martedì, 18 luglio 2006

INTERVALLO

No, non vado in vacanza. Sono solo sopraffatta da un cumulo di impegni, e posso solo dire che mi farò viva quando potrò. Intanto, chissà quanti bei post mi perdo nei vostri blog... ma appena posso, recupero.  Andate avanti voi, che prima o poi arrivo.

postato da: bucciadimela alle ore luglio 18, 2006 20:36 | Permalink | commenti (7)
categoria:
domenica, 16 luglio 2006

La terza domenica di luglio, a Venezia si svolge l'antica e sentitissima festa del Redentore, che ricorda la fine della tragica pestilenza che decimò la città nel 1577.

E FESTA SIA

Per la mia festa stavolta organizzo stabilisco programmo insomma ordino tutto io. Che sia esattamente quella che voglio io, perché penso di meritarmelo, anzi: ci ho messo una vita per meritarmelo.
Intanto decido il giorno.
Sono stufa di essere nata in febbraio, tra il carnevale e la quaresima; che a guardar bene è uno sproposito che invece non sia nata in estate nel caldo. Scelgo luglio che è bello, il cielo è blu il sole è giallo poi c’è il mare che scintilla eccetera. Scelgo la notte fra il terzo sabato e la terza domenica, la metà giusta della notte, quando scoppiano i fiori del Redentore sulla mia città. E allora la festa la farò su una barca in laguna, con i lampioncini che dondolano e fluttuano disegni arancione sui visi degli invitati. L’aria mi sta bene un po’ afosa e con odore forte di canale fermo, ma non rinuncio a qualche refolo più azzurro se riesce a infilarsi tra San Giorgio e la Giudecca. Ci saranno vino e angurie al fresco dentro un secchio, e sarde in saòr che pizzicano e insalata di molluschi con tanto limone. E gelato al cocco, coi pezzetti dentro.
Inviterò gente a posto, che sa godere queste cose come me o in alternativa lo farà per me, per amor mio. Non sembri strano se non ci saranno parenti e familiari, tranne una; è che ci conosciamo poco e sarebbero imbarazzati. Ma gli altri, gli altri sì: sarà dura scovarli, là dove sono andati a finire, ma ho sia il tempo sia la tenacia che mi servono.
Mia nonna, l’unica del mio sangue, non occorre neanche chiamarla. E’ lì vicino, a San Michele, e quando mi sente viene subito. Viene sempre, lei. Ha già pronto il suo vestito nero coi fiorellini provenzali e il giro di granati sul collo magro e tiepido.
La suora della prima elementare, suor Maria Lucia si chiama, ancora adesso che forse è morta. Ma per il bene che ci siamo volute so che verrà. Magari sta solo finendo di invecchiare in qualche linda casa di riposo di quelle che tutte le suore hanno in posti tranquilli di mezza montagna. Magari ha ancora qualcuno dei miei primi quaderni a righe.
La mia compagna di banco del liceo, coi capelli ossigenati che i maschi la annusavano ma poi è rimasta da sola, eppure abbiamo passato dei gran bei pomeriggi a casa mia coi Bignami di storia e le spremute d’arancia e i 45 giri, e arrossivamo insieme di pensieri solo pensati.
Quel ragazzo che mi piaceva tanto perché mi sbirciava sul portone con occhi accesi e un giorno riuscì a tirarmici dentro e mi insegnò a baciare e ancora adesso se lo ricorda e per premio gli ho perfino dato il numero del mio cellulare, e quando lo accendo due o tre volte al mese dentro ci sono sempre messaggi suoi, guarda un po’ come non si cambia.
Quel medico brusco e buono che mi ha messo in mano la prima siringa e mi ha detto "adesso tocca a te, fammi vedere che mano hai", e per fortuna avevo proprio la mano giusta, così dopo avermi insegnato quella mi ha insegnato un sacco di altre cose più importanti tipo la compassione e la freddezza, che dio solo sa se mi sono servite e mi servono tuttora.
Quell’amica molto più vecchia di me che aveva più pazienza di mia madre, e con lei parlavo davanti al caffè in cucina e mi raccontava di suo marito che l’aveva tradita e lei lo aveva messo fuori di casa senza pensarci due volte e poi aveva cominciato a preparare pastiere per le figlie sposate e anche ad andare in palestra perché era, sì insomma, era grassa e un po’ mi invidiava.
Quel prete che mi perdonava sempre e la faceva corta perché si finiva a discorrere di musica, e mi avvisava ogni volta che c’erano le prove dell’organista e mi faceva entrare dalla sacrestia e ci sedevamo sui gradini dell’altare con le spalle a Nostro Signore e ascoltavamo come fosse pregare, o forse meglio.
Quella bambina che conosco solo io.
Quell’uomo che mi capisce al volo.
Quel cane che mi ricambia gli sguardi.
Quel libro che mi insegna a scrivere.
Gente così, voglio invitare. Gente che all’ultimo minuto non fa lo scherzo di non venire, che non gli interessa di ballare e far rumore, ma solo stare vicini, quasi uguali, senza tante storie e tanti perché. Le domande se le fanno gli sconosciuti, e le risposte non sempre sono sufficienti.
Voglio una festa del cuore,
e festa sia.


