sirena vicinissimo. Il caffè schizza sul piattino e bagna la bustina di zucchero mentre lei gira intorno al bancone a gran velocità e esce per vedere. Il vecchio arranca per seguirla e le gambe della sedia grattano il pavimento; il giornale scivola giù. Resto sola a bere con calma la mezza dose rimasta - e senza schiuma, ché non c'è stato tempo - fissando dritto lo scaffale delle bottiglie di fronte a me.
Fuori si è raccolta un po' di folla, c'è anche la donnina dell'ufficio postale in prima fila. Un'ambulanza è ferma di fronte, ma attorno non c'è aria di emergenza: la barella non è stata estratta, l'autista si è acceso una sigaretta e parla con un curioso.
Mi avvio verso la macchina. Il tabaccaio è sulla soglia e sta commentando con una cliente: apprendo che una signora ha avuto un malore mentre era in coda per il pane, ma pare non sia stato niente, un imbarazzo di stomaco e molta scena. Mi rifornisco di una stecca, che mi viene posata sul banco con un rumore ovattato e familiare. Pago, esco, mi sbuccio un pacchetto e mi accendo la numero otto, o dieci o giù di lì.
Ogni tanto penso che, rinunciando al fumo, risparmierei poco per volta la cifra necessa-ria per il capriccio di un computer portatile. Mi piace come oggetto. Dubito che lo userei, se non per gioco o una volta ogni tanto, in condizioni abbastanza eccezionali; tuttavia mi attira come oggetto, lo trovo bello. Davanti a un oggetto bello, divento vergognosamente consumista. Mi innamoro di cose senza scopo.
Ma ho fatto due conti. Al ritmo mio di un pacchetto al giorno, mi ci vorrebbero qualcosa come nove mesi di astinenza totale; il doppio per un'astinenza del cinquanta per cento; la metà per un apparecchio scadente o usato. Comunque troppo. Il gioco non vale la candela.
Il fatto è che non ho altro su cui risparmiare.

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 27, 2006 22:53 | Permalink | commenti (7)
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giovedì, 19 gennaio 2006

