venerdì, 18 luglio 2008

dai

DIARI DA MAGDENBAD

Picasso_Ritratto-di-Olga-in-poltrona-1917

35.
Ma indubbiamente da qualche giorno c'è, nell'aria, qualcosa di nuovo e di fastidiosamente falso. Sembra di vivere a passo ridotto, tutti un po' intrappolati in una attesa priva di nome eppure densa di sussurri. La scarsità di notizie induce a sostenere una perenne finzione, con la quale si tengono a bada le domande alle quali non c'è modo di avere risposte certe; si finge che tutto vada bene come al solito, come prima, e che nessuno dia peso a qualche ritardo, qualche trascu-ratezza, qualche inadempienza.
Vediamo bene che giorno per giorno ogni cosa, dal servizio dell'albergo all'umore generale, ha perso il suo smalto; che il personale è disattento, le pulizie un po' più carenti, i menu un po' meno vari e fantasiosi; eppure ci passiamo sopra, come se facendo rilevare questi segni di decadenza rischiassimo di sentircene parte noi stessi, o di svelare la nostra apprensione, il nostro allarme, e dar corpo a quelle che vorremmo tanto fossero solo ombre passeggere.

Tuttavia non tutti sanno dominare dignitosamente il nervosismo; le Ottermann, ovviamente, non fanno alcuno sforzo per mascherare il loro disappunto, anzi i molteplici motivi dello stesso, iniziati quando gli ufficiali sono stati consegnati nella guarnigione e hanno perciò interrotto bruscamente la girandola di visite, inviti e corteggiamenti danzanti che sembravano rappresentare per le esuberanti sorelle il vero scopo del loro soggiorno. All'inizio della settimana avevano tentato di partire, ma a modo loro, di furia e senza programmare, convocando una carrozza e poi rimandandola in malo modo dopo aver constatato che era insufficiente a trasportare tutti i bagagli e soprattutto che il conducente pretendeva, per i rischi del viaggio, una cifra a loro avviso offensiva. Durante l'attesa e la trattativa, ossia per mezza giornata, le casse e le cappelliere già fatte chiudere improvvidamente hanno intralciato il passo a tutti lungo i ballatoi e le scale. Ieri a cena, stizzite più che mai, hanno alzato la voce con un cameriere per una pietanza giudicata scadente, ma con tali toni ineleganti che Dimitri, alle cui spalle si svolgeva la scena, ha piantato lì le sue posate e si è alzato di scatto, allontanandosi senza nemmeno scusarsi. L'ho solo sentito sibilare tra i denti "Intollerabile!". Subito è accorso Rubin, ha preso in mano la situazione ed è riuscito a rabbonire le due capricciose clienti e a ripristinare in sala un minimo di decoro; anche io, che sono sempre stata incapace di far fronte agli scatti d'ira, mi sono imposta di terminare il pasto con gli occhi sul piatto e la gola stretta. Più tardi ho raggiunto il mio amico nel giardino, trovandolo seduto sulla panchina sotto il tiglio con accanto lo stesso Rubin intento, stavolta, a rabbonire lui in una sommessa conversazione tra uomini nella quale qualche buona tirata di pipa e alcune ironiche battute sulle nevrosi femminili hanno certamente avuto il loro peso e prodotto i loro effetti.

Stamane è toccato a me di avere una lamentela, ma ho preferito esporla con discrezione: al momento di cambiarmi per il pranzo di mezzogiorno, ho trovato la mia camera nello stesso disordine in cui la avevo lasciata uscendone la mattina. Ho informato subito Olga, che ne è rimasta assai mortificata e ha incolpato del disguido le nuove cameriere assunte da poco per la stagione; poco dopo è tornata a riferire che la manchevolezza era stata rimediata, e non ha mancato di reiterare le scuse della Casa e l'assicurazione che l'incresciosa inadempienza non si ripeterà. Ma io non posso fare a meno di sospettare che del riordino della stanza si sia occupata lei stessa.

