Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive. L'esaurimento di mia madre, lo prendeva molto a cuore un medico di famiglia che avemmo per alcuni anni. All'inizio veniva per somministrare palliativi alla nonna, che era venuta a morire a casa nostra; era molto assiduo e so per certo che si adoperò con tutto il cuore e la competenza per renderle pietosa l'agonia. Mia madre ne uscì disfatta, e lui la ereditò come paziente, dedicando a lei le successive assiduità. Non ne ricordo il nome, ma è stata una presenza critica in una certa fase della mia vita. In qualche modo, il suo arrivo mi donava il sollievo di potermi distrarre almeno temporaneamente dall'assistenza psicologica che la mamma richiedeva da me, peraltro allora ancora bambina e - aggiungo - alle prese con il trauma della pubertà, i cui misteri non mi erano stati preannunciati e che dovetti spiegarmi da sola (come? leggendo l'enciclopedia, diamine! autarchicamente, no?).
IL SECCHIO BUCATO # 6
Veniva, dunque, quasi tutti i giorni, quando gli pareva, quando poteva o quando qualcosa lo spingeva, forse la paura di arrivare troppo tardi. Le aveva prescritto, inizialmente, dei farmaci, pastiglie, che in famiglia venivano definiti tout court calmanti (i calmanti della mamma, li ha presi oggi la mamma i suoi calmanti?) anche se a occhio e croce non era di calmanti che aveva bisogno quel suo stato perenne di prostrazione e apatia. E poi piangeva molto, e quando smetteva piagnucolava e sospirava. Questo faceva.
Oltre ai farmaci, ai calmanti, il dottore prese a somministrarle larghe dosi di psicoterapia spicciola sotto forma di lunghi colloqui privati in una stanza a pianterreno che serviva in genere da guardaroba; dalla porta chiusa si percepiva, passando per l'ingresso, il mormorio monotono e rassicurante della sua voce paterna, alternato ai tetri piagnucolii di lei che finivano in gran soffiate di naso. Ogni tanto, per punirci, lei ci metteva al corrente del contenuto di questi colloqui. Lo faceva a tavola, mentre mangiavamo già di malavoglia e sotto i nostri incubi quotidiani. Le piaceva spiattellarci con astio la diagnosi che il dottore aveva enunciato, e che si condensava in una frase che non ho mai più dimenticato: "Curare lei, signora mia, è come versare acqua in un secchio bucato".
Intendeva veramente, il buon dottore, accusare le circostanze esterne dell'inanità delle sue cure, oppure questa era solo l'estrapolazione di ben altro contesto, la versione che lei preferiva per stornare da sé le responsabilità del suo male e accollarle alla malvagità del mondo, attribuendo a noi familiari il ruolo di suoi più perversi rappresentanti?
Più avanti ho spesso ripensato al significato di quella similitudine, e solo da adulta ne ho trovato una chiave soddisfacente.
Mia madre era veramente un secchio bucato.
Il bene che le veniva versato dentro, sotto forma di piccole felicità domestiche, di affetti, di premure, di soddisfazioni, lei lo lasciava sfuggire dal buco sul fondo. Non tratteneva, non discerneva. Aveva una specie di setaccio mentale distorto in cui restavano raccolte solo le negatività. Vocazione al martirio, la definivo in segreto.
Esistono persone fatte a questo modo: re Mida al contrario, capaci di trasformare in male e sofferenza anche ciò che per chiunque altro è invece bene e conforto. Convivere con loro può contaminare profondamente la percezione della realtà. La mia, per esempio, ne è uscita con le ossa rotte, e difendere ciò che ne resta è tuttora un impegno quotidiano. Perciò, anche perciò, scrivo.

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