giovedì, 30 marzo 2006

FUNAMBOLI

Gli annunci li hanno scritti coi gessetti colorati sui pali della luce. La gente del paese li va a leggere incuriosita.
"Cerchiamo funamboli"
I ragazzini pensano subito al circo, corrono in piazza, ma non c'è. Chiedono al prete che passa svolazzando, e non ne sa niente.
"Qui in paese non c’è posto, sarà fuori… - e corre via a benedire le case, ché è primavera.
Prendono le biciclette fuori di scuola e si sparpagliano per i campi, ma si fermano a far merenda con pane e zucchero, e tra le gambe aperte si scambiano figurine sull'erba.
Ce n'è uno che non ha la bici ed è rimasto davanti alla chiesa, e non ha neanche il pane con lo zucchero ma ha tante idee che scappano come lentiggini. Guarda in su e un attimo dopo è in cima, nella cella campanaria, e da lì lo vede, e chiama gli altri picchiando la campana con un sasso che gli porta fortuna in tasca.
 
Il Circo c'è, è lì in mezzo alla campagna più larga, prima che finisca con l'argine. Un tendone fatto con avanzi di stoffe e a forma di cono un po' sghembo, ché le funi sono lente. Da lassù si vedono degli uomini con le maniche rimboccate, e donne che ridono rincorrendo bambini e galline.
 
Si presentano in molti, e si guardano l'un l'altro senza stupirsi di trovarsi tutti là.
Il primo è proprio il Maestro, occhiali di traverso e sguardo infantile da miope.
"Cosa sai fare ?"
"Imparare".
"Assunto. Ti piace la polenta ? Stasera polenta".
C'è anche la Carmela, vedova e vecchia fin da giovane. Coi capelli che non stanno mai fermi dentro le forcine.
"Cosa sai fare?"
"Mettere insieme il pranzo con la cena".
"Brava. Assunta anche tu".
Il Sindaco passa facilmente, gli basta dire che ogni giorno mette d'accordo i suoi compaesani che litigano per un confine.
Il Barbiere sa ripulire dal carbone e dal vino cattivo le facce raspose dei vecchi in pensione.
La Cartolaia ha un tesoro di colori Giotto che non vanno più di moda, e le Suore dell'asilo li trovano solo da lei: assunte in blocco, ci sanno fare.
Ginevra ci prova perché con un nome così deve inventarsi scuse impossibili per uscire di casa senza ingelosire suo marito.
Un Ragazzo coi brufoli ha problemi col parroco perché vuole entrare in seminario ma si chiama Eros, e si sta spolmonando da mesi per convincerlo a passarci sopra.
Loro sono ammessi per la purezza, e perché i loro nomi, oltretutto, sono giusti.
Ora di sera è passato tutto il paese, e ognuno ha portato in dote un pezzo di piccolo coraggio e uno di grande fantasia.
Il Circo li assume tutti, mariti senza lavoro, donne senza amore, bambini senza fratellini, vecchi che han fatto le guerre.
Cercavano funamboli, e li hanno trovati.
 
Domani sera, sotto il tendone rammendato, su una pista di paglia dove razzolano polli e conigli, ci sarà un Grande Spettacolo, e ognuno darà – questo è certo – il meglio di sé.
Poi, a mezzanotte in punto, con le faville sotto il pentolone della polenta ci faranno perfino i fuochi artificiali, che li vedranno fino in città.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 30, 2006 22:06 | Permalink | commenti (21)
categoria:racconti
martedì, 28 marzo 2006

E di questo romanzo, che ne dite?

SOSTIENE PEREIRA (Antonio Tabucchi)

