mercoledì, 14 maggio 2008

CI SARA' PURE UN SENSO

DiegoRiveraNudewithCallLilies1944

Dovresti vedere. I bambini nuovi nelle carrozzine, gli danno dei nomi come Emanuele, Irene, Sofia, e non sanno cosa significa; i cani senza casa che pensano un istante alla volta, frugano fiori di argine e cartacce di merendine; le donne che appendono le tende nei cortili e sbattono cuscini e tappeti; i merli che rubano vermi alla terra smossa dai nidi delle talpe miti e misteriose; i ragazzi con gli zaini e la fretta infilano le sette di mattina, gli occhi gonfi della musica della notte; le vecchie in ciabatte che mettono in un angolo una carta oleata con gli avanzi e un cerchio di gatti inselvatichiti gli si fa intorno, mangiano circospetti poi si disperdono scavalcando reti; i tir uno dietro l’altro si incrociano e si salutano coi fari lungo l’asfalto che taglia le campagne fra il Nord e il mare; i campanili che si alzano all’alba e si stirano al cielo da borghi di foschia; gli uomini col giornale nuovo piegato sotto il braccio e l’ansia di vincere gli pesa nelle tasche e gli conta il tempo; un garage spalancato e un’auto che luccica silenziosa col muso rivolto al cancello; vedove che stringono al manubrio fiori incartati nei ricordi indifferenti, e poi quando tornano dietro le finestre scostano una tendina e guardano in strada la vita passata che ripassa uguale; un vecchio sapiente che ferma il traffico con una paletta rossa e verde per far attraversare una corsa di grembiulini celesti. E le tortore accovacciate invisibili dentro i pini marittimi chiamano a caso, e sembra un lamento lugubre ma è come voce di donna che cantilena tra sé e le ore del giorno.
 
Ma non me li posso nascondere, non posso, io li ho visti e non li dimentico. Una madre giovane nella chiesa a tre navate, un vecchio che si aggirava come un topo intorno ai gigli immobili dell’altare, fuori il sole e dentro larghe strisce di freddo. Pregava quella donna, un bimbo senza capelli e la sua morte accanto; lo avrebbe tirato giù, quel cristo coi piedi e il cuore inchiodati, ucciso e già morto, lui, già lontano al sicuro, muto e cieco… una cosa, credimi, da non poter reggere, nascondersi e farsi pietra, non trovare il fondo dell’angoscia e scappare via dai dèmoni e le loro maledette maledizioni.
postato da: bucciadimela alle ore maggio 14, 2008 07:55 | Permalink | commenti (4)
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domenica, 06 agosto 2006

96%

Non sto a spiegare. E' un numero. Per me, un numero molto importante. Mi si è stampato in testa, nel cuore, dentro, dappertutto. E' il numero. 
Lo scrivo anche qui come fosse un promemoria, un post-it, o meglio ancora un monito, o una promessa della sorte. Vorrei dire: una speranza.
Una speranza cui manca un misero ma indispensabile 4% per essere una certezza.

(scusate, sono solo di passaggio questa sera, dopo una domenica che non porta da nessuna parte eppure non finisce mai)

postato da: bucciadimela alle ore agosto 06, 2006 21:30 | Permalink | commenti (12)
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domenica, 16 luglio 2006

La terza domenica di luglio, a Venezia si svolge l'antica e sentitissima festa del Redentore, che ricorda la fine della tragica pestilenza che decimò la città nel 1577.

