mercoledì, 26 novembre 2008

MAIL 5

 vento2

26 novembre   
 
Ieri, sapessi - era metà pomeriggio, il giorno cominciava a cadere - si è levato un gran vento d’improvviso, un vento come qui non c’è mai, un vento costiero. Ho dovuto fermare le imposte che sbattevano: tonfi allarmanti, e quel fischio sordo, quel ruggito che si infilava giù dal camino. Mi avvinghiava le spalle. Sapessi. Fuori c’era un sole che ormai si abbassava, ma più pulito che mai, e una nuvola piccola, una sola e rosa, un cencio strappato che si smembrava appeso alla punta del campanile. Il cielo pareva essersi fatto più vasto, più aperto: un cielo smisurato, sopra queste quattro case di paese. E tutte quelle foglie secche che volavano come uccelli disorientati, e i gatti euforici a rincorrerle, a tuffarsi nei vortici scompigliando tutto, gli occhi attenti e sbarrati. Ho sentito mamme richiamare i figli e porte che sbattevano per chiudere fuori l’inverno e i raffreddori; la vicina, l’ho vista ritirare in gran fretta i vasi coi ciclamini dal davanzale perché non cadessero, poi abbassare anche le persiane per sbarrarsi dentro al sicuro. Come se fuori si fosse scatenato, non so, un nemico malvagio, un nemico feroce. Il Male.
E invece era solo vento.
Per la strada ha fatto volare via con sé panni stesi approssimativamente e cartacce. Volavano tovaglie e calzini e grembiuli di scuola, e volavano cartocci vuoti di castagne e stagnola di caramelle, e biglietti di autobus e cinema e scontrini del droghiere e note della spesa, e i memo coi numeri di telefono dei figli, delle madri, degli amanti, e la brutta copia dei compiti di scuola e i disegni del concorso parrocchiale e le promesse del sindaco e quelle degli innamorati bugiardi, e perfino bollette della luce, cambiali, contratti, dichiarazioni di fallimenti, minacce anonime, auguri di compleanno e ingiurie.
E mentre sui marciapiedi e nei cortili e sulle terrazze e in mezzo perfino ai nudi campi invernali la gente vagava dispersa, sospinta dalle violente folate - capelli in subbuglio, sciarpe come fruste, giubbotti gonfi in decollo, lacrime aspre dagli occhi e un peso sul petto da non poter respirare - ecco che il matto - il matto del paese, il dolce innocente stordito custode delle nostre amnesie tutte, lui che quando ci perdiamo non si perde mai, ma c’è, c’è sempre, lui, il matto scalzo e solitario, sì, lui – ecco che arriva dal suo chissàdove (un fienile, un fosso, la tana di un animale selvatico, nessuno lo sa) e percorre la strada giusto nel suo mezzo, la strada dove ora non passano più le macchine, i carri, i trattori ma solo viaggiano allo sbando e volteggiano e stridono i brindelli delle nostre trascurate vite, a pezzi, morsi, frammenti e cocci, e lui, lui e nessun altro, con gesti veloci e mirati li acchiappa tutti, uno dopo l’altro, strappandoli al vento da tutte le direzioni senza farsene sfuggire nemmeno uno. Li prende lui, e orfani li consola fra quelle mani brune, e sono santini del catechismo, orari dei treni, pubblicità di artigiani, tagliandi di lotterie e pesche di beneficenza, ricette di farmacia, la tesi di uno studente, le pagine di un registro di classe, ricevute del Monte di Pietà, programmi di concerti e sapienti conferenze, biglietti di aerei e pullman e viaggi organizzati in Perù, buoni sconto del supermercato, e gli appunti di un giornalista, il romanzo di un fallito, il rimario di un poeta senza idee, e i bozzetti di un pittore, i progetti di un architetto, gli schizzi di una stilista, e l’arringa di un avvocato e perfino la domanda di grazia di un assassino.
Molti fogli, volavano. Molti, anche miei. Le lettere che ho scritto a te e mai spedito; parole strappate che gridavano nel vento, ciascuna da sola, sradicata dalle altre, non più significante né utile. Anche quelle ha raccolto, il matto gentile del paese, e mi è parso che le accarezzasse. Ha ripulito la strada e le siepi dove le cartacce si erano impigliate, e poi è sparito oltre l’incrocio che dà sui campi, portandosi via tra le braccia anche quel vento di burrasca che ci aveva tutti sconvolti così tanto, e quando è sceso il sole è venuta una sera lucente e tersissima, con sapore di sentieri alpestri e un profondo e musicale silenzio. Contro l’indaco dell’orizzonte si sono levati lievi i fumi dei comignoli e alle finestre sono apparsi i caldi bagliori della cena, come fosse una vigilia di festa, o la vigilia di un tempo migliore.
 
Che sia freddo e sereno, questo inverno che viene.
postato da: bucciadimela alle ore novembre 26, 2008 20:56 | Permalink | commenti (3)
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sabato, 22 novembre 2008

MAIL 4

 Vassileva_Reminiscence

22 novembre

Per la Madonna della Salute c'è sagra qua in paese: tre giorni di bandierine sui cancelli e odori rustici e densi sospesi sulle vie, dai banchi della piazza dove si porgono fette di torta di polenta, di zucca, di frutta secca.
Sono venuti gli zingari con due giostrine di latta scrostata e musiche vecchie di qualche anno fa; la regina mi ha portato a rivedere la sua asma e poi ha voluto predirmi il futuro, e non c'è stato verso, ci è riuscita. Io, sai, avevo ritirato la mano, ma lei dice che me l'ha letto negli occhi.
La sera, mentre i ragazzi dei paesi incrociano con i motorini dietro le transenne, vedo la luce blu del televisore acceso dentro la roulotte, e intanto fuori uno stenditoio di panni rossi e viola si irrigidisce al freddo acuto delle prime nebbie.
Domenica è uscito un sole grigio giusto per la processione, poi hanno fatto un gran pranzo sotto il tendone degli scouts e poi ancora, verso sera, castagne e tombola, e si vinceva una bici da cross. Alle cinque il parroco si è affacciato spazientito perché alle funzioni non arrivava nessuno.

[...]

Fa sempre più buio. Tra poco ormai è Natale.

postato da: bucciadimela alle ore novembre 22, 2008 15:43 | Permalink | commenti (1)
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