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Diari da Magdenbad
capitolo 28

La Real Civica Biblioteca di Magdenbad è un bizzarro edificio alto e stretto incastrato fra gli splendenti palazzi patrizi della piazza, dei quali sembra il più antico e il più malconcio. La facciata, tutta sviluppata in verticale, riporta una disposizione alquanto irregolare di finestre di forme e dimensioni diverse, quasi scompagnate a bella posta o in seguito a un progetto bislacco, come se la costruzione fosse cresciuta un po' per volta e secondo l'estro del giorno di una squadra di carpentieri ognuno col proprio disegno in mente.
Al pianterreno ci sono solo due stanze: una riservata all'ufficio del bibliotecario e l'altra per la lettura, arredate in modo essenziale con scaffali, tavoli e sedie che ricordano la severa scomodità di un convento. I libri sono numerosissimi, alcuni sembrano molto antichi, tutti disposti in ordine da una mano protettiva. C'era una sola persona, un giovane pallidino e impacciato con le dita macchiate di inchiostro; stava copiando titoli su un registro, e la mia venuta lo ha messo in crisi come se le visite alla biblioteca fossero di regola assai rare. Quando ho cominciato a esporgli la mia richiesta, è entrato nella massima confusione e si è professato troppo inesperto per aiutarmi, raccomandandomi piuttosto di rivolgermi al suo superiore, l'unico con facoltà di decretare prestiti. Innervosita, poiché non mi sembrava di aver chiesto qualcosa di tanto delicato, ho domandato dove avrei potuto trovarlo, e sono stata indirizzata di sopra.
"Salite tutte le scale, fino in cima. A quest'ora è sul tetto. Mi perdonerete se non vi accompagno, ma non posso lasciare la porta incustodita - mi ha detto lo studentino; eppure mi era parso di capire che da quella porta non entra quasi mai nessuno, e in ogni caso sarebbe bastato chiuderla da dentro per il tempo necessario a farmi da guida.
La scala è stretta, lunga, di pietra; ad ognuno dei tre piani, una porta vetrata si apre su un unico locale, uno stanzone spartano illuminato da grandi finestre solo sulla facciata che dà sulla piazza; le pareti sono interamente rivestite da librerie dove non c'è un solo spazio vuoto; al centro, un tavolo lungo e alcune sedie, null'altro. Tre piani uguali, e dentro non c'era anima viva; persisteva però un blando odore di fumo di legna, vecchio, sbiadito, che ho trovato assai gradevole, come se mi ricordasse un'atmosfera familiare, quella di un tinello, di una cucina forse, in una casa vissuta.
L'ultima rampa, più stretta e disadorna, in pietra viva e senza corrimano, sale ripida al tetto, da cui piove luce azzurra e fresca brezza di mare: sono salita fin lassù, titubante ma obbligata dato che il giovane al pianterreno mi aveva informato che era proprio lì che avrei trovato chi cercavo, anche se non riuscivo a supporre cosa mai potesse fare un bibliotecario sopra un tetto. Varcato l'ultimo gradino, mi sono affacciata su un locale sorprendente, a pianta circolare e luminosissimo in quanto completamente aperto sul cielo tramite vetrate ininterrotte, lungo le quali corre una panca di legno. Al centro, seduto su una poltroncina che non sfigurerebbe in un salotto e intento a osservare dentro un massiccio telescopio, un uomo di cui per prima cosa ho notato il candore dei capelli, e subito dopo, quando si è alzato per farmisi incontro, la serietà dello sguardo e l'armoniosa fattura di un corpo giovanilmente atletico malgrado l'età denunciata dalle profonde rughe del volto. Mi ha salutata con voce grave, mostrando di conoscere il mio nome:
"Baronessa Angelopulos. Ben arrivata, vi aspettavo".
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 18, 2008 12:04 | Permalink | commenti (2)
categoria:diari da magdenbad
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Siccome ogni qual volta il reverendo Septimus si faceva pensieroso, la sua buona madre vedeva in ciò un segno infallibile ch'egli aveva "bisogno di sostegno", la florida vecchia signora si recò in tutta fretta alla credenza della sala da pranzo per prelevar da essa il necessario "sostentamento", sotto forma di un bicchiere di Constantia e di un biscotto casalingo. Era una magnifica credenza, degna di Cloisterham e di Minor Canon Corner. Sopra di essa, un ritratto di Händel, in fluente parrucca, sorrideva dall'alto allo spettatore, con l'aria di reputarsi all'altezza del contenuto della credenza, e con un nonsoché nello sguardo che sembrava tradir l'intenzione del musicista di combinar tutte le sue armonie in un'unica deliziosa toccata e fuga. Non era una comune credenza dal volgare sportello che s'aprisse tutt'assieme sui cardini, senza lasciar nulla da scoprire per gradi, no: quella rara credenza aveva una serratura al mezzo, ove due pannelli scorrevoli si congiungevano, perpendicolari; e l'uno calava giù, e l'altro saliva su. Il pannello superiore, nel venir tirato giù (lasciando l'altro scomparto doppiamente sbarrato, nel mistero) rivelava profondi scaffali gremiti di vasetti di sottaceti, barattoli di marmellata, scatole di latta, teche di spezie, e recipiente gradevolmente esotici, bianchi ed azzurri, profumati ricettacolo di conserve al tamarindo e allo zenzero. Ogni benevolo abitante di quel chiostro aveva il proprio nome iscritto sul ventre. I sottaceti, nelle loro uniformi dal pastrano marrone a doppiopetto, con fregi gialli o di colore scuro, si presentavan con il loro nome a lettere maiuscole, in stampatello, come Cetrioli, Cipolle, Cavoli, Broccoli, Carote, Misticanza, ed altri membri della nobile famiglia degli ortaggi. Le marmellate, essendo di temperamento meno mascolino, ed indossando crestine di carta, si annunciavano, in femminil calligrafia, come un tenue sussurro, quali Fragole, Pesche, Albicocche, Prugne, Susine, Mele e Mirtilli. Chiudendosi il sipario su queste tentatrici, e salendo il pannello inferiore, venivan rivelate melarance, insieme ad una scatola di zucchero, laccata, onde temprare la loro acerbità, se poco mature. Biscotti casarecci facevan corte a quelle Potenze, accompagnate da un grosso frammento di focaccia farcita, e da svariati cialdoni detti dita-di-dame, da immergersi nel vin dolce e baciarsi. Più in basso ancora, un ripostiglio foderato di piombo dava ricetto al vin santo e a vari cordiali, e da esso provenivano bisbigli di Arancia di Siviglia, Limone, Mandorla e Semi di Comino. Aveva l'aria, quella regina delle credenze, di aver udito per secoli l'eco delle campane e dell'organo della Cattedrale, un'eco come di ronzanti api, finché quelle venerande pecchie avevan trasformato in miele sublime tutto ciò che essa conteneva nel suo seno; e si osservava sempre che chiunque si immergesse fra quegli scaffali (profondi, come si è notato, da inghiottire testa, spalle e gomiti) ne ritornava fuori con ridente sembiante, come se avesse subito una zuccherosa trasformazione.