giovedì, 23 marzo 2006

Posto l'ultima parte delle mie considerazioni in merito ai Diritti Imprescrittibili del Lettore secondo Daniel Pennac.

9. Il diritto di leggere a voce alta
 
Su questo diritto non mi pronuncio perché non ne sento, personalmente, il bisogno. Non leggo a voce alta perché non sono io, non è la mia voce, che darebbe voce al libro, ma è il libro stesso che mi parla nella mente, e con la sua voce. E' lui che parla, e io devo solo ascoltarlo. Allo stesso modo, non riesco ad ascoltare un libro letto da altri: è come se, passando attraverso la voce, la pronuncia, la declamazione di un altro, il libro perdesse qualcosa della sua identità e arrivasse a me mediato da un estraneo, quando invece ciò che mi aspetto dalla lettura è lo stabilirsi di un ponte diretto e molto privato fra me e il racconto, senza suggeritori né spettatori. Ricordo molto bene quando e perché ho imparato a leggere: ero ancora troppo piccola per la scuola, ma già non mi bastavano più le storie raccontate da altri, i libri letti da altri. Volevo impossessarmi io di quelle storie e quegli oggetti chiamati libri, volevo gestirli, spadroneggiarli e tuffarmici dentro di persona, volevo essere io a esplorarli e a trovarne il significato, il mio significato e non l'interpretazione di qualcun altro; probabilmente non mi rendevo conto - a cinque anni - che già allora il mio rapporto con la lettura era quello di una profonda interazione, uno scambio intenso e senza intermediari.
 
10. Il diritto di tacere
 
Pennac si riferisce alla facoltà di non rispondere cui può appellarsi un lettore interpellato su un libro letto, o meglio sulla sostanza di cui è fatto il rapporto che lo lega alla lettura. Anche lui, Pennac, sa benissimo che si tratta di un rapporto troppo intimo per venir condiviso facilmente, per venir addirittura reso a parole senza timore di un travisamento. E' un po' quello che dicevo nelle mie considerazioni sulla lettura ad alta voce: tra lettore e libro intercorre un legame troppo personale per poter essere ridotto a formule o soggetto a giustificazioni. Nella lettura ciascuno proietta un po' o molto o a volte tutto di sé, in particolare gli aspetti più nascosti o inconfessati, e più ancora quelli nebulosi, non chiari nemmeno a lui stesso. Di tutto questo non è lecito chiedere un rendiconto: teniamoci dunque il nostro segreto e la nostra rivelazione privata, che solo a noi può giovare, al nostro microcosmo che è sempre e comunque sostanzialmente diverso da qualunque altro. Dei libri che leggiamo parleremo, è certo, anche a voce alta, anche con ardore, o ne scriveremo recensioni perfino ragionate e documentate, ma sarà un parlare della superficie, di ciò che è già chiaro e comprensibile a tutti; il nucleo, ciò che solo noi sappiamo averci smosso dentro e perché, è un tesoro inesprimibile ed è solo ed esclusivamente affar nostro.
 
Chiudo con un invito probabilmente superfluo:
leggete e diffondete "COME UN ROMANZO" di Daniel Pennac
postato da: bucciadimela alle ore marzo 23, 2006 19:05 | Permalink | commenti (12)
Commenti
#1   23 Marzo 2006 - 20:19
 
Fatto e farò, promessa di sciura.
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#2   23 Marzo 2006 - 22:45
 
leggere dentro di me, far risuonare internamente la voce dello scrittore è sempre stat la mia opzione preferita...ultimamente, ho esplorato un po' la lettura ad alta voce, in differenti contesti, e devo dire che può riservare interessanti scoperte: però, aggiunge un'interazione, svela angolazioni diverse ma da sola non basta, mai...prima e/o dopo, deve comunque esserci la lettura interiore, questo è ciò che penso
marina
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#3   24 Marzo 2006 - 13:12
 
Il Feltrinello numero 1605 è già in libreria. E diffondere non fa mai male.
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#4   25 Marzo 2006 - 10:56
 
Un allegro Saluto Dall'Isola che non c'e'!
peter pan:.P
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#5   25 Marzo 2006 - 14:33
 
Ehi, c'è posta...
Grazie mille, traparentesi, mi ha fatto veramente piacere il tuo messaggio di giovedì sera...
Tutto bene, adesso.
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#6   25 Marzo 2006 - 15:26
 
Grazie a tutti per essere passati: ho avuto un po' da fare ma vi ho letti e vi leggo.
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#7   25 Marzo 2006 - 18:29
 

sono due diritti in fondo simili;
il diritto di tenersi per sè qualcosa che non sappiamo -o non vogliamo- esprimere a parole.

ci sono volte in cui penso che quello scrittore ha pensato proprio a me, mentre leggo cose scritte magari secoli fa -è persino imbarazzante, poi, trovare che altri non hanno condiviso la stessa cosa, o l'hanno interpretata diversamente.

leggere ad alta voce mi piace, per gli altri; ascoltare già meno, ma dipende dall'affabulatore. è un'arte, e un filtro in più.
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#8   25 Marzo 2006 - 20:51
 
Sei originalissima e brava!
Ti leggo con interesse. Un caro saluto. Anchise.
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#9   27 Marzo 2006 - 15:51
 
Che strano :-) Ho finito di leggerlo pochi giorni fa e non conoscevo le riflessioni "bloggarole" che hai proposto, ora mi tocca leggere cosa hai scritto ;-)
utente anonimo

#10   27 Marzo 2006 - 17:15
 
NON CI POSSO CREDERE!!! Ciao Darioooo!!!!
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#11   28 Marzo 2006 - 14:24
 
Interessanti le considerazioni. Secondo me esiste anche un differente livello, aggiuntivo a quello personale di cui parli. E' su questo livello che invece si può discutere, anche se non è semplice rintracciarne i confini oggettivi. Quello che voglio dire, per esempio, è che dimensioni come: la complessità, la ricchezza del lessico, la definizione dell'intreccio, la banalità, l'inventiva e via dicendo possono essere considerati come dimensioni (più o meno) oggettive. Ve ne sono anche altre, come per esempio lo stereotipo: se dico "si muoveva leggera come una farfalla" uso uno stereotipo e muovo nel lettore un senso di deja vu, di familiarità, mentre se affermo che "si muoveva con leggerezza, come una foglia nervosa sollevata dalle correnti" cerco (e forse trovo) una similitudine nuova, originale. Anche questo, credo, debba essere oggetto di valutazione di un testo. Fermo restando che ciò che dici è parimenti vero: l'esperienza "profonda", intima con un testo, non può che essere personale, al di là di eventuali, ulteriori, valutazioni oggettive. E su questo filone, per esempio, che si muove la critica letteraria (una volta che ti imbatti in quella seria, di critica). Grazie della riflessione interessante, perdona lo sproloquio, e stai bene. Cyrano.
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#12   28 Marzo 2006 - 19:11
 
Cyrano, i luoghi comuni ammazzano la letteratura. O meglio, non sono letteratura. Ammetto che possano facilitare la comprensione a un lettore sprovveduto (ai bambini, per esempio), ma annoiano mortalmente il lettore minimamente esigente, fino alla depressione. Non so se c'entra, ma vabbè: è sempre di lettura e di letteratura che si parla.
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