martedì, 28 febbraio 2006

NELLA STANZA ACCANTO

Oltre il muro grigio parlano, a volte molte voci insieme, altre sembrano solo in due o tre. Discutono in molti modi diversi, con acuti stridori o velenosi miagolii. Dal sottofondo c’è chi a tratti assume la dirigenza e conduce per un po’, fino a che altri si affiancano con toni crescenti e stonati e in breve ciascuno riprende vigore e prepotenza seguendo il proprio filone. Sono cocciuti, non abbandonano la presa. Ognuno di loro sembra sempre sul punto di cercare la rissa. E si azzuffano a parole, il vocio si alza in picchi acuti e sbraitanti nel tentativo di ciascuno di sopraffare gli altri, chiunque a caso. E’ un rumoreggiare a ondate, ogni tanto si solleva molesto come un gracchiare di gesso su una lavagna, oppure un’esplosione fuori misura accende a catena lo scoppio di reazioni e insulti. Per lunghi istanti imprevedibili tacciono tutti d’un colpo, perdono il mordente e la direzione, o una risata sarcastica li gela o ne suscita altre a cascata…
 
Non li ho mai visti.
Vanno e vengono, vivono una dimensione di rumori e acrimonia che non intendo, da qui, e del resto non esco mai, perché dovrei? Ho tele e colori a sufficienza per continuare il mio lavoro all’infinito.
Stendo strisce di blu di Prussia e terra di Siena e inclino la testa per guardarvi in profondità. Dalla finestra si infila dritto e lucido un moscone e ronza forte tracciando orbite concentriche sull’alto soffitto. Per la durata del suo volo di giugno, i rumori si ovattano nella vanità e nell’indifferenza dell’abitudine, si disperdono nella ripetitività, si liquefanno nell’aria di cicale.
E il mio pennello, ecco, proprio adesso si ferma senza gocciolare e carpisce a istinto una nuova immagine.
Ora cambio colore e dipingo un gabbiano.
Solo il profilo arcuato delle sue calme libere silenziose ali.
 
(dedicato a it.arti.scrivere. dove una volta c'era il ronzio della passione e adesso lo schiamazzo assordante del vuoto)
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 28, 2006 08:13 | Permalink | commenti (9)
categoria:pensieri al setaccio
domenica, 26 febbraio 2006

IL NOSTRO PICCOLO GENIO

Uno dei problemi di nostro figlio, uno dei primi ma non proprio il primo perché il primo è stato averlo messo al mondo per un errore di calcolo, erano tutti quei biberon.
Un frigo pieno di biberon.
Passavamo un sacco di tempo a dosare il latte in polvere, e ogni poco bisognava intiepidire, scuotere bene, provare una goccia sul dorso della mano e poi prendersi in braccio la creatura e ficcargli in bocca il capezzolo di gomma.
Del resto fin dall’inizio ci eravamo chiesti: 
“Allatti tu o allatto io? Eh?“
E non essendo riusciti, come al solito, a metterci d’accordo neanche su come nutrire nostro figlio, avevamo optato per la soluzione più anonima: niente responsabilità, lasciamo fare a Chicco.
Per le scorte in farmacia abbiamo stabilito dei turni, ma questo era il meno: la regola “una volta per ciascuno“ va bene per tutto. Infatti l’abbiamo applicata anche al resto: un biberon a testa.
Avevamo imparato a non scontrarci sulla soglia della cucina, tu con quello vuoto da lavare io con quello pieno da portargli.
Ma l’altro problema era che, pur nutrendolo con regolare accanimento, cresceva poco.
Restava piccolo, delicato.
Cominciava già a sorridere e perfino a pronunciare qualche fonema, ma non cresceva più di tanto.
Arrivato alla fase “seduto nella culla“, ci si è fermato per mesi: dondolava la testa dai pochi capelli chiari e si teneva aggrappato al bordo per guardare intorno, ma per un sacco di tempo, anche quando eravamo ormai passati alle pappine, è rimasto così.
Le pappine.
Beh anche quelle ci è toccato dividercele: io ho scelto la mela perché è bella da sbucciare e prende quel colorino tortora quando la grattugi, tu ti sei trovato meglio a scardinare omogeneizzati di pollo e verdure con la chiave inglese.
Però penso che avremmo anche potuto scambiarci i compiti, dato che questo tipo di cose volendo le sappiamo fare bene entrambi.
Il pediatra ha sempre detto “Abbiate pazienza, ci sono bambini fatti così; rari, rarissimi, ma ci sono“. E continuava ad annotare tutto nel suo librone delle casistiche, per farci un giorno una pubblicazione su Sciences (secondo noi).
Comunque o di riffe o di raffe ‘sta creatura non stava poi così male: a turno lo mettevamo in terrazza quando c’era bel tempo, e bastava la corolla di un girasole a riparargli la testa. A turno lo tenevamo in braccio al davanzale quando pioveva, e gli facevamo sentire le gocce sulle manine per vedere se sorrideva. Non si spaventava mica.
Neanche del buio ha mai avuto paura, però di notte abbiamo sempre tenuto le porte aperte per sentire se piangeva, e non piangeva. A volte l’ho sentito come canticchiare.
 
