lunedì, 24 marzo 2008

MAIL  1

bart_temps_pluie_izel

4 marzo
 
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A volte piove. Quando piove le donne qui accostano le imposte per salvare i vetri dagli schizzi; il campetto dietro la chiesa si riempie di pozze, che non si può più giocare ma ci bevono i merli e i cani randagi. C’è qualcuno che esce in fretta col viso nascosto in un ombrello e torna presto a casa con un sacchetto di spesa che gocciola. Il postino si ferma un cancello sì uno no; c’è poca posta quando piove. C’è poco fruscio sullo stradone. C’è poco da fare. Si sta in casa con le luci accese e le stanze vuote. Tu cosa fai quando piove? Io piego lenzuola e fazzoletti o mi lascio dormire. Oppure esco a testa nuda e senza documenti, mi piace sentirmi i capelli imperlati, guardo le galline che stanno ferme attorno al pollaio e le sedie di plastica dei giardini coi rivoletti grigi che gli scorrono sulle gambe. I giornali stanno dentro la vetrina buia, il droghiere raddrizza barattoli su uno scaffale; aspettano che schiarisca. Il matto è l’unico che non ci bada, se piove o c’è sole; lui gira in bici tutto l’anno sempre in canottiera e zoccoli di legno, con una cassetta da frutta legata dietro, e dentro cianfrusaglie. Le sposta da un punto all’altro del suo mondo, che è certamente più grande del nostro.
 
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Le rose sono indietro, quest’anno.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 24, 2008 19:09 | Permalink | commenti (2)
categoria:mail
lunedì, 17 marzo 2008
MORT  EN  TERRE  ÉTRANGÈRE
(Donna Leon)
D.Leon_copertina
 