Quando ho preso in mano questo romanzo - circa 200 pagine, di cui molte, tra un capitolo e l'altro, bianche - ho calcolato che mi avrebbe richiesto non più di tre serate, e che presto avrei potuto affrontarne un altro dei tanti in attesa di lettura.
Mi sbagliavo: tre serate non sono bastate.
E non perché il libro mi sia risultato di ardua comprensione o abbia preteso da me una concentrazione che mi è difficile conservare a lungo nelle ore notturne, ma al contrario perché fin dalla prima pagina mi ha sedotta al punto che ho fatto il possibile per centellinarmelo, assaporarlo, trattenerlo con me per allontanarne la fine, quel momento di tristezza che segna il distacco da una lettura amata e che si trasforma da subito in nostalgia.
Per sapere con certezza che mi sarebbe piaciuto, mi è bastato l'incipit, quelle prime cinque, brevi, efficacissime frasi in cui avviene con magistrale immediatezza l'introduzione all'ambiente e al personaggio. In poche righe, sappiamo già di trovarci in una Lisbona estiva azzurra, ventilata e scintillante, esattamente come la immaginiamo, come ce la raffiguriamo quando sogniamo di arrivarci da visitatori, e di avere a che fare con un uomo dedito alla cultura e alla meditazione, ma non un intellettuale spocchioso o un alto filosofo, bensì un animo dimesso, un abitudinario ripiegato su se stesso e sulla piccola serenità di alcune certezze un po' stantie, un antieroe modesto e appartato, esente da presunzioni o ambizioni. Pereira, di cui non sarà dato di conoscere che il cognome col quale firma i suoi articoli, è un giornalista di mezza età, vedovo, affetto da pinguedine e dagli affanni di una lieve cardiopatia, che vive tra il suo appartamento ordinato, l'ufficio dove svolge il suo lavoro in solitaria - poco più di un bugigattolo - e un piccolo locale, il Café Orquìdea, dove prende spesso i pasti. Gli tengono compagnia pochi e semplici punti di riferimento: il suo interesse per la letteratura, alla quale si dedica scrivendo traduzioni di autori francesi dell'ottocento - anacronistici ma politicamente corretti - in qualità di redattore culturale di un modesto giornale del pomeriggio, e gli affetti per il passato, prima di tutto la moglie morta da anni con la quale parla attraverso il vetro di un ritratto, e poi i ricordi della sua animata gioventù universitaria di Coimbra. Queste consuetudini quotidiane, di cui pare non avvertire l'opacità, gli sono sufficienti per comporre giorno dopo giorno quel che resta della sua vita, anzi gli occupano e gratificano la mente al punto di appannare la percezione della realtà esterna, che in quei mesi (siamo nel 1938) sta prendendo, e non solo in Portogallo, aspetti sempre più minacciosi. Ma Pereira di quanto sta avvenendo nel suo Paese e nell'Europa intera si tiene al corrente in modo distratto, quasi volendo rimanerne fuori, dai resoconti veloci di Manuel, il cameriere del Café Orquìdea, che quasi ogni giorno gli serve le sue ordinazioni preferite, ancorché poco salutari: omelettes alle erbe e bicchieroni di limonata ghiacciata, un menu-tormentone al quale finisce per affezionarsi anche il lettore. Pereira pare un uomo che si sia ritirato dalla vita attiva, rinunciando a ogni analisi critica non tanto per viltà quanto per una larvata forma di depressione, di autodifesa forse; quella che applica spesso davanti a problemi o interrogativi cui non sa reagire, e che gli fa rinviare lo studio delle possibili soluzioni o risposte con dei dimessi "Beh, pazienza" oppure "Beh, vedremo".
Questa routine consolidata e rassicurante comincia a mostrare la corda in seguito ad alcuni incontri, tutti e ciascuno determinanti, che lentamente - quasi controvoglia - la destabilizzano, mettendo in luce il suo anacronistico grigiore, la sua ottusità nei confronti del mondo esterno e dei suoi rivolgimenti che, malgrado Pereira abbia scelto di restarne estraneo, stanno prendendo una piega drammatica e cominciano a coinvolgere direttamente anche lui.
Dapprima entra in scena un giovane studente, Francesco Monteiro Rossi, scrittore squattrinato che si rivela oppositore del regime salazarista e porta con sé, oltre all'alito della giovinezza, anche il vento inquietante della rivoluzione; è lui il primo a introdurre nella statica vita dell'anziano giornalista la presenza imbarazzante di istanze di contestazione e ribellione, che emergono dagli articoli che scrive e gli propone, e che Pereira trova tutti immancabilmente impubblicabili, estranei come sono alla prudenza che di quei tempi informa la diffusione delle idee.