E infine sì, c'è qualcosa che non mi torna, c'è un sospetto crescente di menzogna, la stessa forse di cui parla Gregorius; la flemma e la bonomia di Olga e Rubin anche di fronte alle sempre più frequenti lacune del servizio mi convincono sempre meno, perché in realtà non c'è nessuna nuova cameriera, nessuna faccia nuova tra il personale, e neppure sembra che ve ne sarebbe bisogno dal momento che nessun nuovo ospite è arrivato e le camere sono ancora in massima parte libere, al Nordsee come negli altri alberghi, che esibiscono troppe finestre chiuse e troppo poca animazione sulle verande. Non solo: da qualche giorno non vedo più due giovani inservienti, due ragazzi che erano addetti ai lavori più vari e umili, e ho notato che anche l'ortolano che accudiva le galline e tagliava la legna non si è più presentato al lavoro. Sono segni, tanti e non del tutto insignificanti, di un serpeggiante disordine, di una avanzante destabilizzazione.

postato da: bucciadimela alle ore luglio 18, 2008 11:25 | Permalink | commenti
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martedì, 08 luglio 2008

QUELLE SCALE
(estratto)

dipinto di J. Sargent

"Tre dozzine di uova e un'oca la più bella che avete! - ordino con voce squillante - L'oca me la mandate a casa spiumata e pulita, le uova invece me le porto via subito".
Il pollaiolo, che si atteggia a corteggiatore di tutte le donne, me le conta nel cesto con l'abilità di un giocoliere, mi fa un ironico inchino e mentre mi allontano si affretta a segnare la spesa sul conto dei Sanudo.
La mia veste nuova, ancorché dimessa, mi sta addosso benissimo: lo avverto dalla grazia con cui la sottana ondeggia poco sopra le caviglie, e se non abbasso gli occhi per ricordarne la tinta insignificante posso immaginare sia di broccato color pavone. Attraverso il mercato in un'aria smagliante come capita certe mattine qua a Venezia, quando dal cielo piove uno sfavillio da fiaba; cammino con spedita allegria, afferro ogni cosa con la vista e l'olfatto, col tatto accarezzo qualche ortaggio lucente, col palato me ne bèo approfittando di qualche assaggio offerto da venditori galanti. Mi sento viva e piena di salute.
Certo che quel bell'Alfonsino, almeno mi avesse mandato due righe. Fossi stata in lui, ne avrei scritte, di lettere, a quest'ora.
Per esempio, avrei scritto questa:
 
Mia adorata Sandrina, eccomi ad Amsterdam, dopo un lungo e svagato giro per mezza Europa con mio padre, il quale teneva a che, prima di partire per le Americhe, vedessi tutte le più grandi bellezze dei posti che sto per lasciare. Non hai idea, Sandrina mia. Ho visto di tutto. Monti e laghi e castelli e borghi, giardini di re e regine e boschi profumati, cattedrali alte fino al cielo dove monaci cantano inni antichissimi, piazze e rondò dove i popolani tengono mercati di merci favolose e le carrozze circolano tirate dai più bei cavalli. Ho assaggiato cibi sconosciuti e imparato lingue straniere. Ho visto albe nitidissime in capanne d'alta montagna e tramonti languidi sulle rive di fiumi che tagliano laboriose pianure.
Ma so per certo che il nuovo mondo che mi aspetta non mi farà rimpiangere il vecchio che lascio, e delle sue meraviglie ti racconterò ogni cosa per filo e per segno quando sarò lì. Il giorno della partenza è ormai vicinissimo: è fissata per domattina presto, e la nave che ci condurrà è ormeggiata in porto già carica di provviste e bagagli. Il capitano è stato a cena con noi poco fa, nella nostra confortevole locanda, e da lui ho appreso molti particolari sulla navigazione, che sono impaziente di verificare quando finalmente inizierà.
La nave è grande e solida, e credo che sarà uno spettacolo assistere allo spiegamento delle sue molte e vaste vele quando isseremo le ancore. Ma ne vorrò una ancora più grande e più bella, con più vele e molte bandiere, con ponti lucidi e sedili di velluto, con ogni comodità e ornamento per te, quando tornerò, più presto di quel che tu non creda, a Venezia a prenderti per farti mia sposa. Sarà la nave di una regina quella che allestirò per il nostro viaggio.
Ora giurami che mi aspetterai, e io ti giuro che riguarderò la mia salute e schiverò ogni pericolo perché tu non debba mai temere per me o attendermi invano.
Affiderò questa lettera al padrone della locanda, confidando che la inoltri subito e che possa attraversare tutta l'Europa veloce e sicura per raggiungerti, insieme ai miei baci, prima che tu ti spazientisca.
Il tuo per sempre
N.H. Alfonsino da Molina
Amsterdam, 5 marzo 1759
 