IL SECCHIO BUCATO # 7

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Alle solite. In coda all'ufficio postale, una donnetta anziana col taccuino stretto al petto come un libro da messa mi attacca un bottone. C'è da aspettare, e quindi le do corda, offrendole un'espressione bendisposta; in pratica, mi lascio educatamente incastrare. Con smorfie di disappunto mi informa dell'increscioso contrattempo in cui è incorsa: è uscita di casa dimenticando le chiavi, e ora dovrà aspettare che rientri suo figlio dal lavoro. Stacca a mezzogiorno. Mi dice anche il nome della fabbrica e del mezzo col quale si sposta, un motorino. Manca un'ora buona, e lei è sulle spine perché ha la borsa con la spesa appesa al manubrio della bicicletta, e dentro c'è la mezza gallina da brodo che sarebbe dovuta diventare il loro pranzo.
Mi sento in obbligo di rincuorarla, facendole presente che simili dimenticanze sono normali e perdonabili e che al pranzo mancato potrà rimediare con qualcosa di veloce.
Non basta, naturalmente. Continua ad angosciarsi.
"Ma come ho fatto, ma cosa avrò nella testa..."
Intuisco la piega opportuna da dare al discorso, e la blandisco: 
"Succede a tutti, signora, soprattutto a noi donne che abbiamo sempre tante cose a cui pen"
Il sollievo con cui mi interrompe mi conferma che ci ho azzeccato:
"Vero vero, sempre tante cose, e la casa e il mangiare e le bollette, una poi si capisce che va in confusione, però mio figlio sa lui lavora in fabbrica e viene a casa stanco che ha fame e a me 'ste cose mi fanno star male, mi agito, mah, ormai cosa ci posso fare, la gallina la faccio per stasera, per forza, ci vogliono due ore sa, io la faccio andare piano piano con la cipolla la carota, gli piace tanto la gallina lessa a mio figlio, lui"
"Ma non è che qualche vicino la può aiutare, magari salire su una scala e vedere se c'è qualche finestra aper"
"Sì figuriamoci finestre aperte, no no, io chiudo sempre tutto, sto al piano terra, sono da sola io, mio figlio è sempre via e io ho paura dei ladri, degli zingari, chiudo tutto e ci mancherebbe, non si può non si può"
"Allora un fabbro. Chiami un fabbro. Ce n'è uno qua in paese, lo va a chiamare con la bicicletta e lui le apre la porta"
Come temevo, la soluzione troppo pratica e veloce non le garba: forse la deruberebbe dell'opportunità di potersi lamentare della disavventura e del piacere di raccontarla a una sconosciuta?
"No no il fabbro no, mi rovina la porta quello lì, poi mio figlio mi dice su di tutto e ha ragione, sono proprio senza testa, no niente l'unica è aspettare che torni con le sue chiavi, gli farò una frittata e ho ancora salame e prosciutto e i finocchi di ieri, qualcosa combino - ma sospira sulla propria disgrazia.
Ho capito, non se ne viene fuori. Non mi resta che sospirare anche io, per solidarietà.
Quando arriviamo finalmente allo sportello, lei si fa da parte e mi cede la precedenza, tanto non ha fretta. Un attimo dopo, ha risalito la coda a ritroso e si è appiccicata a un'altra vittima. E' pieno di anziani, stamattina. Ce ne sono alcuni seduti sulla panca vicino alla porta; aspettano seduti, neanche loro sembrano avere fretta. L'attesa alla posta era il piano del giorno, il programma rassicurante per la mattinata.
Quando esco, ho raggiunto una ragionevole certezza che tutta la storia delle chiavi sia stata inventata per attaccare discorso; c'è gente molto sola e non necessariamente vecchia o fuori di testa che passa il tempo ad attaccare discorso con gli estranei. Ne trovi in tutte le sale d'attesa, negli uffici, dal dottore; anche al supermercato, in coda, persone che non comprano niente ma girano a vuoto cercando solo un interlocutore di passaggio. Si riempiono la vita con parole al vento, con bugie pietose. Gente che non regge la solitudine, che ne ha paura. Che non sa come sfruttarla, non se lo immagina neanche che terreno sfruttabile possa diventare, in buone mani, in mani ingegnose. Ma come in tutte le cose è anche sempre questione di saperle vedere con fantasia. E' quella, piuttosto, che manca in giro. E' un optional ozioso, sembrerebbe. Eppure Dio solo sa quanto ti salva. A volte, mica sempre; ma val la pena provarci.

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 19, 2006 11:59 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 02 gennaio 2006