Poco dopo, è la volta del dottor Cardoso, un medico dalle idee aperte e dalla filosofia pacata, che apre gli occhi a Pereira sugli aspetti della libertà di coscienza, pur senza forzare la mano o fare opera di proselitismo, al contrario proponendosi come ascoltatore, confidente, interlocutore sereno e saggio, portatore di alcune di quelle risposte che a Pereira mancano da tempo.
Da ultimo, un episodio che occupa solo pochi (e splendidi) paragrafi ma che ha il suo peso: la conversazione casuale, su un treno, con una certa signora Delgado, una donna ebrea che racconta brevemente la sua esperienza di perseguitata e insinua in Pereira l'inquietudine per il futuro che aspetta tutti, suggerendogli perfino di esercitare gli strumenti della sua professione per mobilitare le coscienze.
Da questi incontri, il mite giornalista ricava un senso di turbamento che lo spinge a ripensare alla sua vita e alle sue motivazioni, scoprendole insufficienti e addirittura ingannatorie. Prende nebulosamente consapevolezza delle storture della società che lo circonda e in cui finora si era sentito avvolto come in un guscio, e inizia a rendersi conto dell'impostura salazarista che si è già insinuata fino al nucleo centrale del suo stesso lavoro, condizionando le scelte editoriali, ormai da tempo soggette a una censura politica più o meno esplicitamente espressa.
La narrazione assume il profilo del romanzo civile, e segue fino all'epilogo tragico la vicenda del giovane rivoluzionario nella quale resta gradualmente e sempre più pericolosamente coinvolto un Pereira già oscuro e fatalista e che ora sta compiendo quasi senza saperlo un percorso di svecchiamento e autoconsapevolezza, un rinnovamento interiore prima impensabile e portatore di una nuova carica di energie mentali, di dignità e di coraggio. Passando attraverso l'esperienza della violenza, della sopraffazione e dell'omicidio di polizia, Pereira si libera del suo vecchio abito miope e rinunciatario e riprende possesso della sua vita, progettando per sé - come ultimo gesto - un futuro ancora non esattamente definito ma certamente assai diverso.
Al di là del significato della storia e delle sue implicazioni, quello che per me è il pregio maggiore di questo grande romanzo è il registro equilibrato che lo accompagna dall'inizio alla fine e che non scade mai, nemmeno nelle pagine di più dichiarato valore morale e politico, né nella propaganda né nella celebrazione né nel comizio censorio, ma conserva con finissimo equilibrio una costante pacatezza di tono. Lo stile è blando, non ornato, quasi casuale, ma si intuisce la mano esperta dell'Autore nel mantenerlo uniformemente controllato su un registro medio-basso che pare scelto apposta per seguire e sottolineare il ritmo lento e un po' incespicante delle giornate di Pereira, dei suoi passi faticosi per l'afa e la fiacchezza del cuore, delle ore di solitudine e opaca meditazione, ma soprattutto il ritmo sonnolento della sua stessa coscienza.
Di questo libro, uscito nel 1994, si disse e si dice che contiene una ferma condanna all'imbavagliamento della stampa da parte dei regimi totalitari, tanto che fu usato come manifesto dall'opposizione di sinistra nei confronti del monopolio berlusconiano dell'informazione, ma a me pare evidente che il messaggio di Tabucchi vada ben oltre queste contingenze nostrane, indicando un valore superiore e universale quale quello, più ampio, del risveglio della coscienza e della fiducia in ogni e qualsiasi redenzione. E trovo assolutamente ammirevole la capacità tecnica dimostrata da Tabucchi nel trasmetterlo senza cadere nell'uso di effetti convenzionali o di sermoni edificanti; il suo linguaggio sobrio, senza impennate, senza ammiccamenti, è il mezzo migliore per affrontare temi così fondamentali partendo però dal basso, dalla dimensione umana, dall'individuo e dal suo microcosmo, invece che porsi in cattedra predicando verità scontate e convenzionali. Un linguaggio che si sublima nella chiusa, un piccolo capolavoro nel suo genere, in cui si condensa il senso stesso dell'esistenza umana e delle sue risorse e in cui si indica un futuro la cui maggiore ricchezza è proprio l'indeterminatezza che ne fa territorio di conquista per chi ne auspica uno comunque migliore.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 28, 2006 21:06 | Permalink | commenti (15)
categoria:libri
giovedì, 23 marzo 2006

