lunedì, 18 febbraio 2008

da
Diari da Magdenbad 
capitolo 28

biblioteca_Magdenbad

La Real Civica Biblioteca di Magdenbad è un bizzarro edificio alto e stretto incastrato fra gli splendenti palazzi patrizi della piazza, dei quali sembra il più antico e il più malconcio. La facciata, tutta sviluppata in verticale, riporta una disposizione alquanto irregolare di finestre di forme e dimensioni diverse, quasi scompagnate a bella posta o in seguito a un progetto bislacco, come se la costruzione fosse cresciuta un po' per volta e secondo l'estro del giorno di una squadra di carpentieri ognuno col proprio disegno in mente.
Al pianterreno ci sono solo due stanze: una riservata all'ufficio del bibliotecario e l'altra per la lettura, arredate in modo essenziale con scaffali, tavoli e sedie che ricordano la severa scomodità di un convento. I libri sono numerosissimi, alcuni sembrano molto antichi, tutti disposti in ordine da una mano protettiva. C'era una sola persona, un giovane pallidino e impacciato con le dita macchiate di inchiostro; stava copiando titoli su un registro, e la mia venuta lo ha messo in crisi come se le visite alla biblioteca fossero di regola assai rare. Quando ho cominciato a esporgli la mia richiesta, è entrato nella massima confusione e si è professato troppo inesperto per aiutarmi, raccomandandomi piuttosto di rivolgermi al suo superiore, l'unico con facoltà di decretare prestiti. Innervosita, poiché non mi sembrava di aver chiesto qualcosa di tanto delicato, ho domandato dove avrei potuto trovarlo, e sono stata indirizzata di sopra.
"Salite tutte le scale, fino in cima. A quest'ora è sul tetto. Mi perdonerete se non vi accompagno, ma non posso lasciare la porta incustodita - mi ha detto lo studentino; eppure mi era parso di capire che da quella porta non entra quasi mai nessuno, e in ogni caso sarebbe bastato chiuderla da dentro per il tempo necessario a farmi da guida.
La scala è stretta, lunga, di pietra; ad ognuno dei tre piani, una porta vetrata si apre su un unico locale, uno stanzone spartano illuminato da grandi finestre solo sulla facciata che dà sulla piazza; le pareti sono interamente rivestite da librerie dove non c'è un solo spazio vuoto; al centro, un tavolo lungo e alcune sedie, null'altro. Tre piani uguali, e dentro non c'era anima viva; persisteva però un blando odore di fumo di legna, vecchio, sbiadito, che ho trovato assai gradevole, come se mi ricordasse un'atmosfera familiare, quella di un tinello, di una cucina forse, in una casa vissuta.
L'ultima rampa, più stretta e disadorna, in pietra viva e senza corrimano, sale ripida al tetto, da cui piove luce azzurra e fresca brezza di mare: sono salita fin lassù, titubante ma obbligata dato che il giovane al pianterreno mi aveva informato che era proprio lì che avrei trovato chi cercavo, anche se non riuscivo a supporre cosa mai potesse fare un bibliotecario sopra un tetto. Varcato l'ultimo gradino, mi sono affacciata su un locale sorprendente, a pianta circolare e luminosissimo in quanto completamente aperto sul cielo tramite vetrate ininterrotte, lungo le quali corre una panca di legno. Al centro, seduto su una poltroncina che non sfigurerebbe in un salotto e intento a osservare dentro un massiccio telescopio, un uomo di cui per prima cosa ho notato il candore dei capelli, e subito dopo, quando si è alzato per farmisi incontro, la serietà dello sguardo e l'armoniosa fattura di un corpo giovanilmente atletico malgrado l'età denunciata dalle profonde rughe del volto. Mi ha salutata con voce grave, mostrando di conoscere il mio nome: 
"Baronessa Angelopulos. Ben arrivata, vi aspettavo".
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 18, 2008 12:04 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 11 febbraio 2008