IL SECCHIO BUCATO # 6

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

L'esaurimento di mia madre, lo prendeva molto a cuore un medico di famiglia che avemmo per alcuni anni. All'inizio veniva per somministrare palliativi alla nonna, che era venuta a morire a casa nostra; era molto assiduo e so per certo che si adoperò con tutto il cuore e la competenza per renderle pietosa l'agonia. Mia madre ne uscì disfatta, e lui la ereditò come paziente, dedicando a lei le successive assiduità. Non ne ricordo il nome, ma è stata una presenza critica in una certa fase della mia vita. In qualche modo, il suo arrivo mi donava il sollievo di potermi distrarre almeno temporaneamente dall'assistenza psicologica che la mamma richiedeva da me, peraltro allora ancora bambina e - aggiungo - alle prese con il trauma della pubertà, i cui misteri non mi erano stati preannunciati e che dovetti spiegarmi da sola (come? leggendo l'enciclopedia, diamine! autarchicamente, no?).
Veniva, dunque, quasi tutti i giorni, quando gli pareva, quando poteva o quando qualcosa lo spingeva, forse la paura di arrivare troppo tardi. Le aveva prescritto, inizialmente, dei farmaci, pastiglie, che in famiglia venivano definiti tout court calmanti (i calmanti della mamma, li ha presi oggi la mamma i suoi calmanti?) anche se a occhio e croce non era di calmanti che aveva bisogno quel suo stato perenne di prostrazione e apatia. E poi piangeva molto, e quando smetteva piagnucolava e sospirava. Questo faceva.
Oltre ai farmaci, ai calmanti, il dottore prese a somministrarle larghe dosi di psicoterapia spicciola sotto forma di lunghi colloqui privati in una stanza a pianterreno che serviva in genere da guardaroba; dalla porta chiusa si percepiva, passando per l'ingresso, il mormorio monotono e rassicurante della sua voce paterna, alternato ai tetri piagnucolii di lei che finivano in gran soffiate di naso. Ogni tanto, per punirci, lei ci metteva al corrente del contenuto di questi colloqui. Lo faceva a tavola, mentre mangiavamo già di malavoglia e sotto i nostri incubi quotidiani. Le piaceva spiattellarci con astio la diagnosi che il dottore aveva enunciato, e che si condensava in una frase che non ho mai più dimenticato: "Curare lei, signora mia, è come versare acqua in un secchio bucato".
Intendeva veramente, il buon dottore, accusare le circostanze esterne dell'inanità delle sue cure, oppure questa era solo l'estrapolazione di ben altro contesto, la versione che lei preferiva per stornare da sé le responsabilità del suo male e accollarle alla malvagità del mondo, attribuendo a noi familiari il ruolo di suoi più perversi rappresentanti?
Più avanti ho spesso ripensato al significato di quella similitudine, e solo da adulta ne ho trovato una chiave soddisfacente.
Mia madre era veramente un secchio bucato.
Il bene che le veniva versato dentro, sotto forma di piccole felicità domestiche, di affetti, di premure, di soddisfazioni, lei lo lasciava sfuggire dal buco sul fondo. Non tratteneva, non discerneva. Aveva una specie di setaccio mentale distorto in cui restavano raccolte solo le negatività. Vocazione al martirio, la definivo in segreto.
Esistono persone fatte a questo modo: re Mida al contrario, capaci di trasformare in male e sofferenza anche ciò che per chiunque altro è invece bene e conforto. Convivere con loro può contaminare profondamente la percezione della realtà. La mia, per esempio, ne è uscita con le ossa rotte, e difendere ciò che ne resta è tuttora un impegno quotidiano. Perciò, anche perciò, scrivo.

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 02, 2006 22:54 | Permalink | commenti (2)
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martedì, 27 dicembre 2005

IL SECCHIO BUCATO # 5

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Mi sbuccio un'arancia, in piedi accanto alla finestra della cucina. Nel secchiaio ci sono i resti di una merenda, una tazza con due dita di tè avanzato in cui si è disfatto un biscotto.
Nei film si vedono spesso personaggi che scrivono a macchina o al computer tenendosi vicino un bicchiere di qualcosa, di solito tazze alte e strette col manico. Lo scrittore tradizionale, soprattutto se è americano, va a caffè, caffè americano si intende, anche perché l'espresso che Dio comanda non si presta a bevute dilungate nel tempo; lo scrittore maledetto, più facilmente a birra, ma allora direttamente in lattina, che poi schiaccia con una mano e lancia in un cestino, ben attento a mancarlo per accentuare la trasgressività. La scrittrice di successo rilegge sorbendo con lenta delizia una tazza di tè che tiene con entrambe le mani (e ci si scalda); quella ispirata ha molta sete ma non si interrompe per bere, aggronda la fronte e fa smorfie con le labbra, poi si alza di colpo tutta spiritata e va ad aprire il frigo senza tuttavia trovare ciò che cercava.
Io preferisco alzarmi dalla scrivania ogni tanto e cercare sostegno in una sigaretta, fumata disciplinatamente all'aperto. Un tocco di virtù a un gesto vizioso, il massimo che concedo. Di rinunciare, non se ne parla: ho acquisito una media dipendenza, e da esperienze passate so bene che l'unico risultato ormai sarebbe come minimo di sostituirla con un'altra dipendenza, oppure con uno stato di privazione intenso e intollerabile che al momento non ho nessuna intenzione di affrontare. Ci sono quotidianamente situazioni, non solo di quelle penose, che creano una tensione crescente, e se ho ripreso dopo molti anni a fumare è perché ho verificato che la prospettiva di una sigaretta al termine del tunnel, della crisi, spesso mi fornisce motivazioni altrimenti inconsistenti.
Sulle scrivanie degli scrittori dei film, accanto alla tazza del caffè lungo e americano ci sono da uno a tot posacenere stracolmi, cosa che peraltro trovo abbastanza nauseante. Meglio due passi all'aperto, in giardino o sotto il portico se piove; serve anche a snebbiare, a cambiare prospettiva. E poi l'immobilità davanti al computer è l'unico aspetto del mio lavoro che mi risulta difficile da sostenere a lungo.