 
Donna Leon: un nome che sembra uno pseudonimo, e se così fosse sarebbe anche azzeccato, accattivante. Le sue biografie la descrivono come una signora americana che vive da decenni a Venezia; si favoleggia addirittura che insegni (o abbia insegnato) qualche cosa all'università di Ca' Foscari, un dato, questo, che potrei facilmente verificare, se ne valesse veramente la pena. Dirò che non la vale, perché non ho alcuna difficoltà a concordare sulla sua capacità di scrivere in modo più che scorrevole, come ci si aspetta da una persona che frequenti la cultura. In effetti, l'impulso a continuare la lettura di questo romanzo - l'unico finora che ho letto dei quattro che sono in attesa sul mio tavolo - è venuto proprio dal suo incipit, che ho trovato molto promettente dal punto di vista stilistico (anche se poi ho trovato inadeguata e sdolcinata la chiusa, che insieme all'incipit è l'aspetto di un romanzo che andrebbe maggiormente curato perché è uno di quelli che più facilmente fanno breccia sul lettore e ne decretano il gradimento). A Donna Leon riconosco il merito di saper offrire scene estremamente verosimili, curate nei particolari come immagini di un film a colori, e di saper avvolgere il lettore in atmosfere suggestive sfruttando uno scenario adattissimo allo scopo e tradizionalmente prediletto da molti scrittori quale quello rappresentato da Venezia, una città che è nei sogni di tutti. Però, considerando che il genere di Donna Leon è il poliziesco, che il suo eroe è un commissario di polizia e che i suoi intrecci sono incentrati su fatti criminosi e le relative indagini, si converrà che lo stile sicuro (ma senza guizzi) e l'abilità descrittiva (ma un po' troppo diligente) non sono ingredienti sufficienti quando, viceversa, la trama e la suspense sono talmente esili da restare sopraffatte dalle continue scene o scenette di contorno. Ricorderei volentieri che altri maestri del genere, in particolare Simenon, raggiungono il massimo dell'espressività attraverso un linguaggio scarno e diretto, laddove alla signora Leon sembra non bastino mai le parole: la sua narrazione, per quanto gradevolmente leggibile nel complesso, si affida insistentemente a caratterizzazioni di facile presa popolare e a descrizioni pedantemente didascaliche, con un gusto per l'esposizione minuta che poco si attaglia al carattere virile di un noir. Sembrerebbe che il primo obiettivo dell'Autrice sia non tanto catturare l'attenzione del lettore sui misteri di casi polizieschi e sulle ricerche che li portano a soluzione, quanto piuttosto disegnare con dovizia di mezzi lo sfondo su cui essi si volgono; vengono privilegiati, con non sempre comprensibile insistenza, descrizioni di ambienti e di luoghi, resoconti di colloqui professionali ma più spesso privati, considerazioni di ordine vario e generale che poco hanno a che fare con il caso trattato e che spaziano con discutibile disinvoltura su molti, moltissimi (forse tutti) aspetti della società italiana, della quale da anni Donna Leon è evidentemente critica osservatrice. Suppongo che tutto questo, nelle intenzioni dell'Autrice, sia volto a presentare, all'interno di un romanzo, uno spaccato del nostro Paese visto attraverso l'impietosa (e condivisibile, certo) esposizione dei molti mali che lo affliggono: dalla mafia, alla corruzione, alle connivenze ad alto livello, all'insabbiamento politico degli scandali, all'inquinamento dell'ambiente, al traffico di rifiuti tossici, non ne sfugge uno alla denuncia, ma soprattutto lascia perplessi l'ingenua caparbietà di affrontarli tutti insieme, quasi di ammucchiarli, benché alla rinfusa, in un unico calderone, a rendere il brodo più gustoso oppure, e più verosimilmente, più lungo. Ma se in un solo romanzo, il primo e l'unico che ho finora letto, l'Autrice è riuscita a stipare e sviscerare praticamente tutti i temi della nostra attualità italiana assegnando a ciascuno di essi un ruolo di diverso peso e responsabilità nel corso di una stessa indagine, mi chiedo a cos'altro si appellerà negli altri romanzi per riempirne i capitoli, come troverà nuove idee, nuove piste per il suo commissario, se non tornando a sfruttare questi stessi argomenti che, ammettiamolo, proprio perché risaputi e scomodi fanno tuttavia audience. E in quel caso, al povero recensore non resterà di meglio che ripetersi lui stesso.
Il caso in questione inizia con il ritrovamento, in un canale, di un cadavere, che si scoprirà presto essere quello di un militare americano di stanza alla vicina base statunitense di Vicenza; si complica poi con un'altra morte sospetta, e si intreccia (un po' macchinosamente) anche con un furto d'arte. Ce n'è abbastanza per tener viva l'attenzione di un lettore di polizieschi, direi; eppure a queste vicende viene dedicato meno spazio di quello che occupano le frequenti e dettagliatissime scene di puro contorno e le altrettanto frequenti e ripetitive - nonché poco originali - elucubrazioni sulla politica, l'attualità e i molti luoghi comuni che all'estero è prassi attribuire agli italiani. Ci si spiega facilmente il motivo per il quale Donna Leon, popolare in tutto il mondo e tradotta in molti paesi, si sia sempre opposta alla traduzione dei suoi libri nella nostra lingua, per arginare la loro distribuzione a un più vasto pubblico e in tal modo limitare l'impatto sgradevole che le sue critiche al sistema Italia potrebbero avere presso lo stesso. Infatti, questo romanzo e gli altri di cui sono venuta in possesso sono copie della loro versione in lingua francese, edita da Calmann-Lévy, e confesso che il fatto di poterli leggere in una lingua a me tanto cara rappresenta forse il vero piacere di questa lettura. Una lettura che non arriverò a giudicare inutile, dato che un certo svago ne ho ricavato, ma che tuttavia definirei "senza infamia e senza lode". Una lettura, mi è venuto da pensare più volte, da metropolitana: ma in fondo, ammettiamolo, per i nostri momenti di evasione senza pretese, per colmare piccole noie e attese, è proprio di questo genere di letture che andiamo in cerca. E dunque, senza falsi snobismi, lunga vita ora e sempre alla letteratura popolare, e alla spensierata compagnia che ci regala.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 17, 2008 19:02 | Permalink | commenti
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domenica, 09 marzo 2008

L'ELEGANZA DEL RICCIO
(Muriel Barbery)

