martedì, 27 dicembre 2005

IL SECCHIO BUCATO # 5

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Mi sbuccio un'arancia, in piedi accanto alla finestra della cucina. Nel secchiaio ci sono i resti di una merenda, una tazza con due dita di tè avanzato in cui si è disfatto un biscotto.
Nei film si vedono spesso personaggi che scrivono a macchina o al computer tenendosi vicino un bicchiere di qualcosa, di solito tazze alte e strette col manico. Lo scrittore tradizionale, soprattutto se è americano, va a caffè, caffè americano si intende, anche perché l'espresso che Dio comanda non si presta a bevute dilungate nel tempo; lo scrittore maledetto, più facilmente a birra, ma allora direttamente in lattina, che poi schiaccia con una mano e lancia in un cestino, ben attento a mancarlo per accentuare la trasgressività. La scrittrice di successo rilegge sorbendo con lenta delizia una tazza di tè che tiene con entrambe le mani (e ci si scalda); quella ispirata ha molta sete ma non si interrompe per bere, aggronda la fronte e fa smorfie con le labbra, poi si alza di colpo tutta spiritata e va ad aprire il frigo senza tuttavia trovare ciò che cercava.
Io preferisco alzarmi dalla scrivania ogni tanto e cercare sostegno in una sigaretta, fumata disciplinatamente all'aperto. Un tocco di virtù a un gesto vizioso, il massimo che concedo. Di rinunciare, non se ne parla: ho acquisito una media dipendenza, e da esperienze passate so bene che l'unico risultato ormai sarebbe come minimo di sostituirla con un'altra dipendenza, oppure con uno stato di privazione intenso e intollerabile che al momento non ho nessuna intenzione di affrontare. Ci sono quotidianamente situazioni, non solo di quelle penose, che creano una tensione crescente, e se ho ripreso dopo molti anni a fumare è perché ho verificato che la prospettiva di una sigaretta al termine del tunnel, della crisi, spesso mi fornisce motivazioni altrimenti inconsistenti.
Sulle scrivanie degli scrittori dei film, accanto alla tazza del caffè lungo e americano ci sono da uno a tot posacenere stracolmi, cosa che peraltro trovo abbastanza nauseante. Meglio due passi all'aperto, in giardino o sotto il portico se piove; serve anche a snebbiare, a cambiare prospettiva. E poi l'immobilità davanti al computer è l'unico aspetto del mio lavoro che mi risulta difficile da sostenere a lungo.

Insomma, qualcosa di vizioso, nella vita di uno scrittore, ci sta bene. Non è solo coreografia per film, è proprio una necessità esistenziale, una quota indispensabile del bagaglio. Una vita asettica è come una lastra di marmo, fredda, levigata e inerte, la pulisci con niente, con una passata di straccio che dopo scopri pulito, non c'è da scrostare, grattare, scalpellare. Una vita esente da scossoni e precipizi al massimo ti fa scrivere filastrocche per l'infanzia o novelle vacue per signore. Per scrivere romanzi che dicano qualcosa, bisogna aver provato almeno alcune sofferenze fondamentali, aver incontrato il marcio e non averlo scansato. Uno non diventa scrittore se non sa cosa siano gli errori e la disperazione; al più, diventa insegnante di italiano e corregge l'ortografia su temi di ragazzini più inquieti e talentuosi di lui. Un minimo di nevrosi è tutto ossigeno, nel bagaglio di uno scrittore; la malattia mentale vera e propria, poi, a volte può fare miracoli.
Mia madre aveva l'esaurimento nervoso. Ci deve essere nata, perché in casa se ne è sempre parlato. Era la sua aureola, il suo biglietto da visita e la scusante universale. Era anche motivo di infinito disprezzo da parte di mio padre, lui ci andava in bestia.
Era, lui, un irascibile, che si è gradualmente moderato solo con l'età avanzata e solo esteriormente, per limitazioni essenzialmente fisiche. Nel senso che ormai gran parte delle sue energie sono finalizzate alla sopravvivenza, intesa come conservazione della salute, dei suoi innumerevoli egoismi personali e delle sue ossessive abitudini che lo puntellano in vita. La morte della mamma anni fa gli ha tolto dalle mani forse il principale dei motivi e degli stimoli, quello per il quale più puntualmente perdeva la ragione; ora ne cerca altri dove può, dove riesce, e ne trova facilmente anche là dove gli altri vedono tutt'al più risibili seccature: prima di tutto, le riunioni di condominio, i rapporti con i vicini e i modi a suo parere poco affabili dei negozianti. Uno spreco di collere e astiosità, ma evidentemente è tutta adrenalina che gli tiene giovane il sangue.
Lo faceva andar via di testa che mia madre avesse sempre bisogno di tutto e non sapesse fare niente da sola; lei era una che chiedeva sempre, che delegava il più possibile. Lui al contrario si è fatto un dovere imprescindibile, scolpito nel marmo eterno, di non avere MAI bisogno di NESSUNO.
Crescere tra questi due estremi mi ha comportato delle belle difficoltà. A parte il fatto che la cosa mi imponeva di schierarmi per l'una o l'altra delle due posizioni (talmente opposte da generare un irrimediabile smarrimento), la situazione mi metteva sulle spine di fatto per l'impraticabilità di qualunque richiesta di aiuto: un bel dilemma, rivolgersi a un padre che non ammetteva debolezze o a una madre già incapace di risolvere le proprie?
Il problema della mia falsa sicurezza ha avuto senz'altro origine tra questi due scogli gemelli della mia prima infanzia, e persiste tuttora anche se l'esperienza mi ha insegnato a tenerlo sufficientemente sotto controllo. Non c'è dubbio tuttavia che questo squilibrio sia entrato precocemente a far parte - e con non pochi effetti -  del bagaglio di storture cui attingo per scrivere. Sono fagotti di rottami, fardelli di cocci, quelli che mi porto dietro. Ma quando le dita mi corrono come adesso su una tastiera e le idee mi ingombrano la testa fino a farmi perdere la nozione di altre necessità vitali, ringrazio la malasorte, e così sia.

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 27, 2005 21:35 | Permalink | commenti
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