Adesso ci sarebbe il problema, quello grosso, della scuola, perché sarebbe ora.
Il problema di accompagnarlo, prima di tutto, perché noi, si sa, non abbiamo mica tempo.
Però sarebbe un peccato non mandarcelo, un bambino così speciale, anche se il pediatra invece è contrario. Avrà paura che lo scuola lo faccia crescere ; secondo noi, sempre secondo noi che siamo profani.
Ma siccome in queste cose qui della cultura e dell’istruzione eccetera, almeno in queste andiamo abbastanza d'accordo, avremmo pensato ad un escamotage piuttosto intelligente.
Gli insegneremo noi, a leggere e scrivere.
Prima bisognerà litigare un’altra volta per dividerci i compiti, perché siamo tutti e due convinti di sapere sia leggere che scrivere meglio l’uno dell’altro.
Vedremo come andrà a finire, al massimo tireremo a sorte.
Lui intanto se ne sta bello felice e piccolissimo e vivo dentro il box, e disegna coi pennarelli barchette che volano in cielo sui fogli dei calendari degli anni scorsi.
Così passa il tempo, e il tempo se lo guarda stupito e passa anche lui.
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 26, 2006 16:11 | Permalink | commenti (16)
categoria:racconti
giovedì, 23 febbraio 2006

GENERALMENTE

Generalmente si alzava la mattina, tutte le mattine dei giorni generalmente feriali, e beveva un caffè di qualità generalmente scadente che gli sciabordava poi in bocca generalmente per le quattro ore successive, trascorse generalmente sotto tubi di neon sfrigolanti a smistare in due pile, generalmente a vuoto e semi-gratuitamente, fogli contenenti regole perentorie e contrordini susseguenti in tempi generalmente reali, il tutto con l'ordinatezza e il superfluo rispetto proprio generalmente di un becchino.
Le due torri di scarsamente ponderabili e stabili refusi cartacei si rincorrevano in altezza generalmente a velocità media e costante sulla scrivania, e lo scopo di tutta la paranoia era ottenere un risultato di parità che avrebbe soddisfatto generalmente entrambe se raggiunto entro o allo scoccare dell'ora di pausa. Materiale proveniente da impensabili ricettacoli in alluminio-fibre ottiche, e quindi generalmente ligio all'inesorabile legge del riciclaggio, riforniva con conscia regolarità la vaschetta porta-generalmente-documenti, anche se tale ritmo generalmente ronzante al limite del confortante subiva forzatamente - e a maggior ragione generalmente - un arresto improvviso e opportunamente dosato fra il venerdì sera e il lunedì mattina.
Questo generalmente, poiché avveniva - anche se assai meno generalmente - che altri intoppi di carattere difficilmente scusabile modificassero in via generalmente temporanea tali imprescindibili scadenze. Generalmente appunto si trattava di intralci al traffico legati a paradossi stagionali e liturgici, caratterizzati dalla bizzarria con cui imponevano non richiesti la loro presenza ingombrante e generalmente di pessimo gusto.
All'imbrunire, che generalmente coincideva con il puntualmente regolato interrompersi della connessione tattilo-mentale, Generalmente riassettava se stesso e le spoglie del suo prodigioso prodigarsi, e riprendeva la via di casa generalmente dopo avere spento i bulbi ormai deformi del neon liquefatto.

Generalmente anzi specialmente - già, davvero 'specialmente'... – lo attendeva a casa proprio Specialmente, con quel suo sorriso speciale per lui che le rideva addosso anche verso sera, anzi specialmente verso sera, con quei fiori gialli dei fossi che illuminavano più dei fari delle macchine, e perfino e specialmente con quel giro di valzer danzato da sola sulla soglia nel rivederlo alla curva del vialetto.
Malgrado Generalmente considerasse i figli generalmente preoccupazioni e soldi spesi male, Specialmente gliene donò due, e lo fece nel suo modo così speciale che lui neanche se ne accorse, impegnato com'era a sostenere l'equilibrio generalmente perfetto delle sue pile di fogli.
I due ebbero subito nomi speciali e, poiché erano gemelli semi-monovulari anche se non completamente, si chiamarono uno Ma e uno Se, benché i gemelli generalmente si assomiglino in tutto o siano generalmente del tutto differenti.
"E ora che me ne faccio? - chiedeva Generalmente alle sue torri ogni mattina.
Ci rifletteva molto, generalmente nella pausa-pranzo, ancora sbigottito dall'arrivo di quelle due entità generalmente in reciproco scompenso.
"Che ce ne facciamo? - chiedeva a Specialmente, perché era a lei che rivolgeva generalmente tutte le domande.
"Beh, direi che lo decideranno da soli - rispondeva sorridendo Specialmente, mentre appendeva al sole avverbi e particelle odorosi di borotalco e intanto cantava canzoni specialmente d'amore senza punteggiatura.
"Sì, ma dico: uno condiziona, l'altro avversa. Non me la vedo tanto facile. Generalmente le cose non vanno così".
"Oh no che non vanno così - rideva felice Specialmente - generalmente vanno in tutt'altro modo. Ma non ti accorgi, amore mio, di come tutto ciò sia... sì, speciale? Speciale come te, come noi?"