E più avanti, ma non molto, avrei scritto - mettiamo - quest'altra:
 
Mia bellissima, non è trascorso nemmeno un anno e già i miei progetti si sono compiuti. Sono diventato molto ricco, enormemente ricco, e ora sono pronto a depositare nelle tue mani i miei tesori, il mio futuro. Questo paese, tu sapessi Sandrina, è un paradiso terrestre. La sabbia dei fiumi - fiumi maestosi - è oro finissimo, che ti resta sulla pelle quando risali dopo una nuotata; se scavi il terriccio anche solo con le dita, ne estrai pietre preziose; sterminate piantagioni danno frutti gonfi di succo, e qualunque varietà di seme attecchisce e germoglia in tempi e dimensioni prodigiose. Dormo in un letto a baldacchino, faccio colazione su un terrazzo grande come un salone; possiedo cavalli, cani, pavoni e tortore; i piccoli indios mi allietano suonando il flauto e la celesta con perizia sorprendente; nei miei possedimenti do lavoro a centinaia di contadini, mandriani, operai, e nulla faccio loro mancare in compenso alla loro devota alacrità. Qui il sole splende sempre, l'inverno non esiste, non è stato nemmeno concepito per questa terra di delizia. Ogni giorno nuovo oro si aggiunge ai miei forzieri, così che in tutta la regione il mio nome e la mia famiglia sono guardati con sommo rispetto, con la reverenza che si deve a dei sovrani.
Se mi ami ancora come io amo te, tutto questo è tuo: il tempo di ordinare la nave e io sarò da te, per mantenere la promessa che mi ha portato tanta fortuna. Ti verrò a prendere e ti porterò a vivere in questo paradiso come una regina accanto al suo re..
Ma se tu per caso preferissi rimanere a Venezia, se il viaggio e la distanza ti turbassero, se temessi di soffrire qualche nostalgia oltre mare, sarò il tuo servo e consentirò con tutto il cuore a raggiungerti per non più ripartire. Considera solo quanto ti ho detto: qui è l'estate perenne, qui dormiresti ogni notte con i balconi spalancati sulle stelle e non soffriresti mai e poi mai il freddo e i geloni.
Tuo innamorato per la vita
N.H. Alfonsino da Molina
Puerto Argenteiro, 9 gennaio 1760
 
E' vero, sì, che Alfonsino ancora non mi ha scritto, ma uno di questi giorni scriverà.
postato da: bucciadimela alle ore luglio 08, 2008 07:26 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, 04 luglio 2008

BROCCHI E PUROSANGUE

italo_calvino

Per Italo Calvino ho una venerazione. Me lo tengo sempre accanto, in rilettura permanente e costante riscoperta. Non parlatemi di corsi di scrittura creativa, mi fanno ridere o forse anzi piangere: il genio, o c'è o non c'è, e tutto il resto è scolastica e pappagallesca imitazione. Ci si può solo riferire ai Maestri, ché confrontarsi è già un termine presuntuoso. Nello stile di Calvino c'è la perfezione del nitore e della naturalezza, tutta la levità e insieme la profondità che contrassegna lo scrittore di razza (e di cuore, ossia non solo il tecnico, seppure sublime).
Calvino, lo leggo e lo rileggo, lo studio si può dire, nel tentativo o utopia di farmene invadere fino al punto da riuscire a carpire qualche meccanismo che possa raddrizzare, magari in misura infinitesima, la pochezza del mio scrivere. Saper trovare, come lui, le parole giuste nel valore e nel numero, saper dosare come lui il quanto e il come, affinché nulla sia omesso ma nulla sovrabbondi. Saper liberare l'immaginazione senza porsi i limiti di un significato diretto e appagante, perché chi legge il significato lo sceveri da sé senza la guida saccente di qualche criterio didascalico. E saper descrivere da fuori senza torcersi nello spasimo tutto femminile dell'immedesimazione, che affligge anche me fino alla nausea. Scrivere senza catene, in totale leggerezza e insieme assoluto controllo, come fosse respirare, nuotare, dormire. E tutto questo senza raccontare scempiaggini per gettare fumo negli occhi, beninteso, e senza assecondare mode o richieste di mercato.
Guarda qua sotto come Calvino descrive un paesaggio subacqueo visto dagli occhi di un ragazzino, lo Zeffirino del racconto Pesci grandi, pesci piccoli che fa parte della raccolta Gli idilli difficili.
 