Posto l'ultima parte delle mie considerazioni in merito ai Diritti Imprescrittibili del Lettore secondo Daniel Pennac.

9. Il diritto di leggere a voce alta
 
Su questo diritto non mi pronuncio perché non ne sento, personalmente, il bisogno. Non leggo a voce alta perché non sono io, non è la mia voce, che darebbe voce al libro, ma è il libro stesso che mi parla nella mente, e con la sua voce. E' lui che parla, e io devo solo ascoltarlo. Allo stesso modo, non riesco ad ascoltare un libro letto da altri: è come se, passando attraverso la voce, la pronuncia, la declamazione di un altro, il libro perdesse qualcosa della sua identità e arrivasse a me mediato da un estraneo, quando invece ciò che mi aspetto dalla lettura è lo stabilirsi di un ponte diretto e molto privato fra me e il racconto, senza suggeritori né spettatori. Ricordo molto bene quando e perché ho imparato a leggere: ero ancora troppo piccola per la scuola, ma già non mi bastavano più le storie raccontate da altri, i libri letti da altri. Volevo impossessarmi io di quelle storie e quegli oggetti chiamati libri, volevo gestirli, spadroneggiarli e tuffarmici dentro di persona, volevo essere io a esplorarli e a trovarne il significato, il mio significato e non l'interpretazione di qualcun altro; probabilmente non mi rendevo conto - a cinque anni - che già allora il mio rapporto con la lettura era quello di una profonda interazione, uno scambio intenso e senza intermediari.
 
10. Il diritto di tacere
 
Pennac si riferisce alla facoltà di non rispondere cui può appellarsi un lettore interpellato su un libro letto, o meglio sulla sostanza di cui è fatto il rapporto che lo lega alla lettura. Anche lui, Pennac, sa benissimo che si tratta di un rapporto troppo intimo per venir condiviso facilmente, per venir addirittura reso a parole senza timore di un travisamento. E' un po' quello che dicevo nelle mie considerazioni sulla lettura ad alta voce: tra lettore e libro intercorre un legame troppo personale per poter essere ridotto a formule o soggetto a giustificazioni. Nella lettura ciascuno proietta un po' o molto o a volte tutto di sé, in particolare gli aspetti più nascosti o inconfessati, e più ancora quelli nebulosi, non chiari nemmeno a lui stesso. Di tutto questo non è lecito chiedere un rendiconto: teniamoci dunque il nostro segreto e la nostra rivelazione privata, che solo a noi può giovare, al nostro microcosmo che è sempre e comunque sostanzialmente diverso da qualunque altro. Dei libri che leggiamo parleremo, è certo, anche a voce alta, anche con ardore, o ne scriveremo recensioni perfino ragionate e documentate, ma sarà un parlare della superficie, di ciò che è già chiaro e comprensibile a tutti; il nucleo, ciò che solo noi sappiamo averci smosso dentro e perché, è un tesoro inesprimibile ed è solo ed esclusivamente affar nostro.
 
Chiudo con un invito probabilmente superfluo:
leggete e diffondete "COME UN ROMANZO" di Daniel Pennac
postato da: bucciadimela alle ore marzo 23, 2006 19:05 | Permalink | commenti (12)
categoria:secondo me
giovedì, 23 marzo 2006

A PROPOSITO DI SPLINDER

Come saprete da Soluzioni , il signor Splinder sta studiando non tanto se ma come inserire della pubblicità all'interno dei blog gratuiti. L'attivazione sembra inevitabile e ormai imminente, e l'alternativa è passare a una versione a pagamento fra quelle descritte qui.
Capisco che il signor Splinder si dissangua per metterci a disposizione una piattaforma gratuita e che non possiamo pretendere che ci mantenga a ufo, tuttavia ho delle perplessità circa i reali vantaggi delle versioni PRO, almeno per quei blog come il mio che privilegiano testi e poche immagini e non usano, di default, certi effetti speciali che necessitano di maggiore spazio su disco. Dico i media, per capirci. Altri vantaggi effettivi non li vedo, almeno - ripeto - per chi fa del suo blog un uso medio o modesto, mirato allo scambio di notiziole o racconti, alla conversazione simpatica e a volte empatica, insomma un blog normale, familiare, tra amici senza pretese.
A me l'idea dei banner tra le mie cose urta parecchio per una questione non solo di estetica ma soprattutto di libertà d'espressione: non mi va proprio di diventare veicolo pubblicitario di tizio e caio senza, per esempio, poter selezionare gli sponsor. Però anche pagare un canone per evitare la pubblicità e avere in cambio più disco e più spazio per i media che non ho (perché questi sono i punti forti dell'offerta PRO) non mi convince abbastanza.
Voi che ne pensate?
Se qualcuno con le idee più chiare mi aiuta a cambiare le mie, lo ringrazio, guarda.