Insomma, qualcosa di vizioso, nella vita di uno scrittore, ci sta bene. Non è solo coreografia per film, è proprio una necessità esistenziale, una quota indispensabile del bagaglio. Una vita asettica è come una lastra di marmo, fredda, levigata e inerte, la pulisci con niente, con una passata di straccio che dopo scopri pulito, non c'è da scrostare, grattare, scalpellare. Una vita esente da scossoni e precipizi al massimo ti fa scrivere filastrocche per l'infanzia o novelle vacue per signore. Per scrivere romanzi che dicano qualcosa, bisogna aver provato almeno alcune sofferenze fondamentali, aver incontrato il marcio e non averlo scansato. Uno non diventa scrittore se non sa cosa siano gli errori e la disperazione; al più, diventa insegnante di italiano e corregge l'ortografia su temi di ragazzini più inquieti e talentuosi di lui. Un minimo di nevrosi è tutto ossigeno, nel bagaglio di uno scrittore; la malattia mentale vera e propria, poi, a volte può fare miracoli.
Mia madre aveva l'esaurimento nervoso. Ci deve essere nata, perché in casa se ne è sempre parlato. Era la sua aureola, il suo biglietto da visita e la scusante universale. Era anche motivo di infinito disprezzo da parte di mio padre, lui ci andava in bestia.
Era, lui, un irascibile, che si è gradualmente moderato solo con l'età avanzata e solo esteriormente, per limitazioni essenzialmente fisiche. Nel senso che ormai gran parte delle sue energie sono finalizzate alla sopravvivenza, intesa come conservazione della salute, dei suoi innumerevoli egoismi personali e delle sue ossessive abitudini che lo puntellano in vita. La morte della mamma anni fa gli ha tolto dalle mani forse il principale dei motivi e degli stimoli, quello per il quale più puntualmente perdeva la ragione; ora ne cerca altri dove può, dove riesce, e ne trova facilmente anche là dove gli altri vedono tutt'al più risibili seccature: prima di tutto, le riunioni di condominio, i rapporti con i vicini e i modi a suo parere poco affabili dei negozianti. Uno spreco di collere e astiosità, ma evidentemente è tutta adrenalina che gli tiene giovane il sangue.
Lo faceva andar via di testa che mia madre avesse sempre bisogno di tutto e non sapesse fare niente da sola; lei era una che chiedeva sempre, che delegava il più possibile. Lui al contrario si è fatto un dovere imprescindibile, scolpito nel marmo eterno, di non avere MAI bisogno di NESSUNO.
Crescere tra questi due estremi mi ha comportato delle belle difficoltà. A parte il fatto che la cosa mi imponeva di schierarmi per l'una o l'altra delle due posizioni (talmente opposte da generare un irrimediabile smarrimento), la situazione mi metteva sulle spine di fatto per l'impraticabilità di qualunque richiesta di aiuto: un bel dilemma, rivolgersi a un padre che non ammetteva debolezze o a una madre già incapace di risolvere le proprie?
Il problema della mia falsa sicurezza ha avuto senz'altro origine tra questi due scogli gemelli della mia prima infanzia, e persiste tuttora anche se l'esperienza mi ha insegnato a tenerlo sufficientemente sotto controllo. Non c'è dubbio tuttavia che questo squilibrio sia entrato precocemente a far parte - e con non pochi effetti -  del bagaglio di storture cui attingo per scrivere. Sono fagotti di rottami, fardelli di cocci, quelli che mi porto dietro. Ma quando le dita mi corrono come adesso su una tastiera e le idee mi ingombrano la testa fino a farmi perdere la nozione di altre necessità vitali, ringrazio la malasorte, e così sia.