on air: Rondò Veneziano, Festa mediterranea
postato da: bucciadimela alle ore luglio 16, 2006 06:52 | Permalink | commenti (9)
categoria:buchi sul cuore
martedì, 11 luglio 2006

BUSSO' CENT'ANNI ANCORA ALLA SUA PORTA

Ho sentito dire che sei tornato. Mezze parole, allusioni sussurrate, poi subito riassorbite dentro quell'evasività protettiva che da tempo mi circonda come vischio.
Qualcuno sostiene di averti visto aggirare con passi da clandestino dalle mie parti, forse sbucando incerto all'angolo della mia strada e poi rasentando le siepi dei giardini muti fino al confine con il mio. E qui ti saresti perso, dicono, smarrito nel non riconoscere i profili dei cespugli trasformati in roveti e delle magnolie semicancellate dai viluppi dell'edera. Il cancello sepolto dal crollo dei rosai, dall'abbraccio delle ortiche, dal rigoglio dei topinambour. Il vialetto dissestato dalle trame possenti delle radici del cedro, che ne hanno spaccato i lastroni e li scavalcano come grossi serpenti fossili.
Immagino il tuo sgomento davanti a quella barriera di sterpai che deve aver ormai reso invisibile la casa dai tetti bassi. Forse te ne sei spaventato, e hai presunto una catastrofe di proporzioni inenarrabili accaduta in silenzio e nell'indifferenza; una sciagura cui nessuno ha assistito, cui nessuno ha prestato soccorso; una rovina lasciata a se stessa, privata di qualunque tentativo di arginarla.
Dicono che chi ti spiava da dietro le persiane delle case vicine ti ha veduto scrutare sempre più inquieto e sempre più inutilmente verso i varchi delle finestre, ma so bene che dalla strada non è visibile altro che l'intrico dell'abbandono, attraverso il quale non traspare più nemmeno un lembo degli intonaci. Il bosco selvaggio è avanzato e si è esteso aggrovigliando insieme il vecchio e il nuovo, invadendo, rivestendo, sostituendo. Muri e infissi e tegole e le grate stesse di ferro battuto sono stati inglobati nella vegetazione, diventando vegetazione a loro volta, rinunciando per sempre alla loro natura minerale.
 
Sei tornato a cercarmi, dicono, e non so se crederci.
Dovresti ricordare che quella casa era ormai condannata. Non ricordi le crepe, lo sgretolio, la ruggine? Non ricordi i gemiti delle porte, le sconnessioni dei gradini, le ninfee di muffa sui soffitti, le tappezzerie slabbrate, i vetri spaccati dalla grandine del tempo? Non ricordi i tappeti macerati, i cuscini scoloriti, le imbottiture polverizzate come sabbia sul fondo di piramidi violate? Non ricordi le cornici senza quadri, i soprammobili sbeccati, i bicchieri di Boemia frantumati sotto i piedi zoppi dei tavolini, le tende strappate dall'alto in basso come da feroci pugnalate, e le sedie spagliate, le stoviglie deformate, i cassetti crollati, i fili elettrici nudi a penzolare da orribili buchi nelle pareti? E gli armadi sventrati su mucchi di stracci tarmati che erano stati abiti e camicie, e il buco fondo e nero del camino riempito dalla cenere dei libri che vi sono bruciati? Orologi senza più lancette, specchi senza più riflessi, muto anche quel rubinetto che perdeva in bagno, rimasto ormai senza più nemmeno il fiato per gocciolare sulle strie brune della vasca corrosa.
Tutto questo, hai dimenticato. La rovina che mi ha spinta via da lì, dove tu non mi cercavi mai.
 