E tornava a sciorinare al sole e a danzare, e sognava per i loro piccoli e straordinari fonemi un futuro assolutamente e illimitatamente speciale.
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 23, 2006 13:50 | Permalink | commenti (7)
categoria:racconti
martedì, 21 febbraio 2006

LE DONNE

Le donne ficcano le tazzine della colazione nella lavastoviglie, si tirano una riga di rimmel sugli occhi attenti, si specchiano il rossetto nel retrovisore, rovistano un cellulare in borsa e mandano sms ai semafori.
Aprono porte con sorrisi seri e gambe decise, accavallano collant nerofumo sotto le scrivanie, appoggiano piccoli stretti occhiali in fondo al naso, giocano con le dita e i braccialetti.
Portano a casa sacchetti di lattine e insalata, stappano le bottiglie con cautela poi fanno scorrere molta acqua fredda sulle mani e ci mettono su un cerotto.
Raddrizzano i quadri e gli angoli del copriletto, e intanto gli si smaglia una calza e camminano a piedi nudi.
Accarezzano irresistibili oggetti di poco conto e fiori quasi aperti, ma con la punta delle dita come sanno fare loro.
Si riscaldano con una tazza in mano appoggiate al termosifone e aspettano pensando vago.
Con le amiche si raccontano bugie molto belle da inventare e da ascoltare, storie di uomini che le hanno lasciate e di molti altri venuti dopo. Si baciano con le guance, si tengono sotto braccio se piove, si aspettano davanti alle vetrine, poi non sempre entrano.
Con i bambini stanno attente, vorrebbero toccarli e prenderli in braccio, ma le madri non sono d’accordo perché poi piangono.
Comprano giornali da buttare sul sedile posteriore e più avanti nel cestino, sospirando di noia, ed esosi gioielli falsi agli ambulanti perché hanno un senso materno da esprimere, e come sovrapprezzo un sorriso di amicizia.
Inciampano in tacchi da sera con bocche splendenti per far contento chi le guarda, che si ricordi di loro per un attimo, anche se molto in là nel tempo.
Mentono innocenti o sviano le parole, ansiose di non far troppo male se non vengono comprese.
Ingoiano di nascosto pasticche per dormire o per dimagrire, vergognandosi un po’ di essere fatte così, diverse da quegli uomini che le vorrebbero diverse.
A quelli, agli uomini che attraversano le loro strade piene di sole e di voglie aggrovigliate, promettono di mantenere promesse non loro, e ci mettono il cuore; poi cade una stella e gli scivola di mano un piatto da asciugare e raccolgono cocci dimenticando di desiderare.
 
Gli uomini guardano come camminano e non sanno dove vanno. O gli contano gli anni negli occhi e poi si chiedono se c’è tempo. Oppure non vedono niente e si infilano in un bar a bere qualcosa da soli.
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 21, 2006 19:04 | Permalink | commenti (21)
categoria:buchi sul cuore
sabato, 18 febbraio 2006

MINISTRO DELLA REPUBBLICA...

... QUESTO PEZZO DI MERDA???

postato da: bucciadimela alle ore febbraio 18, 2006 10:32 | Permalink | commenti (8)
categoria:non sparate sul pianista
giovedì, 16 febbraio 2006

