domenica, 28 settembre 2008

RACCOLTA INDIFFERENZIATA

guernica-picasso-1

Da qualche giorno abbiamo un problema, un problema grosso, di quelli che non si vorrebbe mai affrontare ma è impossibile ignorare. Perché è qui, sotto i nostri occhi, e ingombra parecchio. Anche fisicamente. Un bell'ingombro, quel cumulo di calcinacci in mezzo al pavimento della stanza dove mangiamo dormiamo viviamo tutti quanti, e intorno non ha ancora finito di depositarsi polvere, anzi ne piove giù ogni tanto qualche nuovo sbuffo dalla falla slabbrata che si è aperta nel soffitto.
Per spostarci da un punto all'altro dobbiamo girarci attorno o scalarlo e ridiscenderlo, e questo ci ha fatti tutti grigiastri e polverosi come fantasmi. Fantasmi stanchi e senza voglia. Nessuno di noi fantasmi ha voglia di dare una ripulita, di cominciare a spalare. Stiamo lì a guardarlo con malessere, con odio. Eppure si sapeva che l'assito aveva i suoi anni, e che per tutti i suoi anni siamo saliti – ognuno almeno una volta al giorno – in quella soffitta asfissiata a scaricarci i nostri pesi. A svuotare le tasche.
Dai e dai, i pesi pesano, e i passi passano e pesano anche quelli.
Il pavimento cigolava da un po', ma noi niente, testa sotto come struzzi, e avanti a trasportare di sopra pezzi dei nostri meccanismi usurati, ruggine e cocci, rifiuti e scarti irrecuperati, carta ferraglia stracci spaghi sfilacciati e cenere, tanto che la porta a un certo punto si è incastrata con uno stridio definitivo e abbiamo cominciato a lasciar giù rottami anche sulla soglia, poi sul ballatoio e negli ultimi tempi perfino sui gradini più alti.
Per forza una settimana fa – o più o meno o comunque non ci ricordiamo bene quando – per forza è venuto giù tutto, il soffitto. Era marcio, fradicio, divorato. Non teneva più. Si è sfondato come un sacco di carta bagnata, con un tonfo che aveva un rumore flaccido e una lunga eco metallica.
Così adesso le macerie che avevamo nascosto di sopra in anni di pellegrinaggi quotidiani sono tornate giù tra noi tutte in una volta, piombandoci in mezzo alla vita in una nuvola cieca di polvere e carbone, e se non ci diamo – se qualcuno non si decide a darsi – una mossa, le avremo davanti agli occhi, 'ste macerie, per chissà quanto tempo o per sempre.
E soprattutto vorrei sapere dove metteremo le prossime che già ci stanno sfondando le tasche, e quelle che premono, nuove ogni giorno, dietro la porta.

postato da: bucciadimela alle ore settembre 28, 2008 22:33 | Permalink | commenti (7)
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giovedì, 18 settembre 2008

MAIL 3

 settembre

21 settembre

Ti volevo raccontare dei grilli che verso sera si impigliano nelle erbe secche del prato, ma poi me ne sono dimenticata perché dalle finestre aperte sul buio non li ho sentiti cantare. Forse perché l'erba di questa furiosa estate è già fieno.
Invece poi stamattina presto mi sono ritrovata a scaldarmi le mani attorno a una tazza di caffè mentre dividevo il cielo in fasce dai colori netti - erano malva e indaco - basse su un orizzonte giallo-uovo che si sfocava all'indietro, e intanto sui fili andavano e venivano uccelli in prove d'addio.
C'era un'aria (anche lì da te?) obliqua e costante che traversava le tende e le spingeva, senza gonfiarle.
Questo cielo, qui da me, sembra di neve stanca, quando è quasi fanghiglia e spegne i riflessi. E poi il rimpianto, perché il vento stamani non ha più odori, e allora mi viene da pensare che l'estate, proprio oggi, finisce, e che il senso della sua fine è nel vedere sedie impilate sul bordo di una piscina, e foglie alla deriva.

[...]

La valigia, sì, è sul letto, e la roba sparsa dappertutto. Vedrò di farci stare il molto superfluo che mi impedirà di dimenticare, anche se sai che torno presto. Ma ho già visto altre volte che quando si torna le cose  sono già cambiate, e noi non eravamo qui e non ci possiamo fare più nulla.
Se hai notato, basta il giro di una notte per ritrovarti all'angolo di un altro universo, dove le spalle nude rabbrividiscono spalancando le imposte e non ti capita più, infilando gli zoccoli del giardino, che ne esca guizzando una lucertola.