eleganza_copertina

Di questo libro parlerò bene, e volentieri, perché fra gli ultimi che ho letto è forse quello che maggiormente mi ha colpita. Il mio apprezzamento è comunque tardivo e preceduto da quello unanime con il quale è stato accolto in Francia, dove nel 2006 è stato definito il "caso letterario dell'anno", nonché da quello che sta riscuotendo - e per fortuna, aggiungo - anche nel nostro Paese, che credo di poter affermare non annoveri, nell'attuale panorama letterario, una scrittrice di razza paragonabile a Muriel Barbery. La formazione culturale di alto livello dell'Autrice traspare tutta sia nell'eleganza dello stile che nella finezza dell'intreccio, se di intreccio si può parlare in una storia in realtà priva di una vera e propria trama e basata più che altro su una serie di quadri descrittivi e di riflessioni. Dunque, più che di intreccio sarebbe il caso di parlare di "tema", e il tema è giusto quello sintetizzato nel titolo: l'eleganza trattata dalla Barbery è quella di un animo nascosto, un'eleganza intellettuale celata dietro una voluta apparenza di ottusità e sciatteria, e difesa dagli sguardi altrui (per mancanza di fiducia nel prossimo o in se stessa?) con l'agguerrita tenacia con cui un riccio dispiega tutti i suoi aculei per proteggere la propria fragilità.
Il riccio elegante in questione è Mme Renée Michel, portinaia di un signorile palazzo parigino abitato da persone altolocate che fanno sfoggio, ahimè, di alcuni dei vizi più diffusi proprio in un certo ambiente: la boria, l'ipocrisia, il culto dell'apparenza e, spesso, la più elementare ignoranza. All'opposto, Mme Michel svolge il suo oscuro lavoro di guardiola interpretando il suo personaggio secondo i canoni più tradizionali: bruttina, grassoccia, dimessa, perfino mentalmente limitata, questo è il cliché di ogni portinaia parigina che si rispetti, e questa è soprattutto la maschera che, indossata ogni giorno durante l'orario di servizio, le permette di nascondere doti inusuali che, messe allo scoperto, farebbero di lei una anomalia inquietante, una presenza scomoda e fuori luogo in un ambiente snob come quello. Perché Mme Michel, nel rifugio delle sue due stanze a pianterreno che condivide con un canonico gatto, coltiva in realtà letture ricercate, è una competente frequentatrice di letteratura, arte e filosofia, nonché una raffinata conoscitrice della sofisticata cultura giapponese. Nelle ore libere, nelle notti di insonnia, nella sua solitudine di vedova, ristora il suo animo e lo nutre di Bellezza, per ripagarlo delle piccole meschinità della routine quotidiana e della delusione dei rapporti sociali con persone tanto vanagloriose quanto vacue.
Co-protagonista accanto a lei, e titolare di una vicenda parallela, è la giovanissima Paloma, che abita con la altezzosa famiglia nello stesso palazzo e che, essendo naturalmente dotata di intelligenza precoce e sorprendente capacità di analisi, vive un disagio simile a quello della portinaia, poiché le sue acute osservazioni del mondo che la circonda le restituiscono una realtà assurda, aliena, allucinante, inaccettabile al punto da farle prendere la decisione di porre fine alla sua vita - per l'evidente inutilità di viverla - allo scadere del suo tredicesimo compleanno. Il percorso intimo che la porterà al compimento di questo progetto è contenuto in un diario, al quale essa affida la cronaca della propria crisi esistenziale sulle soglie dell'adolescenza.
Ma la sintesi che ho appena esposto di queste due vicende umane non deve trarre in inganno: esse non sono narrate col tono drammatico o lacrimoso che ci si potrebbe aspettare, e neppure con quello languido o malinconico di un racconto intimista. Tutt'altro, tutt'altro, e grazie al Cielo.
Perché sia Renée che Paloma, ben lungi dall'essere donnicciole piagnucolose o vittimiste, sono due bei caratterini agguerriti e soprattutto dotati di un magnifico spirito, di una intelligente ironia, di un umorismo più che originale, ed è con questi strumenti che riferiscono al lettore - il quale spesso si ritrova con le lacrime agli occhi per il divertimento - i fatterelli stupidi e ripetitivi di ogni giorno e i comportamenti e gli exploits scoraggianti di una società votata solo all'esteriorità e al lusso. Ironia e distacco solo con i quali è possibile deridere la meschinità e non restarne schiacciati.
Terzo personaggio, e personaggio-chiave, è il giapponese signor Ozu, un nuovo inquilino, che racchiude in sé le doti più apprezzabili: l'equilibrio, la semplicità dell'eleganza, la discrezione tipica del gentiluomo orientale, la passione per la cultura. Egli diventerà, con infinito garbo e impareggiabile intuito, il complice spirituale delle due protagoniste, che con lui finalmente potranno condividere il leit-motiv delle loro vite: il gusto per la Bellezza e l'esercizio dell'Intelligenza.
Se si eccettua il coup-de-théatre del finale (del quale ovviamente non parlerò), la vicenda raccontata in questo romanzo segue un filo conduttore abbastanza tenue e non è segnata da avvenimenti o scene d'azione. Ciò che conta e su cui si fonda la particolarità del libro è proprio il minimalismo della trama, che permette all'Autrice di dedicare tutto il suo impegno creativo e tutte le sue risorse stilistiche e linguistiche all'elaborazione di una analisi di caratteri, di sentimenti, di riflessioni, di considerazioni private. Dal punto di vista tecnico, la Barbery possiede un lessico alquanto esteso e una non comune padronanza degli strumenti sintattici, che le permettono di elaborare in modo originale e gradevolissimo la costruzione dei periodi senza cadere in banalità o disomogeneità. Lo stile, pur se colto, è sempre scorrevole, colmo di grazia e leggibile; merito anche di una traduzione (a due mani, di Emmanuelle Caillat e Cinzia Poli) che ha saputo trasferire nella purezza della nostra lingua non solo i singoli componenti delle frasi ma - obiettivo già più arduo - la struttura del fraseggio. Grazie a questo ottimo lavoro, l'immedesimazione risulta estremamente fluida.
Al termine della lettura, dopo essersi staccati di malavoglia da quella conciergerie, da quel microcosmo così ben descritto, da quei personaggi che così facilmente ci sono divenuti familiari, ci rimane tra le mani il senso complessivo e definitivo del romanzo: un omaggio a quei doni della vita che molti non sanno godere e nemmeno individuare, e che invece sono alla portata di chiunque perché appartengono al quotidiano - le piccole armonie presenti in ciò che ci circonda, da un gesto gentile a un colore ben assortito a un sapore riuscito, da una musica che parla al cuore a un silenzio che contiene ben di più. Un romanzo capace di di-vertire perché ci accompagna in un'ambientazione resa con bella capacità espressiva. Ma anche e soprattutto un romanzo capace - suggerendo con grazia e spirito una denuncia sociale verso la superficialità o l'arroganza di molti rapporti umani o verso i vuoti di una imperante sottocultura, ma senza mai cedere a un facile e superfluo moralismo che avrebbe appiattito e banalizzato tutto - di lasciarci dentro, nel tempo, spunti di riflessione applicabili alla vita di ciascuno.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 09, 2008 15:44 | Permalink | commenti (4)
categoria:libri
giovedì, 06 marzo 2008

