Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.
E adesso ci starebbe bene un caffè. Volevo passare anche dalla biblioteca, a dire il vero, ma oggi apre solo di pomeriggio. Per forza: non ci va mai nessuno. A volte ho il dubbio di andarci solo io, per donare libri o per prenderne in prestito.
IL SECCHIO BUCATO # 8
Quando ci vado, non c'è mai anima viva: dove sono gli studenti, i pensionati, i topi di biblioteca squattrinati? La signora anziana e sorda che sovrintende al vuoto di cultura è sempre seduta al suo tavolo, seminascosta dietro il monitor che guarda per ore con un'unica espressione, lo sbigottimento. Le hanno messo in mano un apparecchio che in lei genera solo sgomento, e l'hanno lasciata là a vedersela con l'incomprensibile. Le sue mani, afflitte da imprecisione parkinsoniana, sono buone solo a ricoprire i libri di plastica trasparente con estenuante lentezza, ma il loro tremito acquista la frequenza del panico quando si avvicinano alla tastiera.
La sua età e il suo handicap mi mettono in imbarazzo.
Ho preso l'abitudine di servirmi della biblioteca pubblica almeno una o due volte al mese, per ovviare alla difficoltà oggettiva di procurarmi libri freschi dato che nei paraggi non ci sono librerie.
Ma mi mette in imbarazzo.
L'ambiente è mal illuminato e pochissimo aerato, anche d'estate; le persiane sono sempre abbassate a metà, le luci serali sono giallastre, troppo alte, insufficienti. Sui tavoli di lettura mancano del tutto, bisogna farsi bastare quelle opache a soffitto. Non servono, in effetti. Nessuno si ferma a leggere in biblioteca, a nessuno verrebbe voglia di seppellirsi in quella tetraggine. Ci vorrebbero buone lampade sui tavoli, ci vorrebbe luce naturale di giorno, ci vorrebbero iniziative, serate di discussioni, di letture, di aggiornamenti. Ci starebbe bene anche, faccio per dire, un distributore di caffè, di bevande. E una bibliotecaria più sveglia, che sappia almeno cavarsela con quel computer, che non si metta in agitazione quando mi vede entrare perché non è abituata ad avere visite.
Insomma, mi offro quel caffè.
La barista chiacchiera con un pensionato seduto a un tavolino d'angolo col giornale spiegato davanti; sta sciacquando stoviglie e mi dà le spalle, così all'inizio non si accorge di me. Poi si gira e vedo subito che le do fastidio, che ha tutte le intenzioni di sbrigarmi in fretta e senza complimenti. Ho interrotto qualcosa. Stava chiacchierando, stava lavando bicchieri. Io voglio solo un caffè, decaffeinato e con la schiuma. Non voglio chiacchiere, non voglio distrarla. Non voglio rubarle niente. Voglio solo un caffè, ma se le dà tanto fastidio potrei anche uscire come sono entrata. Ormai l'ho ordinato. Peccato.
Mentre mi serve, di fuori comincia un certo trambusto, si è sentito un colpo di sirena vicinissimo. Il caffè schizza sul piattino e bagna la bustina di zucchero mentre lei gira intorno al bancone a gran velocità e esce per vedere. Il vecchio arranca per seguirla e le gambe della sedia grattano il pavimento; il giornale scivola giù. Resto sola a bere con calma la mezza dose rimasta - e senza schiuma, ché non c'è stato tempo - fissando dritto lo scaffale delle bottiglie di fronte a me.
Fuori si è raccolta un po' di folla, c'è anche la donnina dell'ufficio postale in prima fila. Un'ambulanza è ferma di fronte, ma attorno non c'è aria di emergenza: la barella non è stata estratta, l'autista si è acceso una sigaretta e parla con un curioso.
Mi avvio verso la macchina. Il tabaccaio è sulla soglia e sta commentando con una cliente: apprendo che una signora ha avuto un malore mentre era in coda per il pane, ma pare non sia stato niente, un imbarazzo di stomaco e molta scena. Mi rifornisco di una stecca, che mi viene posata sul banco con un rumore ovattato e familiare. Pago, esco, mi sbuccio un pacchetto e mi accendo la numero otto, o dieci o giù di lì.
Ogni tanto penso che, rinunciando al fumo, risparmierei poco per volta la cifra necessa-ria per il capriccio di un computer portatile. Mi piace come oggetto. Dubito che lo userei, se non per gioco o una volta ogni tanto, in condizioni abbastanza eccezionali; tuttavia mi attira come oggetto, lo trovo bello. Davanti a un oggetto bello, divento vergognosamente consumista. Mi innamoro di cose senza scopo.
Ma ho fatto due conti. Al ritmo mio di un pacchetto al giorno, mi ci vorrebbero qualcosa come nove mesi di astinenza totale; il doppio per un'astinenza del cinquanta per cento; la metà per un apparecchio scadente o usato. Comunque troppo. Il gioco non vale la candela.
Il fatto è che non ho altro su cui risparmiare.

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