Dove sto adesso, vedessi. E' tutto nuovo e pulito, un biancore che assorda. I passi qui dentro si intuiscono, più che sentirli. Muri, porte, corridoi, di un candore latteo senza macchia, avvolgente come un grembo. Gli oggetti non si spostano, ma scivolano - si direbbe - su superfici lisce, immacolate, vergini. Essenzialità. Massimo controllo. Mai più un foglio fuori posto, che uno spiffero potrebbe far planare dal tavolo a disturbare la nitida geometria del pavimento. Mai più polvere negli angoli, mai più maniglie sbilenche o porte mal chiuse. Aria leggera e senza peccato, con arpe e clavicembali in sottofondo, ma solo in sordina. Mi cambiano le lenzuola, gli asciugamani e perfino gli abiti tre volte al giorno, con nuove lenzuola, nuovi asciugamani e nuovi abiti uguali ai precedenti ma perfettamente puliti, e tutti sempre e solo bianchi. Mi portano da bere solo latte e da mangiare solo manna, in stoviglie bianche, su tovaglie bianche che cambiano ogni volta.
Tu tutte queste cose non le sai perché ho fatto in modo che non le sapessi. Ma non farò niente perché qualcuno ti dissuada, almeno, dal continuare a cercarmi là, alla casa in rovina, alla casa che non esiste più.
Sei tornato, dicono, ma troppo tardi. E io, devi capire, un giorno ho smesso di aspettarti.
 
on air: Léo Ferré, Avec le temps
postato da: bucciadimela alle ore luglio 11, 2006 22:28 | Permalink | commenti (8)
categoria:racconti
lunedì, 10 luglio 2006

COME STANOTTE

Ma se per una partita di calcio la notte si è riempita di fuochi artificiali, di canti, di abbracci, di pianti di felicità, ve lo immaginate cosa succederà quando nel mondo scoppierà la Pace?

Scusate l'ingenuità: alle sei del mattino, il cielo ha un tale colore e i giardini un tale magico silenzio da ispirare sogni impossibili, e perciò perdonabili.
Buona settimana a tutti.

postato da: bucciadimela alle ore luglio 10, 2006 06:58 | Permalink | commenti (7)
categoria:non sparate sul pianista
sabato, 08 luglio 2006

E' MORTO
PIER MARIA PASINETTI
VENEZIANO, SCRITTORE E MIO MAESTRO

Poco più di un anno fa ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona: un desiderio che coltivavo da decenni, da quando ho scoperto i suoi romanzi così straordinari e così veneziani, ai tempi del ginnasio.
E poco fa il telegiornale regionale ha annunciato la sua morte, alla venerabile età di 93 anni.
Stasera sono triste per lui, che mi mancherà. Così gli dedico questa pagina del mio blog ripostando la cronaca di quell'unico incontro, del quale manterrò il più affettuoso e riconoscente dei ricordi.
Se qualcuno desidera conoscere meglio questo Autore eccellente ma schivo e per nulla presenzialista, sul mio sito, nella sezione libri letti, troverà alcune recensioni che lo riguardano.

14 giugno 2005
Venezia, Aula Magna dell'Ateneo Veneto: alle ore 18, presentazione dell'ultimo romanzo di Pier Maria Pasinetti, "A proposito di Astolfo", edito da Helvetia e nelle librerie in questi giorni.