[...]

Mentre sono via leggerò.
Se anche lì pioverà, leggerò di più.
Al mio ritorno ti racconto.

postato da: bucciadimela alle ore settembre 18, 2008 07:49 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 01 settembre 2008

INTERNO NEBBIA
(racconto lungo)

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Più tardi, nella notte, la nebbia si sarebbe infittita a muro, ma a quell'ora di fine pomeriggio era ancora una filigrana di goccioline perlacee che la luce dei fanali accendeva e sfumava, e ne rimandava alle finestre una luminosità con qualcosa di morbido e dorato.
Ciò nonostante, verso le sei una donna silenziosa entrò nella stanza e si diresse al balcone per chiudere le imposte.
Caterina, dalla poltrona dove da ore stava leggendo alla luce di un abat-jour, la fermò:
"No, cosa fai?"
"C'è la nebbia - spiegò l'altra, interdetta. Era una donna di poche parole e pochi pensieri; le si poteva sospettare, dentro, un mondo come hanno tutti, ma il suo doveva essere come accatastato in stanze segrete, in uno scantinato semivuoto e trascurato, e di quel mondo il riflesso non le raggiungeva lo sguardo né si lasciava intuire. Caterina si spazientiva ogni volta davanti a quel deserto. Ribadì:
"E allora? La nebbia mica entra. Lascia aperto, per carità".
L'altra, forse memore di istruzioni ricevute in altro momento, difese goffamente la propria intenzione:
"Ma entra il freddo".
"Ma quale freddo, quale freddo - Caterina lasciò cadere il libro in grembo e assunse una posizione più eretta per controbattere - qua in casa si crepa di caldo con quei termosifoni sempre al massimo. Non so cos'è questa mania del freddo, degli spifferi: io non sento freddo, e sì che sono sempre ferma e seduta, mica come te che giri e fai... Il freddo, poi; perché c'è questo luogo comune che i vecchi hanno sempre freddo non è detto che lo abbia anche io, io non ne ho, cosa vuoi che ti dica, si vede che sarò una vecchia diversa, sbagliata, anomala ecco".
La piccola sfuriata le faceva bene, la scuoteva dal languore del lungo pomeriggio di letture solitarie.
"Quindi insomma Dorina - riprese più conciliante - per favore lascia tutto com'è. Che entri ancora un po' di luce dei lampioni, e i rumori della strada. Mi fanno compagnia".
Un po' le dispiacevano, adesso, i modi bruschi con cui aveva respinto le ragionevoli attenzioni della badante; le dispiaceva sempre, ma solo dopo aver ceduto ai nervi, dare delusioni a qualcuno, e in particolare a persone rispetto a lei socialmente svantaggiate, in una posizione di subalternità economica o psicologica, come Dorina, come tutte le altre domestiche prima di lei, come pure a volte i negozianti o gli operai o qualunque estraneo che in qualche modo si fosse presentato a lei come sottoposto o questuante. Dopo l'arrabbiatura, subitanea nel montare e altrettanto fulminea nello sgonfiarsi, il cambio di registro era immediato e spiazzante e consisteva nel dedicare al maltrattato blandizie e contropartite per ripristinare il tran tran, ridimensionare le rispettive colpe, scongiurare soprattutto le crisi al buio che erano poi la cosa che nella vita più di ogni altra aveva sempre fermamente evitato. Quello che desiderava, a questa età più che mai, era semplicemente mantenere un buon accordo con tutti, e se non un buon accordo almeno un accordo decente, sufficiente.
"Un po' di umanità in tutte le cose - ricordò a se stessa, prima di tornare a rivolgersi, con l'intento di riavvicinarla a sé, a una Dorina spenta e confusa.
"Senti per esempio, questo adesso è il campaniletto dei frati che batte le sei. Più puntuale della pendola di là. Mi piace sentirlo. E tra un po' si sentirà la saracinesca del droghiere all'angolo che chiude alle sette di sera. Se non ho questi punti di riferimento, tante volte perdo perfino la cognizione del tempo".
Chissà se Dorina conosceva il significato di termini come "punti di riferimento" o "cognizione del tempo"; dopo anni di frequentazione quotidiana, e di recente anche notturna, Caterina aveva l'impressione che il suo livello di interpretazione e di espressione linguistica non avesse fatto alcun progresso; il suo lessico sembrava attestato su un repertorio minimo vitale, spesso addirittura sostituito da brevi mormorii inarticolati o semplici cenni del capo a riprova di un'indole non solo poco brillante ma anche tendenzialmente taciturna.
Scrollò le spalle e riprese, in tono piano:
"Ecco per esempio, nella casa in cui sono nata vivevamo così isolati che di notte non si sentiva nessun rumore. Ti svegliavi, e tutt'intorno sentivi solo quel silenzio, una cosa densa, una cosa minacciosa. Ti svegliavi proprio per quel silenzio, per quell'assenza totale di rumori, di vita, di realtà. Pareva di stare in mezzo al mare. Anzi no, il mare il suo rumore lo fa; diciamo in cima a una montagna, o dentro una caverna. Fuori dal mondo. Intorno non c'erano chiese né negozi, non passavano auto. Era una vecchia casa nobile in fondo a una strada tutta di case nobili anche quelle, ma ormai in malora. Alcune ancora abitate da vecchi rimasti soli, impoveriti; altre ormai abbandonate del tutto, messe in vendita ma rimaste lì a finire di sbreccarsi senza aver mai interessato nessuno. Un quartiere decaduto, che la città aveva rigettato e voleva dimenticare. Era una casa molto, molto grande. E molto vecchia. Soffitti così alti che ingoiavano i ritratti degli avoli e rimandavano echi. Mio padre l'aveva avuta in eredità insieme a una decrepita servente che in quella famiglia aveva passato tutta la vita, era stata di tutto: lavapiatti, balia, lavandaia, economa. Ad un certo momento mia madre ravvisò in lei i germi della demenza senile, e nei muri della casa dei nidi di termiti e altri invasori, così si liberarono di tutto in blocco, con destinazione ospizio per la vecchia e agenzia immobiliare per la casa".
Si interruppe, calò gli occhiali sul naso e formulò un doveroso inciso, rivolgendosi a un pubblico assente ma tuttavia non imprecisato:
"A proposito di demenza senile, immagino (per non dire che lo so benissimo) che da anni andiate spiando tutti i miei gesti alla ricerca di stranezze che vi autorizzino a una diagnosi di Alzheimer, ma sono piuttosto sicura che al momento dovrete accontentarvi di definire la mia una semplice, fisiologica, banalissima arteriosclerosi senile, e anche questa - come dimostrano i fatti - abbastanza opinabile e semmai in forma lieve, dal momento che sono tuttora perfettamente in grado di - per esempio - tenermi aggiornata su tutto quello che mi succede intorno e nel mondo, di partecipare a modo mio a una più che soddisfacente vita sociale, di andare regolarmente a votare con cognizione di causa - se non proprio con convinzione, che di questi tempi sarebbe chiedere troppo a chiunque - e perfino e soprattutto di gestire in modo del tutto autonomo quel patrimonio di famiglia sul quale fate tanto (e legittimo, d'accordo) conto per il futuro, per il dopo-me".
Come previsto, il sermone non suscitò alcun effetto visibile nel viso chiuso della badante, che non vedeva il motivo di sentirsi inclusa in quel voi e ora aveva preso ad aggirarsi in silenzio tra i mobili e gli oggetti in un riordino superfluo e fantomatico.

