lunedì, 21 gennaio 2008

LA PIOGGIA PRIMA CHE CADA - di Jonathan Coe
(praticamente, una stroncatura)

la pioggia

Non mi è piaciuto, tuttavia lo ho letto fino in fondo.
Lo ho letto fino in fondo perché mi sentivo in dovere di capire il motivo per il quale non mi piace Coe in generale, il motivo per cui tempo fa avevo abbandonato dopo qualche decina di pagine la lettura di un altro suo romanzo, La famiglia Winshaw, indicato fra i due o tre migliori di questo autore da molti apprezzato, addirittura celebrato. Quel libro mi aveva letteralmente infastidita a causa dello stile contorto e della scarsa limpidezza della trama, tanto da decidere di escludere questo autore da successivi programmi di lettura. Decisione recentemente rientrata per motivi tutto sommato superficiali: anzitutto la curiosità appunto di sondare meglio il mio iniziale rifiuto, poi senz'altro l'attrazione esercitata dal titolo - poetico ed enigmatico - e da ultimo l'opportunità di leggere un libro che forse non mi sarebbe piaciuto senza rischiare di pentirmi di averlo acquistato, avendolo preso in prestito dalla biblioteca comunale. E' rimasto nelle mie mani tre giorni, il tempo di leggerlo con attenzione, poi lo ho riportato più che volentieri sul suo scaffale, dove probabilmente procurerà a qualche altro lettore maggiore soddisfazione.
Ma torno a ripetere, invertendo i termini: lo ho letto fino in fondo, tuttavia non mi è piaciuto.
E non mi è piaciuto probabilmente anche perché tra la sensibilità dell'autore e la mia di lettrice non ho avvertito nemmeno questa volta alcun punto di contatto, né dal punto di vista stilistico né da quello del contenuto narrativo. Non c'è stata interazione, non c'è stato feeling, non c'è stato coinvolgimento. La vicenda si lascia leggere, devo ammetterlo, così come ammetto che Coe non è un bluff ma sa indubbiamente scrivere, però un giudizio tecnico e non solo emotivo non può ignorare che la storia è greve come una telenovela strappalacrime, e come una telenovela è forzata fino a una ridicola inverosimiglianza.
L'obiettivo sembra quello di sconcertare e commuovere soprattutto il pubblico femminile, quello cui il libro appare naturalmente e preferibilmente dedicato dal momento che narra di una cronologia tutta al femminile: la concatenazione delle vite di tre generazioni di donne osservata, analizzata e rivissuta da altre donne, il tutto all'interno di una sola e ramificata famiglia inglese lungo il corso di alcuni decenni del novecento. Ma l'obiettivo di sconcertare e commuovere è tra i più banali, se poi viene perseguito grazie a certe insistenti forzature tragiche che, proprio perché irrealistiche, risultano al contrario quantomai prevedibili, e quindi deludenti per il lettore meno sprovveduto. Il libro appare un polpettone tenacemente malinconico, infarcito com'è di ingredienti di risaputo effetto come la presenza di una fanciulla cieca, il tema dell'omosessualità femminile, quello dell'adozione di minori sottratti alla podestà di genitori indegni, perfino la cronaca in diretta di un suicidio. Ingredienti eccessivi, estremi e quindi complessivamente ingenui.
All'inizio mi aveva fatto ben sperare la trovata - se non originalissima, almeno accattivante - di un filo conduttore rappresentato dalla descrizione di una serie di vecchie fotografie di famiglia, ognuna delle quali introduce la rievocazione di una tappa significativa nell'intera saga e ne connota l'ambientazione nello spazio, nel tempo e nei costumi di una società. Peccato che questo artificio ben presto perda la sua efficacia soffocato sotto pagine di tediosissime descrizioni di paesaggi e di dettagli che, seppure funzionali al fatto che il racconto è rivolto alla fanciulla cieca di cui sopra, non colgono tuttavia l'obiettivo di far vedere e far vivere davvero i soggetti, gli oggetti e gli ambienti fotografati: tutto resta piuttosto estraneo, lontano, incomprensibile e scarsamente condivisibile, come accade con ciò che, per quanto si sforzi, non ha un'anima sincera da mostrare. Descrizioni diligenti, persino ossessive, e tuttavia o proprio per questo fredde, affettate, vacue come cartelloni pubblicitari.
L'unico merito che riconoscerei a Coe è quello di aver cercato di interpretare l'animo femminile costruendo una vicenda e uno scenario dominati quasi esclusivamente da donne, delle quali ha voluto narrare - direi calcando un po' troppo la mano, come se a scrivere fosse stata una signora depressa dalla menopausa - a quali abissi di complessità e paranoia possano giungere le conseguenze di problemi affettivi sorti nell'infanzia e mai sufficientemente compresi. Intuendo quale impegno sia richiesto da parte di uno scrittore per immedesimarsi credibilmente nell'altro sesso, ci si capacita di come Coe, nel perseguire il suo scopo, sia caduto in qualche stereotipo di troppo; un po' meno di come non abbia mai pensato di attingere, dalla invidiabile tradizione britannica, un po' di quello humour inglese che ha caratterizzato al meglio tante altre opere di suoi connazionali e che avrebbe evitato anche a lui lo scadimento nello psicodramma mediocre, gratuito e déjà-vu.
Complessivamente dunque un libro scritto bene ma incapace di affascinare; un libro che, per la pretesa di contenere troppe verità, non ne esprime nessuna di convincente; un libro che costa poco leggere se non altro per potersi poi dire aggiornati sulle novità editoriali di cui bene o male si parla, ma che consiglierei preferibilmente a un pubblico di pretese modeste e incline ai sentimenti forti, purché rassegnato a una certa pazienza davanti alle tante lungaggini descrittive.
postato da: bucciadimela alle ore gennaio 21, 2008 09:59 | Permalink | commenti (3)
categoria:libri
venerdì, 18 gennaio 2008