E FESTA SIA

Per la mia festa stavolta organizzo stabilisco programmo insomma ordino tutto io. Che sia esattamente quella che voglio io, perché penso di meritarmelo, anzi: ci ho messo una vita per meritarmelo.
Intanto decido il giorno.
Sono stufa di essere nata in febbraio, tra il carnevale e la quaresima; che a guardar bene è uno sproposito che invece non sia nata in estate nel caldo. Scelgo luglio che è bello, il cielo è blu il sole è giallo poi c’è il mare che scintilla eccetera. Scelgo la notte fra il terzo sabato e la terza domenica, la metà giusta della notte, quando scoppiano i fiori del Redentore sulla mia città. E allora la festa la farò su una barca in laguna, con i lampioncini che dondolano e fluttuano disegni arancione sui visi degli invitati. L’aria mi sta bene un po’ afosa e con odore forte di canale fermo, ma non rinuncio a qualche refolo più azzurro se riesce a infilarsi tra San Giorgio e la Giudecca. Ci saranno vino e angurie al fresco dentro un secchio, e sarde in saòr che pizzicano e insalata di molluschi con tanto limone. E gelato al cocco, coi pezzetti dentro.
Inviterò gente a posto, che sa godere queste cose come me o in alternativa lo farà per me, per amor mio. Non sembri strano se non ci saranno parenti e familiari, tranne una; è che ci conosciamo poco e sarebbero imbarazzati. Ma gli altri, gli altri sì: sarà dura scovarli, là dove sono andati a finire, ma ho sia il tempo sia la tenacia che mi servono.
Mia nonna, l’unica del mio sangue, non occorre neanche chiamarla. E’ lì vicino, a San Michele, e quando mi sente viene subito. Viene sempre, lei. Ha già pronto il suo vestito nero coi fiorellini provenzali e il giro di granati sul collo magro e tiepido.
La suora della prima elementare, suor Maria Lucia si chiama, ancora adesso che forse è morta. Ma per il bene che ci siamo volute so che verrà. Magari sta solo finendo di invecchiare in qualche linda casa di riposo di quelle che tutte le suore hanno in posti tranquilli di mezza montagna. Magari ha ancora qualcuno dei miei primi quaderni a righe.
La mia compagna di banco del liceo, coi capelli ossigenati che i maschi la annusavano ma poi è rimasta da sola, eppure abbiamo passato dei gran bei pomeriggi a casa mia coi Bignami di storia e le spremute d’arancia e i 45 giri, e arrossivamo insieme di pensieri solo pensati.
Quel ragazzo che mi piaceva tanto perché mi sbirciava sul portone con occhi accesi e un giorno riuscì a tirarmici dentro e mi insegnò a baciare e ancora adesso se lo ricorda e per premio gli ho perfino dato il numero del mio cellulare, e quando lo accendo due o tre volte al mese dentro ci sono sempre messaggi suoi, guarda un po’ come non si cambia.
Quel medico brusco e buono che mi ha messo in mano la prima siringa e mi ha detto "adesso tocca a te, fammi vedere che mano hai", e per fortuna avevo proprio la mano giusta, così dopo avermi insegnato quella mi ha insegnato un sacco di altre cose più importanti tipo la compassione e la freddezza, che dio solo sa se mi sono servite e mi servono tuttora.
Quell’amica molto più vecchia di me che aveva più pazienza di mia madre, e con lei parlavo davanti al caffè in cucina e mi raccontava di suo marito che l’aveva tradita e lei lo aveva messo fuori di casa senza pensarci due volte e poi aveva cominciato a preparare pastiere per le figlie sposate e anche ad andare in palestra perché era, sì insomma, era grassa e un po’ mi invidiava.
Quel prete che mi perdonava sempre e la faceva corta perché si finiva a discorrere di musica, e mi avvisava ogni volta che c’erano le prove dell’organista e mi faceva entrare dalla sacrestia e ci sedevamo sui gradini dell’altare con le spalle a Nostro Signore e ascoltavamo come fosse pregare, o forse meglio.
Quella bambina che conosco solo io.
Quell’uomo che mi capisce al volo.
Quel cane che mi ricambia gli sguardi.
Quel libro che mi insegna a scrivere.
Gente così, voglio invitare. Gente che all’ultimo minuto non fa lo scherzo di non venire, che non gli interessa di ballare e far rumore, ma solo stare vicini, quasi uguali, senza tante storie e tanti perché. Le domande se le fanno gli sconosciuti, e le risposte non sempre sono sufficienti.
Voglio una festa del cuore,
e festa sia.


on air: Rondò Veneziano, Festa mediterranea
postato da: bucciadimela alle ore luglio 16, 2006 06:52 | Permalink | commenti (9)
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giovedì, 08 giugno 2006