sub_1Il fondo dapprincipio era di sassi, poi di rocce, alcune nude e corrose, altre barbute di fitte alghe brune. Da ogni piega di scoglio, o tra le tremule barbe librate alla corrente, poteva a un tratto apparire un grosso pesce; dietro il vetro della maschera Zeffirino muoveva attento attorno gli occhi ansiosi.
Un fondo marino è bello la prima volta, quando lo si scopre: ma il più bello, come in ogni cosa, viene dopo, a impararlo tutto, bracciata per bracciata. Pare di berli, i paesaggi acquatici: si va si va e non si finirebbe mai. Il vetro della maschera è un enorme unico occhio per ingoiare le ombre e i colori. Ora lo scuro finiva e s'era fuori da quel mar di scoglio; sulla sabbia del fondo si distinguevano le sottili crespe disegnate dal muoversi del mare. I raggi del sole arrivavano fin giù con luminelli occhieggianti e luccichii di branchi di rincorri-gli-ami: minutissimi pescetti che filano diritti diritti e a un tratto svoltano ad angolo retto tutti insieme.
Si levò una piccola nuvola di sabbia ed era il colpo di coda di un sarago sul fondo. Non s'era accorto d'avere puntata contro quella fiocina. Zeffirino già nuotava immerso; e il sarago, dopo poche mosse distratte dei fianchi striati, di soprassalto filò via a mezz'acqua. Tra scogli irti di ricci il pesce e il pescatore nuotarono fino a una cala di roccia porosa e quasi nuda. "Qui non mi scappa", pensò Zeffirino; e in quel momento il sarago sparì. Da buchi e incavi si levava un filo di bollicine d'aria, poi subito smetteva e riprendeva altrove; gli anemoni marini brillavano in attesa. Il sarago fece capolino da una tana, sparì in un'altra e sbucò subito da un pertugio distantissimo. Bordeggiò uno sperone di roccia, puntò in basso e Zeffirino vide verso il fondo una zona d'un verde luminoso. Il pesce si perdette in quella luce, e Zeffirino gli andò dietro.
 
E subito dopo leggi come penosamente e stiticamente è riuscito a me di tentar di descrivere qualcosa di simile in un romanzo che sto, anche quello, tentando di scrivere tra sudore, lacrime e sangue.
 
E' come varcare una porta, un portone all'apparenza pesante e sprangato che invece si scosta e quasi svanisce appena ne incontro la resistenza: al di là, tutto è improvvisamente verde, vasto e misteriosamente silenzioso, una calma infinita, una carezza sontuosa tutto intorno al corpo, e barbagli d'oro che si accendono e vibrano come gioielli in una profondità senza alto né basso, senza coordinate né peso, senza - soprattutto - alcuna paura dell'ignoto, ma al contrario una sensazione di inimmaginabile sicurezza come dentro un grembo che al tempo stesso abbraccia e nasconde. E' dunque così fatto, il mondo sommerso? Ma allora è infinitamente più bello, più ricco, più libero di quello di sopra, se qui i miei movimenti non pesano e nulla sembra trattenerli...
 
Inarrivabile.
Sono sempre più convinta che il mio futuro risieda nell'ippica: piccola e leggera come sono, con me sulla groppa correrebbe come il vento anche un brocco.
postato da: bucciadimela alle ore luglio 04, 2008 08:47 | Permalink | commenti (4)
categoria:italo calvino
mercoledì, 02 luglio 2008

MI PARE GIUSTO

Così oggi Umberto Eco, pacato e per una volta conciso.

postato da: bucciadimela alle ore luglio 02, 2008 12:08 | Permalink | commenti
categoria:non sparate sul pianista