SEGNALO

Un'ideina deliziosa lanciata dall'amico Effe sul suo ottimo blog.
Non ditemi che non cogliete il fascino dell'indeterminatezza: è il mare in cui si scioglie l'immaginazione dello scrittore, è l'ispirazione delle sue notti in bianco. Nulla ha più efficacia narrativa del vago e del non plausibile, e nulla ne ha meno del troppo specificato e didascalico. E' come mettere a confronto Borges o Garcia Marquez con Clancy o Grisham.
Non ditemi, appunto. 
Piuttosto, unitevi e annegheremo insieme: io mi sono già buttata.

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 18, 2008 22:49 | Permalink | commenti (1)
categoria:bravi gli altri
martedì, 15 gennaio 2008

Sì, vabbè, sapienza...

camauro

Lasciando per scontato che negare la libertà di parola a chicchessia è un gesto di ingiustificabile inciviltà, mi rimane tuttavia il sospetto che ad animare il rifiuto verso la presenza di Ratzinger nel tempio del sapere laico non sia stato solo un vento di rivendicazione della suddetta laicità del suddetto sapere, ma anche una infastidita e serpeggiante antipatia nei confronti di un (troppo) potente che offre di sé senza vergogna l'immagine patetica di un uomo al contempo timido e vanitoso, colto e ingenuo, preparato e sprovveduto. Un'immagine di scarso spessore, di bassa statura, di improbabile plausibilità.

Certo, fin dal primo giorno l'attuale pontefice è costretto a confrontarsi con quel monumento alla comunicazione di massa che era stato il suo predecessore. Si fosse annunciato lui, il titanico Woytila, alle porte della Sapienza, docenti e discenti gli sarebbero corsi incontro agitando le palme e cantando inni da scouts, e lo avrebbero portato dentro trionfalmente e con grande e reciproco divertimento, pronti ad accettare dalla sua voce tonante e sicura anche anatemi medievali contro la scienza moderna, e a rifletterci poi la notte, in compagnia di un inconfessato cilicio, ciascuno nella propria cella di scienziati duri e puri.