OMAGGIO ALLE MIE FIGLIE

Siete state encomiabili.
Ieri avete dato il meglio di voi, in un'occasione che in genere i ragazzi della vostra età trovano spinosa e stucchevole: un funerale. Un funerale cristiano, voi che come me non credete in queste cose, voi che come me non concepite il culto della morte ma siete appassionate della vita.
Sono arrivata trafelata al seguito di due feretri - perché le nostre due zie hanno scelto di morire a distanza di poche ore una dall'altra, e insieme le abbiamo onorate e sepolte - e voi eravate lì, puntuali e impeccabili, in cima alla scalinata dell'Abbazia, a fiancheggiare come guardie del corpo o angeli custodi (sì, meglio angeli custodi) la zia superstite, novantacinque anni e poche ossa fragili per contenere un dolore che l'età non stempera. Non l'avete lasciata un attimo: era il vostro compito e non lo avete ceduto a nessun altro. E impeccabili, sì, in adidas, jeans, camicia bianca e golfino nero, ma perché il nero è il vostro colore ricorrente, non perché crediate in queste forme di lutto esteriore. In primo banco a vegliare su quella sofferenza contenuta, su quelle spalle da uccellino raccolte intorno a un cuore fatto solo di purezza, di fede, di forza d'animo, quella dei buoni e dei semplici e dei santi. A vegliare sul suo bisogno di raccoglimento e sui suoi gesti faticati, sui piccoli passi rischiosi con i quali si è accostata alla balaustra per la comunione e poi alla bara dell'amatissima sorella per l'ultimo bacio.
Poi, al suo fianco, altri passi, molto coraggiosi, quelli inarrestabili con i quali lei ha voluto seguire a piedi la cassa verso il cimitero di campagna, due chilometri abbondanti di viale tra i campi e sotto il sole, mentre tutti gli altri - tutti, anche vostro padre - ci seguivano sì, ma in macchina. E anche lì, al camposanto, ancora e sempre accanto a lei, a tenerle la mano, a controllare che le gambe la reggessero (e l'hanno retta, come l'ha retta il cuore), a difenderla dalle chiacchiere pelose degli altri, dal loro vischioso cordoglio che non ha saputo fare per lei neanche la milionesima parte della vostra dolcezza silenziosa, della vostra rispettosa assistenza.
L'avete custodita con amore e con gelosia, creandole intorno un'isola di silenzio in cui potesse dilatare - ma nei suoi modi riservati, da umile serva del suo Signore - un dolore privato cui nessuno può avere accesso.
Grazie per questo amore. Siete belle. Siete i miei miracoli, l'unico capolavoro della mia vita, il segno migliore che lascerò di me.
Vi amo quanto non si può dire: solo una madre lo sa.
postato da: bucciadimela alle ore giugno 08, 2006 09:30 | Permalink | commenti (9)
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domenica, 28 maggio 2006
Imagine che ti Imagine...
... ho trovato il posto dove vorrei vivere. Guardate com'è  bello:
E' proprio quello che fa per me: una veranda sulla spiaggia, abitata da gatti e col mare a due passi. Di esseri umani, neanche l'ombra. Se quel soriano mi fa spazio sul tavolino e quell'altro nero sulla panca, mi ci metto anche io in un angolo, con dei fogli per scrivere, dei libri da leggere, magari anche una radio o qualcosa che emetta musica, ma c'è già il mare e forse sarebbe superflua.
Al momento però non posso muovermi da qua, a causa di alcuni problemini.
Un problemino ha 95 anni, un altro 90, un altro 88, altri due ne hanno 86.
Cancro, depressione e deterioramento mentale sono variamente distribuiti fra tutti, in forme e entità diverse ma tutte tali da richiedere assistenza quotidiana.  E pare proprio che si siano scatenati tutti contemporaneamente: niente partenze scaglionate, insomma.
Inutile dire che ho preso a odiare cordialmente il telefono, soprattutto se squilla in piena notte.
I soli spostamenti che posso permettermi sono verso la casa di riposo, l'ospedale e l'hospice, con rare e fulminee scorrerie al supermercato per generi di prima necessità.
Nel frattempo, sono fioriti e profumano alla grande il caprifoglio, il gelsomino, le rose.
Nel frattempo, i miei gatti dormono tutto il giorno sparsi qua e là sul prato, e la notte rincorrono le lucciole.
Nel frattempo, conto alla rovescia per una laurea e per la pubblicazione del mio libro.
Nel frattempo, l'amore di un Uomo Speciale.
Non sono brava in matematica, ma credo che la somma algebrica dia ancora un risultato col segno più.
Quello che ha sicuramente il segno meno è il tempo, ma stasera ne ho trovato un avanzo per passare di qua, constatare che c'è, nel mondo dei blog, chi è capace di tanta amicizia da venire a lasciarmi un segno anche se da giorni non mi faccio viva.
A tutti, grazie.
Vi abbraccerei, se potessi.
Anzi, vi abbraccio lo stesso.
postato da: bucciadimela alle ore maggio 28, 2006 21:12 | Permalink | commenti (8)
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lunedì, 22 maggio 2006

Sono giorni balordi, di difficili equilibri. Vediamo se un po' di musica aiuta. Tipo questa: Imagine, di John Lennon. Per molti, la canzone più significativa del '900. Io dico solo che a me spezza il cuore.