Il portone monumentale dell'Ateneo Veneto è scrostato e sprangato, sembrerebbe da secoli. Un caffè lì vicino ha accampato davanti due file di tavolini e sedie impagliate, oggi deserti perché pioviggina. L'ingresso, allora, è in calle; giro l'angolo, abbandono la luminosità plumbea di campo san Fantin e percorro alcuni metri in una luce bassa, da corridoio di teatro. La porticina a vetri è stretta e anonima, illuminata dall'interno da luci altrettanto basse e discrete, come quando vengono calate per segnalare l'inizio di uno spettacolo. Spazio angusto, quasi domestico; sembra l'ingresso di una casa veneziana, con una scala lunga e stretta che sale ripida verso un pianerottolo, poi gira e si perde. Ma subito a destra un'altra porta, più ampia e spalancata: la sala dell'Aula Magna, col rosso delle poltroncine (semplici sedie severamente allineate) e gli affreschi sulle alte pareti attorno ai finestroni opachi. Soffitto a cassettoni altrettanto affrescato, inserti di marmo in giro, senso di una solennità equilibrata, non invadente. Bellezza, insomma, ma non autoreferenziale, in una città in cui la bellezza è tratto di natura e non tronfia ricerca.
Non c'è ancora nessuno. Mi sembra di essere entrata in una chiesa prima di un rito. Al posto del sacrestano, Daniela si aggira festosa ma in ritardo con locandine e dépliants da distribuire; un abbraccio - siamo emozionate entrambe - e poi le do una mano come si trattasse di imbandire una festa scolastica. Arriva il libraio con una sacca delle copie del nuovo libro che tra poco verrà celebrato; lo conosco, il libraio, titolare della più veneziana delle librerie veneziane, antro stretto e vivissimo dove i volumi sono ammucchiati dappertutto, ospiti o protagonisti - amici, meglio - e non merce senza nome né calore.
Arrivano altri, ora più rapidamente e a gruppi. L'atmosfera aumenta di tono e temperatura, persone che si conoscono oppure si riconoscono solo per il fatto di essere comunque in questo posto significativo, simbolo della storia e della cultura veneziana e non solo da qualcosa come duecento anni. Per lo più donne e non giovani, espressione di quello che più tardi qualcuno, sulla pedana, annuncerà come "l'harem di Pasinetti": scopro anche io che è sul pubblico femminile che hanno avuto da sempre più presa le storie e lo stile di questo Autore, che in effetti a molte splendide figure femminili ha dedicato ritratti leggeri, ironici e innamorati in ognuno dei suoi romanzi. Giovani, pochissimi. Non frequentano questo genere di incontri oppure non frequentano questo genere di letteratura, il romanzo, che in Italia oggi come oggi è del resto così scarsamente e mediocremente interpretato. Oppure ancora non conoscono Pasinetti, scrittore di razza ma da sempre indifferente alla pubblicità, osservatore distratto e incidentale della sua stessa fama, araba fenice nel mondo letterario della sua patria, dalla quale ha vissuto lontano la maggior parte dell'anno nella maggior parte degli ultimi 40 o 50 anni.
C'è un minimo di ritardo. Annunciano che il Maestro è arrivato in Ateneo e ora sta riposando qualche minuto prima di presentarsi. Corrono i sussurri, le confidenze, le informazioni locali: ultranovantenne, da tempo malandato in salute, il femore in tempi recenti, stato più di là che di qua, ma lucido sapesse: lu-ci-dis-si-mo. E scrive ancora, le sue memorie adesso; c'è già un titolo (un titolo di coda) che a pelle intuisco come la struggente anteprima del suo addio, "Possono partire le immagini". Io intanto con la mia macchinina digitale faccio alcune prove, neanche a dirlo fallimentari.
Poi entra. Entra in scena da una porticina laterale, sorretto da persone amorose e compiaciute, mettendo avanti prima delle gambe impacciate un curioso bastone verde chiaro, cui si appoggia con curiosità lui stesso, quasi a non riconoscergli altra identità che quella di un giocattolo di gusto improbabile che qualcuno ha insistito per giudicare confacente alla sua inferma età. E' alto e diritto malgrado ciò, conserva il portamento del bell'uomo che è stato e che ci restituiscono le rare fotografie pubbliche. Indossa una camicia aperta e un cardigan di lana grigio scuro: indossa cioè il suo ruolo di vecchio e familiare pensionato veneziano, e insieme l'aria domestica di un padre o di un nonno strappato per un'ora alla sua sedia di cucina, alla radio accesa, al giornale spiegato sul tavolo con accanto una scatolina di mentine, o pasticche per il cuore. Nel sedersi con teatrale sollievo sulla poltroncina centrale, emette un sospiro teatrale anch'esso nella sua autoironia: "Semo qua!", cioè siamo qua, finalmente; seduti comodi dopo la stancata, la camminata, questa fatica di arrivare fino a noi che è una delle quotidiane sue fatiche necessarie, in una città dove si invecchia a piedi arrancando senza misericordia, se non si vuole restare fermi del tutto dietro una finestra.