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 27, 2005 21:35 | Permalink | commenti
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venerdì, 23 dicembre 2005

IL SECCHIO BUCATO # 4

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Che poi scrivere è una cosa che faccio comunque, va detto, una cosa che ho sempre fatto anche in periodi migliori. Ho scritto storie che qualcuno ha letto, romanzi intendo, e un piccolo numero di persone mi conosce; ciò significa che perlomeno la mia identità di scrittrice, seppure di nicchia, è ben definita anche mio malgrado, e questa è la realtà dei fatti, quella che comunque resterà a sopravvivermi.
Tuttavia credo che una scrittrice vera dovrebbe avere più rispetto per se stessa, e sentirsi tale e comportarsi come tale - e in tutta naturalezza - dalla mattina alla sera: tutte quelle che ho conosciuto, perlomeno, si regolano così. E dubito che sia solo apparenza, anzi sono portata a credere che lo facciano davvero, che sappiano farlo perché sono, semplicemente, molto più brave di me: sicure, indipendenti, presenzialiste. Deve essere un mio errore interno, quello che mi impedisce di sentirmi come loro; oppure, sono loro che possedevano già in partenza la necessaria dose di spavalderia.  O autostima, tasto dolente.
Io invece sono una donna che scrive e pubblica, sì, ma - come dire - in nero.
L'ho detto anche a qualcuno che me ne chiedeva: scrivere è il mio secondo lavoro, quello in nero. Addirittura pubblico sotto pseudonimo, per difendermi da qualsiasi forma di visibilità che non sia strettamente necessaria, tanto è vero che moltissimi miei conoscenti, inclusi i vicini, la sarta e la stessa Dorotea, ignorano del tutto che io scriva, e mi pensano esclusivamente per quel che appaio: una casalinga piuttosto riservata, tutt'al più con un background culturale lievemente superiore alla media della categoria.
Il mio lavoro ufficiale, l'occupazione che ho sottoscritto per matrimonio, è pressoché a tempo pieno, e tuttora, malgrado i decenni di allenamento e un sostanziale allentamento dei legami affettivi, riesce a riempirmi di preoccupazioni e responsabilità buona parte della mente e della giornata.
Però io, a questa cosa dello scrivere, ci penso continuamente; mi sveglio di notte, e ci penso. Penso che devo scrivere come altri devono stendere relazioni o costruire case o guidare autobus. Meglio ancora, come i ragazzini che devono fare i compiti di scuola ogni giorno per il giorno dopo. Quest'ultima è la similitudine più azzeccata. Dentro di me c'è un'inquisitrice che controlla se sto ai patti con me stessa, e il patto di scrivere l'ho stretto talmente tanti anni fa che posso ben dire che sia nato con me, con la mia coscienza; ma è un patto in nero, senza salario né assicurazione né sindacati né un pezzo di carta che mi legittimi quando rubo a me stessa del tempo per cercare di onorarlo.

Ma tornando a come sto, e al fatto assodato che sto tutt'altro che bene se non addirittura piuttosto male, negli ultimi giorni ho creduto di toccare davvero il fondo o almeno di vederlo vicino come non mai, e per questo ho deciso di salvare il salvabile ributtandomi nella scrittura. Mi sono detta: dai ragazza, organizzati un attimo, ristabilisci le priorità una volta tanto a tuo vantaggio, molla qualcosa e vedrai che magari neanche se ne accorgono. Mentre mi maceravo nell'afflizione del senso di colpa, la soluzione si è presentata sul calendario, che in verità seguo poco, sotto forma di festività infrasettimanale accompagnata da tempo uggioso - e uggiose anche le intenzioni in generale. Un Ognissanti plumbeo da starsene chiusi in casa senza grilli per il capo, senza picnic tardivi nei giardini, senza clacson di gitanti né niente altro, solo vetri grigi, davanzali piovosi e vuoti, plaid sul divano e lunga sonnolenza per tutti.
Ma non per me.
Infatti sono qui e scrivo, o almeno ho di fronte questa inaspettata opportunità, un pomeriggio senza interruzioni. Quindi scrivo, o meglio scriverò. Devo solo cercare di chi e di cosa scrivere, un po' come ho fatto fin qui parlando della Dorotea o della signora Livia che fa la sarta.
Il problema adesso è individuare di che altro mi farebbe bene scrivere, per oppormi al mio insistente disagio di vivere, per riallineare quelle due identità in urto dentro di me. I loro profili aggrottati sono il segno di un vuoto di armonia, la condizione peggiore per qualunque creatività.