Imagine there's no heaven
It's easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today

Imagine there's no countries
It isn't hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace 

You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will be as one 

Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world

You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will live as one

postato da: bucciadimela alle ore maggio 22, 2006 22:51 | Permalink | commenti (13)
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giovedì, 27 aprile 2006

ECCOLA QUA!

La stazione del paesetto da dove proveniva la nonna materna: Fara Novarese. La fotografia risale a... non so di preciso, direi un'ottantina di anni fa. E ne saranno passati una buona quarantina dall'ultima volta che sono andata lì. Così, preferisco ricordarmela com'era, con i suoi odori e la sua polvere, quando ci arrivavo da bambina per passare con la nonna il periodo della vendemmia.

E qui ce n'è un'altra. So che non interessa a nessuno, ma mi sento di fare un omaggio privato alla nonna Luigia, la figura femminile più importante della mia infanzia e ancora adesso il pensiero familiare che più mi dà sostegno nel bisogno. La nonna Luigia era un angelo.

(on air: Antonio Vivaldi, Concerto in fa maggiore RV 296, Largo - violino Giuliano Carmignola)

postato da: bucciadimela alle ore aprile 27, 2006 19:21 | Permalink | commenti (11)
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lunedì, 20 marzo 2006

FAI DA TE

C’è un punto esatto dove mi succede sempre la stessa cosa, e dio solo sa perché. Cioè, lo so anch’io ma devo averlo rimosso anni fa.
E’ la corsia dei detersivi al supermercato.
Prima di arrivare a metà sono già completamente dentro una crisi di panico.
E non c’è niente da fare, devo attraversarla. Cristo, devo fare la spesa, devo fermarmi a scegliere, devo ragionare, confrontare, tenere in mano la situazione. E siccome devo, lo faccio. E siccome lo so che di panico non si muore ma sembra, lo faccio. E siccome al panico l’ho giurata, lo faccio.
Pensare come sono rassicuranti tutti quei flaconi, belli perfino, e ognuno farà qualcosa per me, per la mia casa, le tende i pavimenti i vetri il bucato morbido, quelle cose lì così importanti. Certi hanno anche un profumo interessante, se riesco a resistere ne annuso qualcuno. Mi piace il limone, per esempio. Ecco, mi soffermo sugli odori, e anche sui colori.
Nel frattempo, chissà che passi una signora che ci vede poco e che mi chieda di leggerle i prezzi, così un po’ del mio panico si diluisce in qualche frase stupida.
Se poi è di quelle anziane che hanno piacere di parlare con qualcuno perché magari a casa sono sole, ancora meglio. Arrivo a scambiare qualche gentile osservazione sul niente, o sul poco, di cui sono fatte le nostre vite parallele. Ci guardiamo in faccia e ci leggiamo dentro certe cose molto simili. Certe fatiche, molto simili, e accettate.
Le leggo i segreti anche dentro il carrello: le cose che compra mi raccontano cosa fa fuori di qui. Come mangia, come si occupa di se stessa. Mentre finisco di percorrere quella maledetta corsia mi è quasi venuta la voglia di accompagnarla a casa, aiutarla a riporre le sue cose, prendere il suo caffè, ascoltare tutto il resto.
Il panico ti fa così, che a volte cerchi di uscirne entrando in qualcun altro, una persona più semplice di te, più rassegnata. E non è questione di avere un’espressione mite: anche il mio aspetto è inoffensivo, la mia è una faccia di cui ci si fida.
Sono io che non mi fido di me.
Oggi ha comprato latte biscotti caffè di sottomarca un pezzo di gallina una retina di arance. Sta cercando la varechina e gliela trovo io. E’ di quelle che ancora lavano con la varechina. Devo proprio farmi invitare su da lei e assaggiare quel suo caffè lungo, tiepido e probabilmente cattivo, perché sento che è una brava persona. Di quelle che non ti fanno l’analisi guardandoti nel carrello.
Le porterò la spesa di sopra, scale senza ascensore, e mi dirà di lavarmi le mani in un bagno piccolissimo tutto in ordine, e intanto metterà su la moka e tirerà fuori due tazzine buone, e poi mi farà sedere in cucina e sul tavolo ci sarà un centrino rotondo, e una vecchia foto sopra il televisore.
Mi parlerà dei suoi figli sposati e del marito al camposanto.
Avrà un gatto che dopo averci pensato su un po’ mi verrà in grembo e socchiuderà gli occhi obliqui perché io non ci guardi dentro.
A mezzogiorno tornerò a cercare dove ho lasciato la macchina, i surgelati si saranno sciolti e il panico anche.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 20, 2006 22:19 | Permalink | commenti (12)
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martedì, 21 febbraio 2006