postato da: bucciadimela alle ore marzo 23, 2006 08:25 | Permalink | commenti (20)
categoria:secondo me
lunedì, 20 marzo 2006

FAI DA TE

C’è un punto esatto dove mi succede sempre la stessa cosa, e dio solo sa perché. Cioè, lo so anch’io ma devo averlo rimosso anni fa.
E’ la corsia dei detersivi al supermercato.
Prima di arrivare a metà sono già completamente dentro una crisi di panico.
E non c’è niente da fare, devo attraversarla. Cristo, devo fare la spesa, devo fermarmi a scegliere, devo ragionare, confrontare, tenere in mano la situazione. E siccome devo, lo faccio. E siccome lo so che di panico non si muore ma sembra, lo faccio. E siccome al panico l’ho giurata, lo faccio.
Pensare come sono rassicuranti tutti quei flaconi, belli perfino, e ognuno farà qualcosa per me, per la mia casa, le tende i pavimenti i vetri il bucato morbido, quelle cose lì così importanti. Certi hanno anche un profumo interessante, se riesco a resistere ne annuso qualcuno. Mi piace il limone, per esempio. Ecco, mi soffermo sugli odori, e anche sui colori.
Nel frattempo, chissà che passi una signora che ci vede poco e che mi chieda di leggerle i prezzi, così un po’ del mio panico si diluisce in qualche frase stupida.
Se poi è di quelle anziane che hanno piacere di parlare con qualcuno perché magari a casa sono sole, ancora meglio. Arrivo a scambiare qualche gentile osservazione sul niente, o sul poco, di cui sono fatte le nostre vite parallele. Ci guardiamo in faccia e ci leggiamo dentro certe cose molto simili. Certe fatiche, molto simili, e accettate.
Le leggo i segreti anche dentro il carrello: le cose che compra mi raccontano cosa fa fuori di qui. Come mangia, come si occupa di se stessa. Mentre finisco di percorrere quella maledetta corsia mi è quasi venuta la voglia di accompagnarla a casa, aiutarla a riporre le sue cose, prendere il suo caffè, ascoltare tutto il resto.
Il panico ti fa così, che a volte cerchi di uscirne entrando in qualcun altro, una persona più semplice di te, più rassegnata. E non è questione di avere un’espressione mite: anche il mio aspetto è inoffensivo, la mia è una faccia di cui ci si fida.
Sono io che non mi fido di me.
Oggi ha comprato latte biscotti caffè di sottomarca un pezzo di gallina una retina di arance. Sta cercando la varechina e gliela trovo io. E’ di quelle che ancora lavano con la varechina. Devo proprio farmi invitare su da lei e assaggiare quel suo caffè lungo, tiepido e probabilmente cattivo, perché sento che è una brava persona. Di quelle che non ti fanno l’analisi guardandoti nel carrello.
Le porterò la spesa di sopra, scale senza ascensore, e mi dirà di lavarmi le mani in un bagno piccolissimo tutto in ordine, e intanto metterà su la moka e tirerà fuori due tazzine buone, e poi mi farà sedere in cucina e sul tavolo ci sarà un centrino rotondo, e una vecchia foto sopra il televisore.
Mi parlerà dei suoi figli sposati e del marito al camposanto.
Avrà un gatto che dopo averci pensato su un po’ mi verrà in grembo e socchiuderà gli occhi obliqui perché io non ci guardi dentro.
A mezzogiorno tornerò a cercare dove ho lasciato la macchina, i surgelati si saranno sciolti e il panico anche.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 20, 2006 22:19 | Permalink | commenti (12)
categoria:buchi sul cuore
lunedì, 20 marzo 2006

IL 9 APRILE SARO' DA QUESTE PARTI:

Secondo questo test, la mia posizione è significativamente vicina ma non perfettamente coincidente con alcuni partiti, però è altresì chiaramente e incolmabilmente lontana da altri. In effetti è da un po' che ho capito che, più che votare a favore di qualcuno, l'imperativo è votare contro qualcun altro. 

postato da: bucciadimela alle ore marzo 20, 2006 07:21 | Permalink | commenti (15)
categoria:non sparate sul pianista
domenica, 19 marzo 2006

A proposito del Diritto numero 8...