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 23, 2005 08:47 | Permalink | commenti
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lunedì, 19 dicembre 2005

IL SECCHIO BUCATO # 3

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Uno che invece evita intenzionalmente di chiedermi come sto è mio padre. Diverso tempo fa me lo ha addirittura annunciato, che avrebbe smesso di farmi questa domanda, e il motivo è che teme sempre che gli risponda una bugia (il mio famoso benone) e ancora di più teme invece che gli risponda la verità, cioè male, e in quel caso lui, in quanto padre, non avrebbe cuore di sopportarlo. Dice.

Lo capisco perché lo conosco.
Su come invece giudico io la cosa, magari sorvolo, perché se mi metto a parlare di lui e del nostro rapporto la faccenda potrebbe prendere una piega antipatica.
Del resto a nessuno fa piacere sentirsi rispondere sto male, perché implica spiegazioni e impone un coinvolgimento, giusto? E sono esattamente le due cose che cerco sempre di evitare: spiegazioni da parte mia (troppo complicato) e coinvolgimento da parte del mio interlocutore (potenzialmente imbarazzante).

Comunque quando lo chiedo a me stessa, come sto (e ciò accade decisamente più spesso del necessario), posso permettermi il lusso di rispondermi in tutta sincerità quel piuttosto male che identifica il mio stato attuale. Tanto la cosa si ferma lì, alla presa d'atto.
Succede a tutti, di avere periodi in cui ci si sente - come dire - mal collocati; immagino assomigli al disagio da sottooccupazione di certi laureati che si adattano a lavori di ripiego, o all'imbarazzo di certi anziani poco sufficienti che si sentono ospiti indesiderati presso i familiari. Solo che in quei casi la malaoccupazione è uno stato concreto e plausibile, mentre quello che provo io attualmente è una sensazione legata a un indefinibile disaccordo con me stessa. Una cosa tra me e me, in cui non entrano altri e neppure circostanze. Una fase di conflittualità privata, con qualche aspetto montante di rigetto come succede con organi impiantati in un corpo maldisposto. E' come se dentro di me ci fossero due identità che non combaciano, anzi che si guardano con ostilità come se ognuna incolpasse l'altra di sopraffarla, e nessuna delle due trova la mossa giusta per emergere, oppure almeno per chiudere in pareggio.
Devo assolutamente tentare una riconciliazione. Questo stato perdura ormai da un bel po' di tempo e, siccome la cosa alla lunga deteriora e si deteriora, adesso sto cercando un modo di uscirne o almeno di recuperare condizioni di sufficiente vivibilità e accordo con me stessa e le mie realtà. E il modo migliore, da quando ho imparato a scrivere, è appunto scrivere. Nelle intenzioni, dovrebbe servire a raccogliere le idee e a focalizzare l'origine del mio malessere, e del resto è anche un metodo tutt'altro che originale caldeggiato da molti psicanalisti, che il diavolo se li porti tutti.

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 19, 2005 17:49 | Permalink | commenti
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sabato, 17 dicembre 2005

IL SECCHIO BUCATO # 2

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Poi chi altri c'è: non molto, incontri del tutto accidentali fuori di casa, persone con cui ho per lo più contatti superficiali o necessari, e allora è la cortesia corrente a imporre a entrambe le parti l'irrinunciabile domanda. Circostanze che evito quanto posso, a costo di svoltare un angolo. Non amo nemmeno chiacchierare con gli estranei, e troppe delle persone che conosco sono in realtà solo degli estranei. Estranei che tuttavia, vai a capire, davanti alla mia faccetta per bene e comprensiva e alla mia etichetta di scrittrice si sentono a loro agio al punto di confidarmi, non richiesti, intere e polpose fette delle loro vite. Gente mai vista, anche in autobus o nei negozi, che mi subissa di racconti privati. So molte cose di molti sconosciuti, che peraltro mai mi sognerei di contraccambiare. Ispiro fiducia, devo avere l'aspetto della confidente paziente e leale, ligia alla riservatezza e capace di cogliere l'importanza dei fatti loro. I miei - i fatti miei - sono al contrario un'eventualità insignificante nella ruota dell'universo. Il che non è nemmeno tanto lontano dal vero.
 