LE DONNE

Le donne ficcano le tazzine della colazione nella lavastoviglie, si tirano una riga di rimmel sugli occhi attenti, si specchiano il rossetto nel retrovisore, rovistano un cellulare in borsa e mandano sms ai semafori.
Aprono porte con sorrisi seri e gambe decise, accavallano collant nerofumo sotto le scrivanie, appoggiano piccoli stretti occhiali in fondo al naso, giocano con le dita e i braccialetti.
Portano a casa sacchetti di lattine e insalata, stappano le bottiglie con cautela poi fanno scorrere molta acqua fredda sulle mani e ci mettono su un cerotto.
Raddrizzano i quadri e gli angoli del copriletto, e intanto gli si smaglia una calza e camminano a piedi nudi.
Accarezzano irresistibili oggetti di poco conto e fiori quasi aperti, ma con la punta delle dita come sanno fare loro.
Si riscaldano con una tazza in mano appoggiate al termosifone e aspettano pensando vago.
Con le amiche si raccontano bugie molto belle da inventare e da ascoltare, storie di uomini che le hanno lasciate e di molti altri venuti dopo. Si baciano con le guance, si tengono sotto braccio se piove, si aspettano davanti alle vetrine, poi non sempre entrano.
Con i bambini stanno attente, vorrebbero toccarli e prenderli in braccio, ma le madri non sono d’accordo perché poi piangono.
Comprano giornali da buttare sul sedile posteriore e più avanti nel cestino, sospirando di noia, ed esosi gioielli falsi agli ambulanti perché hanno un senso materno da esprimere, e come sovrapprezzo un sorriso di amicizia.
Inciampano in tacchi da sera con bocche splendenti per far contento chi le guarda, che si ricordi di loro per un attimo, anche se molto in là nel tempo.
Mentono innocenti o sviano le parole, ansiose di non far troppo male se non vengono comprese.
Ingoiano di nascosto pasticche per dormire o per dimagrire, vergognandosi un po’ di essere fatte così, diverse da quegli uomini che le vorrebbero diverse.
A quelli, agli uomini che attraversano le loro strade piene di sole e di voglie aggrovigliate, promettono di mantenere promesse non loro, e ci mettono il cuore; poi cade una stella e gli scivola di mano un piatto da asciugare e raccolgono cocci dimenticando di desiderare.
 
Gli uomini guardano come camminano e non sanno dove vanno. O gli contano gli anni negli occhi e poi si chiedono se c’è tempo. Oppure non vedono niente e si infilano in un bar a bere qualcosa da soli.
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domenica, 05 febbraio 2006

IL LIDO A FEBBRAIO

Alle dieci papà ci aspetta in fondo al binario 8. La parola d'ordine, oggi, è farlo contento in tutto e per tutto, mettergli a disposizione la giornata perché se ne ricordi a lungo, dopo a lungo averla sperata: siamo qua tutti e tre, i figli sparsi e divisi, ex-bambini in perenne infelice soggezione, ora cinquantenni ancora parzialmente infelici e ancora sufficientemente succubi, ma ormai più che altro della compassionevole tenerezza verso un padre che ci ha messo troppo ad accorgersi di noi e adesso ha pochi mezzi per recuperare gli anni perduti. Ma basta la salute, e se poi ci aggiungiamo un tanto di superiore ironia la cosa si può fare: si può fingere che vada tutto bene e che nulla di ciò che è successo nelle nostre vite abbia lasciato i segni irrimediabili che solo noi sappiamo, nel silenzio sincero dei ricordi spietati.