un omaggio a Borges da una bibliotecaria mancata

biblioteca

GIUGNO 1968
 
Nel meriggio dorato
e in una serenità di cui il simbolo
potrebbe essere il meriggio dorato,
l'uomo dispone i libri
negli scaffali che attendono
e sente la pergamena, la pelle, la tela
e il piacere che dà
immaginare un'abitudine
e istituire un ordine.
Stevenson e l'altro scozzese, Andrew Lang,
riprenderanno qui, per virtù magica,
la lenta discussione che interruppero
gli oceani e la morte
e a Reyes certo non dispiacerà
stare accanto a Virgilio.
(Ordinare una biblioteca è
esercitare, in silenzio e modestia,
l'arte del critico.)
L'uomo, che è cieco, sa
che non potrà più decifrare
i bei volumi che tocca
e che non gli daranno aiuto a scrivere
il libro che lo giustifichi agli occhi degli altri,
ma nel meriggio che forse è dorato
sorride del suo bizzarro destino
e sente la felicità che è propria
delle vecchie cose che s'amano.
 
Jorge Luis Borges (da "Elogio dell'ombra")
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 11, 2008 17:44 | Permalink | commenti (7)
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domenica, 03 febbraio 2008

Charles Dickens

 Il mistero di Edwin Drood

Dickens

Un mostro sacro come Dickens, lungi da me recensirlo; posso solo accodarmi devotamente a quanti lo hanno sempre indicato come un Maestro di narrativa, psicologia e arguzia. Un Intoccabile.
Tuttavia mi piace partecipare il godimento che mi ha procurato la lettura di un suo romanzo poco conosciuto, Il mistero di Edwin Drood, ultimo in ordine cronologico nella bibliografia dickensiana e lasciato interrotto dall'Autore nel 1870, quando morì dopo averne completato circa la metà. Il mistero è dunque nel titolo ma anche nella natura stessa dell'opera, della quale rimasero ai posteri solo vaghi appunti scritti e qualche accenno verbale raccolto da amici o familiari. Si incaponì a volerlo completare uno scrittore nostro contemporaneo buon conoscitore dello stile e delle tematiche dickensiane, Leon Garfield, ed è grazie alla sua paziente maestria nonché al talento sorprendente di un traduttore come Pier Francesco Paolini che oggi possiamo accedere a questo lavoro controverso, affascinante, enigmatico.
Due parole sulla trama, che mi permetterò di sintetizzare al massimo: l'Edwin Drood del titolo, un giovane onesto e promettente, scompare misteriosamente, e ne viene incolpato un altro giovane, Neville Landless, altrettanto onesto ma di temperamento alquanto focoso. Attorno a questo nucleo centrale, ruotano diverse vicende di carattere sociale e sentimentale, connesse a una schiera di personaggi dettagliatamente rappresentati e puntualmente inseriti in una cornice ghiottamente deliziosa quale uno spaccato dell'Inghilterra di metà Ottocento (ambientazione e contesto nei quali la penna di Dickens si rivela sempre di impagabile efficacia). Tra i ghiotti ingredienti, un borgo della benpensante provincia inglese dominato da un'antica Cattedrale alla cui ombra si stende un caratteristico camposanto, e poi salotti austeri oppure civettuoli dove si conversa con la studiata retorica del tempo, un collegio per signorine all'insegna tutta vittoriana della serietà e della pudicizia, soffitte malsane per studenti a mal partito o oppiomani derelitti e disperati, una natura affascinante e selvatica che odora del mare vicino.
Ma più che l'intreccio, in quest'opera va rilevata - una volta di più, perché non è certo una scoperta - l'abilità tutta dickensiana di permeare atmosfere lugubri e inquietanti con uno spirito sottilissimo e sornione, che smitizza il racconto a forti tinte proprio con la caricaturale sottolineatura di certe sue inevitabili enfasi. Vien da immaginare il Vecchio Scrittore, avvezzo a ogni aspetto delle debolezze umane da lui costantemente osservate e rielaborate, intento a scrivere le ultime pagine della sua vita - già malato e da tempo - ma ancora e forse più che mai, proprio per la consapevolezza di essere alla fine, immerso nel piacere creativo, nell'ispirazione incontenibile, nel fervore della costruzione di frasi, periodi, capitoli, descrizioni, riflessioni, elucubrazioni particolareggiate fino alla logorrea, come quando la mente è completamente assorta nel prodotto della sua creazione e ci vive in simbiosi, non desiderando che trasmettere ad altri le immagini e le sensazioni di cui alimenta se stessa. Dunque logorrea, forse, ma deliziosa nel risultato per il lettore, al quale resta impossibile non accettare l'invito a lasciarsi coinvolgere in quell'immaginazione, in quella ricostruzione di un mondo che appartiene al passato ma che ci torna così nitidamente delineato da sembrare plausibile e vicino.
Lode al Traduttore Paolini, e al suo mirabile lavoro di mediazione tra noi lettori e uno stile ottocentesco apparentemente arcaico ma aderentissimo alla collocazione e studiato al fine di trasmettere il lavoro dell'Autore con la massima e più leggibile fedeltà, sia sintattica che concettuale.
Un libro - un librone, oltre 500 pagine nell'edizione Bompiani del 2001 - consigliabile nelle lunghe serate invernali, da leggere preferibilmente adagiati in una comoda poltrona accanto a un caminetto acceso mentre fuori piove e tira vento, senza cedere al senso di colpa se la felice evasione ci farà - e con rammarico - spegnere la luce molto tardi.
 