Il mio postino. Si può dire che ho seguito per intero l'iter universitario dei suoi due figli, e ho quasi assistito materialmente alla nascita del suo primo nipotino. Congratulazioni, e come si chiama e stanno tutti bene vero? Recentemente è andato in pensione, e direi che avrà avuto sì e no cinquant'anni, portati malissimo è vero, ma insomma un'età inferiore al minimo della decenza. Mi portava pacchi e raccomandate e mi raccontava le cose sue tutto festante, perfino, mentre firmavo; e intanto il suo motorino buttava fumo e scoppiettava da costringerlo ad alzare la voce per farsi sentire. Confidenze gridate sul cancello.
La sarta ultrasettantenne zoppa e artrosica che mi accorcia orli di vestiti fuori taglia mi sta praticamente dettando la sua autobiografia a partire dalle gesta dei suoi vecchi, personaggi mitici, detentori di virtù passate di moda. L'ultimo argomento riguarda la zingara che - ormai mesi fa - le è entrata in casa e ha tentato di rubarle cose, non so bene cosa, ah sì, soldi dalla borsetta che stava in camera. Pare che abbia neutralizzato la serratura con una scheda telefonica mentre lei, la sarta, era in bagno, dove ho cominciato a capire che passa molto tempo: è sempre in bagno quando ritarda a rispondere al telefono o ad aprirmi il portone. Suggerirei una scusa meno privata, magari. A meno che non usi questa per nascondere di essere un tantino sorda; si intende che in questo caso mi vedrebbe più solidale, ma forse trova più confidenziale mettermi a parte anche delle sue abitudini più intime.
 
Una che mi chiede sempre come sto è la Dorotea, quando arriva il lunedì mattina verso le otto. Le apro e la aspetto sulla porta mentre raccoglie il secchio della spazzatura svuotato e risale il vialetto già sorridendomi.
Come sta?
Me lo chiede in un tono che ha tutta l'aria di essere sincero e ansioso di saperlo sul serio. E' il suo saluto, sostituisce il buongiorno e vale molto di più. Se sarà un buon giorno, si vedrà, che diamine, è appena cominciato. Ma come sto è una notizia più seria, risale al passato e lo chiarisce, lo analizza, ne fa una confessione. Anche se le rispondo invariabilmente bene, bene, in quel momento sento che un essere umano che con me non ha obblighi di sangue si sta spontaneamente interessando a come me la sono passata dall'ultima volta che ci siamo visti, una settimana prima, quasi che da allora avesse pensato ogni giorno almeno qualche volta proprio a questo, a me e ai fatti miei, interrogandosi con una punta di preoccupazione.
Questa Dorotea, lo riconosco, è un po' un'apprensiva, e non può fare a meno di preoccuparsi. Perciò si preoccupa anche per me, che sono solo una delle tante persone che incontra ogni giorno, molte ma molte più di me. Lavora anche presso altre case e famiglie, hai voglia gente che vede. Dice però che da me si sente più contenta che altrove perché la tratto bene e non mi arrabbio mai. Dice che da me non si sente mai in ansia perché non le faccio fretta né le spio il lavoro, e che alcune padrone invece non sono mai soddisfatte e le conteggiano anche i minuti di pausa. Io invece la mando in pausa quasi d'autorità quando ho voglia di prendermene una anche io, e allora ci fumiamo una sigaretta insieme e in quei cinque minuti ci sentiamo profondamente complici.
La Dorotea viene da un paese dell'est e il suo italiano è pieno di spropositi che nessuno le corregge, così quando capita lo faccio io e lei è tutta contenta e ripete le parole giuste finché le ha memorizzate. Giorni fa mi ha raccontato di un film che ha noleggiato; non ricordava il titolo, era più o meno la storia di una ragazza maltrattata dalla matrigna e via discorrendo, ma alla fine scopre di essere un'ereditiera e naturalmente finisce bene, con matrimonio principesco e vittoria sulla malvagità. Una specie, ha detto la Dorotea, di Cerontola, ma non era sicura della pronuncia. Le ho insegnato che si dice Cenerentola e ci siamo messe a ridere tutte e due, ma lei di più. Ho pensato che non è un nome tanto facile da ricordare.
E' brava la Dorotea. E' una di quelle donne veramente intelligenti di cui non si accorge nessuno. Non se ne accorge neanche lei, peccato; ma come potrebbe? E' sempre stata molto povera, è una donna sola e povera e in fuga, si può dire. Non ha mai avuto il tempo per fermarsi e accorgersi di essere speciale. Quando l'ho conosciuta, ho deciso che la mia missione nei suoi confronti sarà quella di suscitare in lei una maggiore autoconsapevolezza.
E lei Come sta? mi chiede ogni lunedì, e ci mette una piccola trepidazione quasi materna, che mi fa sentire sincera mentre le rispondo bene, bene, perché almeno in quel momento è esattamente così che mi sento, grazie a lei: bene, bene.