Con sorrisi leggeri - leggeri come la luce azzurra di questa mattina di incerto febbraio - ci avviamo in una Venezia smobilitata dai turisti e non ancora aggredita dal carnevale; le donne ben coperte portano sacchetti di spesa, gli uomini escono dai caffè col giornale sotto braccio, i vecchi si fanno guidare da cagnetti remissivi, ragazzi niente - sono a scuola - ma bimbi piccoli sepolti da sciarpe nei passeggini trasportati a braccia su e giù dai ponti. La pietra d'Istria rimanda echi di passi, i fornai profumano gli angoli di pane fresco e vaniglia di frittelle. Ho voglia di caffè, un caffè perfetto, di quelli che non si dimenticano, ma sono sola contro tre e rinuncio precipitosamente per non doverlo precipitosamente inghiottire sotto occhi impazienti.

Si passa un attimo da casa (in fondo a un campiello, alcuni gatti di una colonia felina riconoscono in nostro padre un loro quotidiano benefattore e mi concedono uno scatto)

per lasciare giù dei piccoli pacchi e dare a papà un giudizio collegiale sulla sistemazione a muro di alcuni quadretti che gli stanno a cuore: la mozione è presto approvata all'unanimità e con unanime soddisfazione. L'appartamento è una delizia di luce e serenità su tetti frequentati da gabbiani saggi e sedentari; ogni cosa è in ordine e splende come se quella casa fosse il paradiso finalmente raggiunto, e so che per mio padre lo è. Un po' tardi, ma finché dura.

Il programma, azzardato lì per lì, ma proprio per questo destinato a esito felice, è una gita al Lido, per rivederlo com'è in inverno e come ce lo ricordiamo dal nostro passato, da altri inverni isolani senza il chiasso dei turisti che si appropria dei silenziosi viali e giardini, degli stridi dei gabbiani fra le terrazze, della quiete delle villette liberty ombreggiate da magnolie. Il vaporetto della linea 1 impiega un buon tre quarti d'ora, percorrendo prima tutto il canal grande dove si incrociano rare gondole con famiglie asiatiche, e poi il bacino che si allarga scintillando fino all'approdo di santa Maria Elisabetta; come giapponesi, mio fratello e io scattiamo foto convenzionali di palazzi, di gomene, di pontili, quasi per riscattare le nostre proprietà perdute.

Imbocchiamo il Gran Viale degli alberghi chiusi e dei negozi in ferie; il poco passeggio è quello delle famiglie del sabato, e anche qui cani al guinzaglio e bimbi in carrozzine impellicciate, ma il sole è più franco e batte sulle palazzine bianche, sui vetri degli abbaini, sulle aiole di sempreverdi che spartiscono un traffico di poche auto. Al posto del circolo degli scacchi in cui nostro padre ci tradiva con la sua meticolosa passione, un grande magazzino; al posto del raffinato negozietto di sciarpe e cappelli, videogiochi e gadget; proliferano agenzie bancarie e bar mordi e fuggi, e all'angolo con la nostra vecchia strada lo storico negozio di ferramenta, ristrutturato a vetri e cromature, espone cellulari e nient'altro. E' invece rimasta tale e quale, ossia si è lasciata dolcemente contagiare dal degrado carezzante del tempo, la villa del dottore, a due passi da dove abbiamo abitato noi: cancellata verde ormai vocata a una quieta ruggine, stratificazioni felpate di foglie secche sui vialetti,  l'ocra della facciata, fra le imposte sbucciate, stinta a tiepido rosa dal sole che le sorge di fronte. Di casa nostra, al contrario, non resta più niente. Era una palazzina liberty di grande sobrietà, con linee irregolari che cingevano un giardino di palme e cedri; cigolava, il cancello, e chiudeva male. Dall'altana dove raramente si saliva - per una scaletta di legno e di fortuna - si vedeva da un lato la laguna e dall'altro il mare.

Passiamo il ponte che non rimbomba più, da quando lastroni di pietra hanno sostituito le assi di legno che facevamo risuonare coi passi. Più avanti, il fornaio che ci forniva spartane merendine sulla strada per la scuola, poi un altro ponte su un canale quietissimo dove il sole entra d'infilata e scalda vecchi legni di barche a riposo. L'istituto delle suore dove ho imparato a leggere e a scrivere è invecchiato signorilmente e soprattutto non è più una scuola, ma un pensionato intristito: mancano le nostre voci bambine tra quei rosai e l'impeccabilità del cortile ben spazzato, mancano i disegni alle finestre e i paltoncini buttati in un angolo per giocare.