Dalla mia sedia subito sotto la pedana, piccola io e insaccato lui in una poltrona fonda, e per di più con un microfono davanti, vedo e guardo e non me ne stacco fino alla fine solo il suo viso, vagamente sconcertato mentre ascolta dubbioso i colti panegirici dei suoi due ospiti. Sembra colto di sorpresa e poco convinto che le loro ordinate analisi riguardino lui; sembra chiedersi se non stiano esagerando per quella pelosa cortesia che si deve ai vecchi, per di più malandati. Infatti, invitato, commenta: "Beh, ciò, se è tutto vero allora vuol dire che son proprio bravo!". La platea si estasia e lo adora.
Altre cose, dice, poche e un po' slegate, col tono di smitizzare, di prendere le distanze dalla celebrazione, di indicare la strada sensata e più congeniale dell'ironia, del ridimensionamento affettuoso. A chi cerca di attribuirgli metafore e di ottenere da lui spiegazioni, chiavi, messaggi, non dà molta corda, avvertendo - ma come dovesse essere evidente a tutti - che le sue storie, nomi/cognomi/località/amori & lutti compresi, sono inventate, tutte inventate. Dal suo sornione incanto si scuote un attimo per intervenire su una parola che non gli è sfuggita e che trova fuori luogo: il termine laico, cui - citando se stesso - assegna il valore di parola-zero. Sul tema della morale e del trascendente, che qualcuno invoca con un certo azzardo, ha un monito saldissimo da affermare, e ce lo trasmette con un improvviso destarsi del tono di voce, che ora è serissimo e fermo davanti a questa semplice immensa verità: "Bisogna sempre agire in modo da rendersi minimamente presentabili a se stessi". Rifiuta il confronto col soprannaturale, la morale di Pasinetti, e ribadisce la centralità della coscienza, del qui, dell'oggi. La platea incamera, riflette, tende a condividere. Io, nel mio piccolo, mi alzerei in piedi, ma non mi vedrebbe nessuno. Neanche lui che all'inizio ci ha informati esilarato di avere con sé solo gli occhiali per vicino.
I discorsi, applauditi, si esauriscono, le domande dalla sala ottengono risposte ormai per lo più umoristiche ed evasive: il Vecchio non ci sta, ai confronti animati e dottorali, persiste nella sua tattica naturale, quella di ridurre il rito alle dimensioni di un incontro familiare, ai toni semplici e pacati che in fondo spiegano meglio e di più.
Prima del commiato, gli si fanno attorno molti con l'offerta di auguri e la richiesta di dediche. Ho la mia copia in mano e sento il viso che mi si scalda, che brilla credo, mentre lo avvicino anche io. Senza sgomitare, trovo un pertugio: lo trovo perché si è girato e ha incontrato i miei occhi, facendomi un cenno. Mi faccio avanti, lo saluto "Maestro", vorrei dirgli che lo amo, ma lui lo sa, perché mi prende una mano fra le sue e mi guarda fisso e mi comunica che noi due ci conosciamo. Non è vero, ma ci credo. Mi chiede il mio nome, e mi conferma che ci conosciamo, anzi mi esorta a cercare con lui nel passato l'anello di congiunzione. Mi soggioga. Sto al gioco: elenchiamo incerti ma speranzosi alcuni omonimi, collocandoli nel tempo, nello spazio, nelle parentele, nelle professioni. Risaliamo - ma per me è un viaggio ormai sublunare - a certe conoscenze veneziane di suo padre, remotamente medico in questa città, e questa pare la chiave che chiarisce e conforta entrambi. Non è vero, ma ci credo. Ora qualcuno dietro preme e sbuffa, ma la mia mano è sempre tra le sue in quel modo così naturale e riposato che sembra fare di me una sua parente di sangue, vissuta lontana per tanto tempo e ora tornata, come lui del resto, alla base, alle mura domestiche, al posto giusto. Sono io che devo accomiatarmi, dopo aver raccolto il libro dove ora c'è per sempre una frase di affetto e augurio e la sua firma che per la malfermità della mano - mi spiega - da tempo usa abbreviare. Sguscio via, altri se lo inghiottono, non mi giro neanche più, saluto rapidamente qualcuno ed esco in calle, ancora non è notte, stringendomi dentro già una nostalgia.
Avrei voluto aspettare che se ne andassero tutti, poi porgergli il suo buffo bastone verde e sorreggerlo per un gomito - lui così più alto di me - mentre lo accompagnavo adagio verso casa, alla sua sedia di cucina, alla sua tazza di caffè d'orzo, alle pastiglie per la gamba, per il cuore, per i ricordi. In mezzo a un campiello, lo so, si sarebbe fermato per declamare come al teatrino dei preti qualcosa del Macbeth, ma in inglese, così non lo avrei capito ma ugualmente me lo sarei bevuto di gusto.
Invece avevo un treno in attesa, un interregionale delle venti e qualcosa, semivuoto. Quando è partito imboccando il ponte sulla laguna per approdare in terraferma, ero già a pagina 36.