COME UNA FARFALLA

Butterfly

Le cose succedono per due motivi: o perché le facciamo succedere noi, o perché le fa succedere qualcun altro. Naturalmente, spesso ci fa comodo attribuirle al Caso, ma il Caso mica esiste: il Caso non è altro che un concorso di circostanze, alcune deliberate e altre meno, nelle quali, con pazienza, è sempre possibile identificare le responsabilità di qualcuno. Anche gli eventi naturali sono prodotti da qualcosa, da meccanismi messi in moto da qualcuno: uno sciatore scriteriato può innescare una slavina, un disboscamento speculativo può causare uno smottamento, un esperimento nucleare può determinare crolli sotterranei e quindi terremoti. Una farfalla batte le ali a Samarcanda, e a Caracas un maestro elementare si becca un raffreddore sull'autobus che lo porta a scuola. Insomma, circa.
Però ho notato che le cose succedono con una velocità e una varietà inversamente proporzionali all'età del soggetto. Le cose succedono più spesso e sono più significative quanto più si è giovani; poi a una certa età rallentano, o smettono.
A me ne succedevano tante, me lo ricordo. A periodi, era arduo starci dietro, per farlo ero sempre di corsa e dormivo poco per non dimenticarle. Certi giorni, erano talmente incalzanti che la sera mi ritrovavo a piangerci sopra dalla stanchezza.
Adesso invece chissà dove sono andate. Per succedere, le cose, succedono; ma succedono più agli altri che a me. Eppure mi pare di non avere mai smesso di mettercela tutta per farle succedere, ma si vede che non basta più, non come una volta. E' come se le cose che mi succedono, ormai sempre meno e sempre più insignificanti, fossero solo quelle che faccio succedere io stessa; è come se gli altri non mi vedessero neanche, o si fossero dimenticati di me, di mandarmi le conseguenze delle loro azioni perché diventino cause che mi riguardano, di intervenire - anche da Samarcanda o da Caracas - per portare novità e cambiamenti nella mia vita.
Ogni mattina mi alzo e mi dico: "Oggi faccio succedere qualcosa. Ma cosa?".
E mi metto anche io a battere le ali, come quella farfalla.

postato da: bucciadimela alle ore marzo 06, 2008 19:13 | Permalink | commenti
categoria:pensieri al setaccio
martedì, 04 marzo 2008

CARTOLINA  DA  CAORLE
(febbraio 2008)

Caorle_2008

postato da: bucciadimela alle ore marzo 04, 2008 22:48 | Permalink | commenti (3)
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