Di là dalla strada, però, c'è il mare, le spiagge recintate per l'inverno. Troviamo un varco giù da una scalinata di cemento che poi permette anche di accedere a una terrazza sopraelevata, ma la meta sicura per tutti - anche per un padre sbigottito che teme di sporcarsi le scarpe sulla sabbia - è la spiaggia libera e possibilmente - anzi, per quel che mi riguarda, irrinunciabilmente - la battigia. Li lascio indietro e prendo il mio passo, quello ventoso e esaltato che sempre mi porta verso l'acqua, qui e ovunque.

Marea bassissima e moria di granchi e conchiglie; i moli deserti, la spiaggia estesa dove si contano poche figure in passeggio meditativo, come in certi dipinti di Boudin e come fuori dal tempo. Due petroliere sfumano all'orizzonte; il faro è lontanissimo, meta di coraggiose camminate da cui si tornava con le spalle scottate e l'urgenza di un tuffo nelle acque sicure sotto riva. Alle spalle, dorme nel suo biancore primo novecento il grand hotel Des Bains, l'albergo fiabesco delle nostre fantasticherie di bambini, l'albergo del professor Aschenbach e del suo Tadzio.

Ma è l'acqua, è l'acqua che cerco, e mentre i miei fratelli raccolgono conchiglie come mai li ho visti fare da piccoli, io è l'acqua che raccolgo, tra le mani non osando togliermi scarpe e calze per non turbare un padre tardivamente apprensivo per la salute della progenie, ma lo farei, oh se lo farei, non sarebbe la prima volta che mi arrotolo i jeans per entrare in acqua a piedi scalzi in pieno inverno, e per trovarla più tiepida, più dolce, più materna e affine a me dell'aria fredda che mi taglia il viso.

Tra me e l'acqua c'è qualcosa di infinitamente saldo, un patto naturale che mi accompagna dalla nascita, io che son nata in una stanza affacciata sul canal grande, e quella sera anche il cielo pioveva, ed è perciò che è nell'acqua che sono venuta al mondo e che per sempre poi l'acqua mi è stata madre.

All'una si torna nel mondo, nelle strade, sui marciapiedi lastricati fra vetrine semideserte e rari locali in attività; in uno offrono pizze e primi piatti, quel che manca del tutto è qualsiasi traccia di pesce, ma dei quattro sono l'unica a prediligerlo, e mi adeguo a una margherita su una cerata verde e gialla, dove i nostri bicchieri di vino lasciano cerchi rossastri. I vicini di tavolo, ce ne sono di slavi e di giapponesi, pasteggiano a lasagne e cappuccino, Dio li perdoni. Papà riesce a mangiare la sua pizza dall'interno, lasciando la crosta intatta come una corona circolare; mio fratello la divora tutta, mia sorella e io a tre quarti ci sentiamo spacciate e rinunciamo alla crostata, rinviando il dolce a una buona pasticceria dove anche il caffè abbia un aspetto e un aroma più convincente. Progetto che poi cade nel nulla, perché è ora di tornare a Venezia, e il motoscafo - stavolta la linea 52 che gira dietro l'Arsenale - è già al pontile. Mio padre fa strada col suo famoso berretto da Corto Maltese che lo fa sentire tanto uomo di marineria.

Il tragitto è frequentato quasi solo da indigeni, perché offre delle suggestioni che i non veneziani non saprebbero cogliere, abbacinati da quelle convenzionali e a buon mercato dei percorsi classici; per questo lo preferiamo, e ci lasciamo alle spalle l'isola della nostra infanzia dove sembra - sembra solo - tanto facile tornare quando si voglia, un treno, un vaporetto, che ci vuole? ma che invece è così lontana, così fuggita via da essere ormai per noi irraggiungibile e aliena. Anche se sono certa che certi angoli, certi cancelli, certi vecchi muri, qualche albero e qualche ponte ci sapranno riconoscere sempre, almeno loro, e ci chiamerebbero per nome con tenero stupore.

L'ultima immagine del Lido a febbraio è un controluce, un controluce d'amore. Si torna all'asfalto e ai fumi plebei della terraferma. Ma nostro padre, che ci saluta dal terrazzino dei gabbiani, lui è felice. L'ultima impressione che mi segue al treno è che lui oggi sia ringiovanito, mentre io mi sento di colpo più vecchia.

Ma non è colpa sua. E' Venezia che mi frega sempre.

postato da: bucciadimela alle ore febbraio 05, 2006 13:48 | Permalink | commenti (10)
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