Questa è la sua scheda biografica:

Veneziano, quindi cosmopolita per nascita, Pasinetti ha diviso la sua vita fra Venezia e gli Stati Uniti, dove ha tenuto corsi di letteratura generale nella sede di Los Angeles della University of California. L'Università di Yale gli ha conferito il dottorato.
Tra i diversi riconoscimenti ricevuti ricordiamo il premio del National Institute of Arts and Letters di New York, il premio Scanno, il premio Amelia, il premio Pisa, il premio Ecureuil. Ha ottenuto per due volte il premio Selezione Campiello.
Ha pubblicato diversi romanzi: il primo, Rosso veneziano (1957) ottiene già un buon successo al punto che ne cura egli stesso la traduzione in inglese per il mercato americano.
La prima versione de La confusione esce nel 1964, ma viene successivamente riveduta e riedita nel 1988 col titolo Il sorriso del Leone.
Con Il ponte dell'Accademia (1968), offre la prima netta e sorprendente indicazione di un nuovo e più efficace uso del linguaggio, di una scelta (geniale) di forme verbali e strutturali basate sì su una straordinaria padronanza del mezzo, ma proprio grazie a essa volte a sfruttarne ancora meglio e per vie prima poco esplorate le potenzialità espressive.
Segue nel 1971 Domani improvvisamente, che rappresenta un ulteriore progresso e una nuova sorpresa nel percorso letterario di PMP, il quale anche qua sperimenta in modo originale e felicissimo una invidiabile libertà di scrittura, magistrale modello per una narrativa - quella italiana - spesso ripetitiva e asfittica.
È del 1979 Il Centro e del 1983 Dorsoduro, che prende il titolo da un sestiere di Venezia amatissimo e legato alle sue molte memorie; poi ancora nel 1993 Melodramma, curiosamente ambientato nell'ottocento, e più recentemente Piccole veneziane complicate nel 1996, anno in cui consegue il prestigioso premio Ecureuil.
Solo quest'anno (2005) viene a pubblicazione, per le Edizioni Helvetia, anche la sua ultima opera, A proposito di Astolfo, ulteriore esempio della sua capacità di innovare e rinnovarsi.
Altri suoi libri sono: L'ira di Dio (tre racconti, 1943); Dall'estrema America (reportage, 1974); Life for Arts (saggio critico, 1985).
Insieme al fratello Francesco, noto cineasta che fu tra i fondatori del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, in giovane età aveva fondato la rivista "Ventuno". Dopo la morte prematura del fratello è rimasto sempre legato al mondo del cinema, scrivendo diverse sceneggiature e collaborando con grandi registi.
Recentemente rientrato dagli Stati Uniti, si è stabilito pare in via definitiva nella sua Venezia, dove è nato nel lontano 1913.

on air: Rondò Veneziano, Gondole

postato da: bucciadimela alle ore luglio 08, 2006 21:27 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, 02 luglio 2006