"I miei cercarono una sistemazione più comoda, più dentro la civiltà, quella dei condomini con tanto di atrio a vetri e ascensore e portierato. Così andammo a stare in un appartamentone da gran signori, da attori del cinema: smisurato, con terrazza rovente tutt'intorno e servetta con crestina sommamente inefficiente paragonata all'altra, sebbene molto più decorativa. Anzi, solo quello. Lì in compenso di rumori se ne sentivano anche troppi. Di continuo. Quella di sopra era una povera pazza che suonava il piano; di sotto stava un piccolo diplomatico sudamericano che litigava ogni notte in spagnolo con la moglie e la serva. Faceva scenate di gelosia a entrambe. Lo sapevano tutti che il loro era un ménage à trois, se sai cosa voglio dire".
Ma Dorina ascoltava sempre qualunque tipo di discorso senza mutare espressione né manifestare curiosità. Anche quella volta fu impossibile, a Caterina, sapere se l'altra avesse capito. Fa niente, si disse come sempre si diceva, fa niente se non capisce, fa niente se non le interessa. E' pagata anche per questo, per stare qua mentre io parlo da sola. Potrei dirle di tornare di là, guardarsi la televisione, leggersi un giornale per conto suo fino all'ora di cena, e io restarmene qua di nuovo in pace da sola; tanto, per la compagnia che mi fa. A volte penso di essere io a far compagnia a lei: le riempio la vita, le trovo qualcosa da fare giorno per giorno per non morire di noia.

postato da: bucciadimela alle ore settembre 01, 2008 18:13 | Permalink | commenti (5)
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