8. Il diritto di spizzicare
 
Diritto ampiamente esercitabile nelle librerie e nelle biblioteche, e non solo per evitare di comprare a scatola chiusa ma prima di tutto perché il vero lettore è uno che di fronte a tanta grazia di libri esposti perde la testa e li vorrebbe annusare, toccare, sfogliare, accarezzare, conoscere, assaggiare tutti. Li vorrebbe quasi abbracciare, sopraffatto dalla commozione di trovarsi circondato da tanti amici. E per non trascurarne qualcuno, gli vien voglia di spizzicarne più possibile, per procurarsi l'illusione di portarsi a casa almeno un pezzetto, un segno, una traccia, un ricordo di ognuno.
A casa è ancora più facile: basta ammassare libri anche a casaccio vicino al letto o alla poltrona, e passare le serate soprattutto d'inverno a saltabeccare dall'uno all'altro secondo l'estro del momento. Perché c'è un libro per ogni occasione della vita e anche per ogni circostanza della giornata e per ogni variazione di umore: la mattina si può (è un diritto) sentirsi attratti da Melville, il pomeriggio da Benni, la sera da Agata Christhie e in piena notte da E.A.Poe, e il solito vero lettore impara presto a destreggiarsi fra i diversi stili e intrecci senza perdere il filo.
Senza contare che spizzicare libri, al contrario di spizzicare cioccolatini o patatine che porta facilmente a nausea, ha i suoi vantaggi: ogni libro contiene messaggi e riferimenti che allargano la mente e le suggeriscono nuove strade, nuove ricerche. I libri, lo sostengo da sempre, sono un po' tutti imparentati fra loro, figli della stessa voglia di raccontare, stupire, incuriosire, e a sapersi ben disporre risulta facile riconoscere in ciascuno dei legami, dei richiami, che portano - sulla via di questa curiosità - ad altri libri che trattino oppure approfondiscano temi simili, o viceversa propongano argomenti in netta antitesi. Seguendo queste tracce, questi suggerimenti, queste associazioni di idee, si comincia per esempio con lo sfogliare una biografia storica e critica di Giulio Cesare scritta da Antonio Spinosa, poi, passando per le ricostruzioni avvincenti e verosimili di Colleen McCullough, si approda con animo ormai appassionato al teatro di Shakespeare, ma sono ammesse e raccomandate ampie digressioni nei tomi del liceo da cui si traduceva il nostro De Bello Gallico quotidiano e, con più divertimento, nel campo del fumetto o meglio nell'accampamento di Asterix.
E alla fine saremo ricchi di sempre più numerosi input, perché di Spinosa c'è molto altro da leggere, anzi c'è tutto il settore delle biografie storiche da esplorare, così come i romanzi della McCullough risultano buoni riempitivi per le stagioni morte, e come di Shakespeare ci si rende conto di non aver mai letto né riletto abbastanza, e di Asterix non si può non ammettere di essere innamorati e ammiratori.
Insomma, si spizzicano libri come si trangugiano pop corn, con la differenza che i secondi al massimo provocano mal di pancia, mentre i libri... beh, sì: provocano dipendenza. Ma volete mettere, che magnifica droga?
postato da: bucciadimela alle ore marzo 19, 2006 08:14 | Permalink | commenti
categoria:secondo me
mercoledì, 15 marzo 2006

Diritti del Lettore (D. Pennac): siamo al settimo.