OLOGRAFO

Un po' mesta per il terzo decesso in famiglia nel giro di un mese (ma l'età media sfiorava i 90 anni, quindi era più che fisiologica), decisamente stressata per il corollario di incombenze tristi e/o pesanti (gimcane fra ospedali e case di riposo prima, imprese mortuarie e cimiteri dopo) e francamente preoccupata per il colossale lavoro di sgombero e spartizione degli effetti rimasti - nel bene e nel male - in eredità, ma tuttavia nel pieno delle mie facoltà mentali e prima ancora nella consapevolezza di godere, compatibilmente con l'età, un'ottima salute fisica e una imperterrita intenzione di continuare a vivere e ad agire ancora per parecchio (e quando dico parecchio intendo parecchio), sto pensando che sia comunque opportuno, per ridurre al minimo le seccature a chi mi sopravvivrà, stabilire fin d'ora i pochi punti essenziali che riguarderanno, a suo tempo, il dopo-me.
Premesso che, se anche sulla carta, per la legge sulla comunione dei beni sono proprietaria di metà degli averi di famiglia, io in realtà non mi sono mai sentita proprietaria di alcunché ma solo utente a tempo definito, immagino che almeno su alcune di queste proprietà mi venga riconosciuto un diritto diciamo così morale; esse sono principalmente gli effetti personali, i libri e il computer.
Poco o nulla di valore venale.
Io farei così, e lo dico a voi, carissime figlie mie: per i vestiti e gli accessori, dato che non sono né di vostro gusto né della vostra taglia (io un tisico 38, voi un sano 40), c'è la Caritas, con quei bei cassonettoni gialli ben visibili. Per quelle due collanine d'oro della laurea e di qualche compleanno, per le poche pietre dure da bancarella, per gli orecchini etnici che non porto mai, vedete voi, spartiteveli senza litigare o scambiateli con qualcosa che vi piaccia di più presso qualche orafo di paese, ma non fateci troppo conto.
Per i libri, tanti, tantissimi, che ho comprato (e che è più che probabile che continuerò a comprare fino all'ultimo) tutti io, dato che solo io ne leggo in casa (ma vi perdono, eh, non preoccupatevi), voglio donarli in blocco a una biblioteca, una ben precisa che vi indicherò a parte, dove mi piace pensare che il mio spirito passerà di quando in quando a sfogliarne qualche pagina.
Le mie cassette di musica anni '70, via direttamente nel bidone dei rifiuti secchi; idem i pochi cd di musica classica, che voi non ascolterete mai, a meno che non riusciate a donarli a qualcuno, perché non illudetevi che ci sia un mercato conveniente per questi oggetti.
Ho una quantità anche di riviste di cucina e di ricamo, nonché di filati, uncinetti, schemi di punto croce e attrezzature per lavori creativi femminili che la mia vista non è più in grado di eseguire. Trovate un centro sociale, un laboratorio per la terza età, una scuola di cucito presso qualche parrocchia e disfatevi a cuor leggero di tutti quei miei sogni infranti. Le ricette di cucina tenetele per voi: molti piatti che adesso vi preparo so che vi piacciono molto, e potreste volerli preparare a vostra volta per i vostri compagni e i vostri figli, se mai vi deciderete a mettere su famiglia (ma fidatevi di me: non c'è fretta).
Cosa resta? Il computer. Ma è la cosa più facile di tutte: il computer, per favore, lo formattate di brutto, che non ci resti dentro neanche un mini-mini-minibit di nulla, nemmeno la più risibile traccia di me e di quello che ne ho fatto in questi anni. Niente di ciò che ho scritto e affidato al computer deve sopravvivermi, perché non ha questo gran valore adesso, e figuriamoci quando non ci sarò più. Quindi forza e coraggio, senza tanti scrupoli FORMATTATE TUTTO.
Ultima cosa: formattate anche me. Sapete bene come, è deciso da anni: una bella, igienica e praticissima cremazione, e non se ne parli più. Non voglio messe da morto, né tombe né fiori. Voglio solo fare in fretta e non disturbare. Non credo nell'aldilà, quindi non andrò da nessuna parte e non me ne importa: mi importa invece fare quello che devo fare e farlo al meglio mentre sono e sarò aldiqua, e cioè, come ho detto sopra, ancora per parecchio ma parecchio ma parecchio tempo.
Contateci come credo abbiate sempre potuto contarci: è una promessa olografa.
postato da: bucciadimela alle ore luglio 02, 2006 21:59 | Permalink | commenti (11)
categoria:effetti del prosecco