 
droodSiccome ogni qual volta il reverendo Septimus si faceva pensieroso, la sua buona madre vedeva in ciò un segno infallibile ch'egli aveva "bisogno di sostegno", la florida vecchia signora si recò in tutta fretta alla credenza della sala da pranzo per prelevar da essa il necessario "sostentamento", sotto forma di un bicchiere di Constantia e di un biscotto casalingo. Era una magnifica credenza, degna di Cloisterham e di Minor Canon Corner. Sopra di essa, un ritratto di Händel, in fluente parrucca, sorrideva dall'alto allo spettatore, con l'aria di reputarsi all'altezza del contenuto della credenza, e con un nonsoché nello sguardo che sembrava tradir l'intenzione del musicista di combinar tutte le sue armonie in un'unica deliziosa toccata e fuga. Non era una comune credenza dal volgare sportello che s'aprisse tutt'assieme sui cardini, senza lasciar nulla da scoprire per gradi, no: quella rara credenza aveva una serratura al mezzo, ove due pannelli scorrevoli si congiungevano, perpendicolari; e l'uno calava giù, e l'altro saliva su. Il pannello superiore, nel venir tirato giù (lasciando l'altro scomparto doppiamente sbarrato, nel mistero) rivelava profondi scaffali gremiti di vasetti di sottaceti, barattoli di marmellata, scatole di latta, teche di spezie, e recipiente gradevolmente esotici, bianchi ed azzurri, profumati ricettacolo di conserve al tamarindo e allo zenzero. Ogni benevolo abitante di quel chiostro aveva il proprio nome iscritto sul ventre. I sottaceti, nelle loro uniformi dal pastrano marrone a doppiopetto, con fregi gialli o di colore scuro, si presentavan con il loro nome a lettere maiuscole, in stampatello, come Cetrioli, Cipolle, Cavoli, Broccoli, Carote, Misticanza, ed altri membri della nobile famiglia degli ortaggi. Le marmellate, essendo di temperamento meno mascolino, ed indossando crestine di carta, si annunciavano, in femminil calligrafia, come un tenue sussurro, quali Fragole, Pesche, Albicocche, Prugne, Susine, Mele e Mirtilli. Chiudendosi il sipario su queste tentatrici, e salendo il pannello inferiore, venivan rivelate melarance, insieme ad una scatola di zucchero, laccata, onde temprare la loro acerbità, se poco mature. Biscotti casarecci facevan corte a quelle Potenze, accompagnate da un grosso frammento di focaccia farcita, e da svariati cialdoni detti dita-di-dame, da immergersi nel vin dolce e baciarsi. Più in basso ancora, un ripostiglio foderato di piombo dava ricetto al vin santo e a vari cordiali, e da esso provenivano bisbigli di Arancia di Siviglia, Limone, Mandorla e Semi di Comino. Aveva l'aria, quella regina delle credenze, di aver udito per secoli l'eco delle campane e dell'organo della Cattedrale, un'eco come di ronzanti api, finché quelle venerande pecchie avevan trasformato in miele sublime tutto ciò che essa conteneva nel suo seno; e si osservava sempre che chiunque si immergesse fra quegli scaffali (profondi, come si è notato, da inghiottire testa, spalle e gomiti) ne ritornava fuori con ridente sembiante, come se avesse subito una zuccherosa trasformazione.
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 03, 2008 20:56 | Permalink | commenti (1)
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