7. Il diritto di leggere ovunque
 
Ovunque non è poi un problema, per il vero lettore.
Il vero lettore non ha bisogno di particolari comodità per leggere; ottima la poltrona in studio o in salotto, oppure il letto o la sdraio o anche due bei cuscini su un tappeto, ma il vero lettore legge tranquillamente anche in autobus, in metropolitana, in treno, in aereo, su barche, traghetti, navi da crociera, in sale d'aspetto e su panchine dei giardini; il vero lettore legge seduto, sdraiato, stravaccato, raggomitolato, ma anche in piedi sotto le pensiline e addirittura camminando, se convenientemente addestrato.
Da tutti questi posti e da tutti questi modi, il vero lettore esce e si affranca quando entra nel suo libro; dentro le pagine, un altro mondo, forse un'altra strada, un'altra pensilina, un'altra sala d'aspetto, oppure un giardino o un deserto, un salone da ballo o una soffitta, comunque sia per lui sarà un altro dove, e non ne prova mai disagio. Sa sempre dove stare, il lettore, e ci sta bene, ci sta da dio, dimentica il resto, non avverte scomodità, non si lamenta di sedili duri o correnti d'aria.
Il problema non è dove, ma casomai quando.
Il vero lettore dovrebbe avere il diritto di leggere ogni volta che lo desidera, e di farlo in pace, senza invasioni o interruzioni, senza la distrazione di passanti e impiccioni, senza l'obbligo di guardare l'orologio e di affrettarsi perché è ora di pranzo o di lezione o d'altro. Il vero lettore soffre fisicamente a dover chiudere il suo libro perché lo reclamano a tavola o perché la sua luce accesa alle tre di notte disturba chi dorme.
Il vero problema del vero lettore - il vero diritto da regolamentare - sono i rumori di fondo.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 15, 2006 16:17 | Permalink | commenti (11)
categoria:secondo me
martedì, 14 marzo 2006

Continuo con i Diritti del Lettore secondo Daniel Pennac. Oggi tocca al sesto.

6. Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa)
 
Ma in fondo il bovarismo non è  un diritto, bensì una vera e propria motivazione alla lettura. Io ne approfitto senza risparmio, e i miei libri più amati sono ovviamente quelli che mi permettono di esercitare il mio bovarismo dalla prima all'ultima pagina.
Bovarismo significa, in buona sintesi, immedesimazione, ma di regola la si intende in senso deteriore, ossia nel suo essere eccessiva e quindi connotarsi come vizio o debolezza adolescenziale, da immaturi, da sprovveduti. Eppure quando abbiamo scoperto la lettura abbiamo scoperto contestualmente il piacere dell'immedesimazione, del suo potere di farci evadere rivestendoci dei panni e dei sentimenti dei nostri eroi, e ne siamo caduti subito in balia. E' un altro mondo più esaltante e sorprendente quello che ci aspettiamo di trovare tra le pagine di un libro; un mondo dove succedono le cose che noi desideriamo, che noi progettiamo, noi  e non le circostanze prevedibili del nostro quotidiano.
E cos'è che ci tiene avvinghiati a una lettura, che ci fa stare svegli la notte per continuarla, che ci estrania dall'incresciosa piattezza delle giornate e che ci fa sentire orfani quando il nostro libro è finito, se non la delizia dell'immedesimazione?
Ci si affeziona non solo ai personaggi e alle vicende, ma anche agli ambienti e ai tempi in cui si svolgono, e quando si volta una pagina e ci si ritrova in una scena già nota se ne riconoscono i segni e le dimensioni come rientrando nel tinello, nel salotto, nella camera da letto di una casa che consideriamo nostra. Ci sono familiari - perché li vediamo nitidamente con la nostra immaginazione bovarista - perfino gli oggetti, le tende alle finestre, gli abiti, gli alberi delle strade, le facciate delle case, gli archi di un ponte. E' un mondo parallelo nel quale entriamo con golosità, e dal quale usciamo di malavoglia e quasi sentendoci estirpati quando ci chiamano a tavola o al lavoro.
Godiamocela, questa malattia testualmente contagiosa; anzi, facciamoci contagiare incurabilmente dall'immedesimazione letteraria, e consigliamo vivamente a chi ne è esente di sostituire con essa quella veramente deleteria, ingiustificata e sempre più diffusa che prende a modello le vacuità insignificanti che ci offre la tivù.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 14, 2006 19:16 | Permalink | commenti (2)
categoria:secondo me
domenica, 12 marzo 2006

NEVE SUL BARHEIN

Qua da me da due ore nevica forte, con raffiche di vento da tormenta che pare di essere sulla traiettoria di un cannone sparaneve.
Niente panico: è domenica, si sta a casa.
Si legge, si scrive, si blogga.
Oppure si dorme sul divano abbracciati a un gatto, sognando le dune dorate del Barhein.

postato da: bucciadimela alle ore marzo 12, 2006 11:41 | Permalink | commenti (10)
categoria:non sparate sul pianista