Ma questo ometto qua che si pavoneggia e manco si accorge di pestare merde solenni in occasioni ancor più solenni, col suo fare e dire da timorosa beghina, ostentando un'umile riservatezza che puzza tanto di repressa permalosità, è partito zoppicando e non ha ancora trovato il passo vincente.

Ora si ritira, amareggiato dal rifiuto e impensierito da paventate minacce alla sua sicurezza (slogan e uova marce, suppongo), ma solo dopo aver causato un tumulto increscioso e ridicolo che tutti avremmo voluto ci fosse risparmiato. E ci sarebbe stato il modo per farlo - lo dico ai sapienti della Sapienza - il più semplice e più intelligente, il modo sicuro per neutralizzare quella che si è voluto vedere come una allarmante intrusione della Chiesa nel campo della Libera Scienza; il modo più economico eppure più incisivo, un'arma tanto convincente da risultare letale:

l'indifferenza.

P.S.: leggete anche cosa e come la pensa questo signore qua, che - Dio lo benedica - scrive infinitamente meglio di me

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 15, 2008 22:02 | Permalink | commenti (6)
categoria:non sparate sul pianista
venerdì, 04 gennaio 2008

Quelle scale (incipit)

1.
Non è ancora giorno quando sento dei passi e il familiare tintinnar di chiavi. La madre guardiana mette la testa dentro la camerata e, scorgendomi già seduta sul bordo del letto con gli occhi ben aperti e le gambe penzoloni, si limita a farmi cenno di seguire lei e la sua mezza candela, poi sparisce nel buio del corridoio. Le altre dormono quasi tutte; solo due o tre teste emergono assonnate dalle coperte e mi seguono con occhi in pena mentre percorro con le scarpe in mano la fredda corsia di pavimento; getto uno sguardo qua e là, in segno di saluto, ma la mia bocca rimane stretta. Non ho sorrisi per nessuno, stamattina, 20 aprile 1753, ore probabili le quattro e mezza o poco più, quando all'età di anni dodici e qualcosa - nessuno saprebbe essere più esatto di così - mi preparo a lasciare per sempre il convitto dove vivo da quando sono stata raccolta per strada.
No, non era una strada, in verità, bensì un argine di sterpi e rane lungo il canale, e quel giorno si era per grazia di Dio in estate, circostanza che mi permise di sopravvivere, neonata a occhio e croce di poche settimane, una notte all'addiaccio dentro un cesto sfondato e col solo riparo di un cencio che il mio scalciare e dimenarmi aveva presto infagottato in un canto. Mi trovò un barcaiolo che usciva di prima mattina, e come si fa per i trovatelli mi portò al convento delle Maddalene, le ricche e beate monache che da sempre si distinguono nelle opere a favore dell'infanzia, meglio se di buona famiglia ma ove necessario anche derelitta, e Dio sa se da queste parti la miseria non ne genera.
Di prestare cure immediate al mio minuscolo corpo sudicio e affamato non si parlò neppure, prima che fosse regolarizzata la posizione della mia minuscola anima. Il pievano, richiamato d'urgenza dal pollaio dove conversava con le sue due galline, sbuffò esclamando: "Un altro!"
Poi in sacrestia, una stola buttata sulle spalle alla meno peggio e le maniche ancora rimboccate, già con l'aspersorio levato si girò sugli astanti interrogando con impazienza: "Maschio o femmina?"
Ottenuta dal barcaiolo, l'unico finora che si fosse preso la briga di indagare, la conferma della mia appartenenza al sesso ingrato, stabilì senza tanti riguardi il nome, affibbiandomi quello di una perpetua da poco defunta in odore di santità e della quale pareva serbare un rimpianto ringhioso. Per il cognome, si affidò alla toponomastica locale e, appurato il luogo del mio rinvenimento, mi iscrisse al registro parrocchiale come Sandrina Canal, di ignoti, e così sia.
E così fu.
postato da: bucciadimela alle ore gennaio 04, 2008 20:55 | Permalink | commenti (2)
categoria:quelle scale