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 17, 2005 23:03 | Permalink | commenti
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giovedì, 15 dicembre 2005

IL SECCHIO BUCATO # 1

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Quando qualcuno mi chiede come va, come sto, mi impappino sempre.
Anche perché spesso quello lì si risponde da solo come gli piacerebbe sentirsi rispondere da me. La formula che depista è molto diffusa: Ma lo sai che ti vedo proprio bene?  e dopo questa premessa, come faccio a deluderlo?
Però allora non chiedermelo, scusa, se poi sei sicuro che sia una domanda retorica, o ti fa comodo crederlo. Per forza mi viene d'obbligo recitare la mia parte, in questo copione di convenevoli, e la mia parte è in genere quella della spalla, che la battuta la prepara, la sostiene, in sostanza la cede. Cede spazio e precedenza. Infatti rispondo sempre che sto bene, per stare al gioco e per non far afflosciare la scena.
A volte, quando mi prende un delirio di maligna strafottenza, me ne esco addirittura con un clamoroso benone, che poi è la boutade che spiazza di più, ma se l'altro è appena un po' scaltro non ci casca: meglio far finta di niente, abbozzare che sia vero, verissimo, e congratularsi, perfino.
Il più delle volte però basta un bene, bene ripetuto con lieve fretta, quasi un invito a sorvolare sull'ovvio: infatti rassicura molto e aiuta a passare oltre.
Solo in casi rarissimi, quando mi prendono alla sprovvista e ritardo a inserire gli automatismi di circostanza, mi esce un incerto insomma sai, così così, cui subito rimedio imprimendo alle parole una leggerezza amichevole che smonta tutto. E si riparte più sollevati entrambi.
Poi in realtà non sono così tanti a rivolgermi questa domanda. In famiglia, per esempio, non si usa. Lo faccio io, regolarmente, ogni mattina, mano a mano che qualcuno si alza e scende a prepararsi una tazza di qualcosa, che poi consumerà beninteso in camera sua e a porta chiusa. Ma siamo tutti adulti, no?
Lo faccio, chiedo subito come va, e con questo sottintendo la mia (apprensione? no, non credo) il mio affettuoso interesse verso il loro benessere. Vorrei solo sapere come è andata la serata fuori, se hanno dormito bene, se oggi sarà una giornata di impegni seccanti oppure di cose buone.
Ma è davvero un incomprensibile equivoco che loro la scambino per una formula automatica: non gli passa neanche per l'anticamera del cervello che tutto ciò che li riguarda mi coinvolge affettivamente ogni volta come se fosse sempre nuovo, che tutto ciò che dico quando parlo con loro, anche frasi elementari e banali, è tutt'altro che neutro. Come potrei essere neutra nei loro confronti, è così difficile capirlo? Capire il concetto di legami di sangue?
No. No no. Pare proprio che nella mia famiglia questo genere di domande sia ritenuto stucchevole e superfluo: come se imperasse la comoda convinzione che basti guardarsi in faccia per ottenere la risposta senza formulare quella domanda.
Eppure con me non è poi così facile, guardarmi in faccia dico, dato che sono sempre in movimento; ma già questa è la risposta, evidentemente, poiché è chiaro che una persona in piena e continua attività dimostra già con questo di non avere problemi degni di un semplice, minimo, innocuo come stai. Oppure trovano ancora meno faticoso dare per scontato che resti valida l'ultima risposta di chissà quanti anni prima, e cioè guardacaso (ma è mia scelta e quindi mia colpa) la stessa e l'unica che inevitabilmente adotto di default: bene, bene. Pura praticità: non amo perdere tempo.
postato da: bucciadimela alle ore dicembre 15, 2005 11:55 | Permalink | commenti
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