IL SECCHIO BUCATO # 10

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Dal dentista va per le lunghe. Il paziente prima di me sta dando qualche problema, e il dottore in queste cose è molto flemmatico, si prende tutto il tempo.
Il salottino dove si aspetta è un altro di quegli ambienti incomprensibilmente sottoilluminati, a causa della porta finestra che, seppure ampia, si affaccia su un giardino troppo zeppo di vecchie piante, e della vetustà di tutto l'appartamento, che risale a quando si usavano soffitti troppo alti e lampadine troppo deboli. Mi sono portata come al solito da leggere, ma dopo un po' metto da parte il libro e mi lascio andare a una specie di assopimento. Guardo la luce esterna illividire di quarto d'ora in quarto d'ora. Arrivano altre due persone, saluti mormorati e passo discreto, poi silenzio assorto, ciascuno sulla propria poltrona. E silenzio anche tutt'intorno, dal corridoio non arrivano rumori, i ronzii, le vibrazioni. Niente. Come se la casa fosse deserta e noi lì in attesa solo che passi del tempo. Dopo un po', è come se fosse svanito il motivo per il quale siamo lì, noi tre sconosciuti e beneducati, a dividere un pomeriggio semibuio in quella stanza di nessuno, nella casa di nessuno; come se da qualche parte fosse stato disegnato questo mondo parallelo appositamente per intrappolarci dentro qualcuno e distorcerne la realtà; come se chi vi entra non possa più uscirne, a verificare che il mondo precedente, di luci sull'asfalto e di vento sul collo e di sensazioni materiali, esiste ancora e continua a girare secondo un noto orologio.
Tutto perché è novembre, e i pomeriggi durano un'eternità.
Ad un certo punto indefinito di questa eternità, vedo me stessa attraversare il confine tra penombra e luce al neon. Il dentista è giovane, dotato di una pacata efficienza e soprattutto circondato da una solida e molto materica realtà, identificata dal nitore degli oggetti e dalla precisione di tutti i contorni. Ogni gesto adesso segue un ordine riconoscibile e rassicurante, prende il suo posto nell'indeterminatezza dell'ora. Risulta prevedibile e sensata anche la sua domanda Come sta? che nella circostanza si giustifica da sola e soprattutto consente una risposta sincera, la quale però anche stavolta è quel bene, bene che in genere uso per dissimulare. Ma è la verità, e non potrei dissimularla proprio a lui che la smaschererebbe subito: i miei denti stanno bene, e qui è solo di loro che si sta parlando.
Mentre verifica con molta professionalità, mi racconta simpaticamente che è in partenza per Boston, un congresso mondiale. Si interrompe un attimo con un ferro levato per aria a indicare la musica che esce in sordina da uno stereo. Se la ricorda, questa? E' Aretha Franklin. Sì che me la ricordo. Meglio, mi ricordo di me che la ascoltavo, mi ricordo di quando e dove la ascoltavo. Lui riprende la sua ispezione con gli occhi sorridenti di piacere; glieli vedo sopra la mascherina. I suoi gesti, le sue mani, sembrano presi dalla musica e forse ballerebbe.
Quando poi esco (Tutto a posto, solito controllo fra un anno), fuori trovo davvero un mondo nuovo. E' perfino piovuto, ma solo fuori, nel mondo vero, e la sera in città luccica di fari e vetrine. I passi sul selciato hanno un bel rumore secco e distinto, passi di molte persone, di gente in spostamento, con giacche di colori diversi, ombrelli ondeggianti, gesti, voci, scalpiccii, motori, clacson, odore di fumo e di foglie umide, e all'angolo del viale quello di una cordiale e sfavillante pasticceria.

 

 

postato da: bucciadimela alle ore febbraio 16, 2006 08:03 | Permalink | commenti (7)
categoria:il secchio bucato
martedì, 14 febbraio 2006

L'AMORE E' BLU

Intendiamoci: non è che io ci creda, in San Valentino, e nemmeno in Babbo Natale o nella Festa della Mamma. Però suvvia: Peynet è sempre Peynet.

postato da: bucciadimela alle ore febbraio 14, 2006 21:31 | Permalink | commenti (4)
categoria:pensieri al setaccio
domenica, 12 febbraio 2006

REGINE

Un inverno di gelo ma senza neve arrivò la regina degli zingari.
Era tempo che non la vedevo, aveva viaggiato tutte le strade sconquassate del mondo prima di far ritorno qui.
Me la trovai in un letto un mattino di nebbia lattescente, e la mia piccola suora dalle gote indignate era scombussolata nel darmi la notizia.
Le donne dalle gonne a fiori e a balze erano tutte lì in quella camera, panni vistosi e lunghe frange appese alle testiere e sui pali delle flebo, un plaid a rose marroni sopra il largo termosifone, e quel loro andirivieni bovino e inconcludente con una bacinella di poca acqua e schiuma grigia e uno scrignetto incrostato di conchiglie per i gioielli della regina.
La conoscevo bene.
Per anni era capitata da noi tutte le primavere, a farsi seccare la tosse complicata e echeggiante del lungo inverno di carovana. Si fermava poco. Appena ritrovava un pertugio per farsi entrare nei polmoni il fumo delle sue mai contate sigarette, si tirava su con i suoi lussuriosi stracci rosso e oro e se ne andava col suo corteo di stoffe danzanti e pendagli d’ottone come turiboli pagani senza ascoltare.
Adesso a stremarla c'era la febbre, troppo imperiosa su quel corpo di legno bruno prosciugato da un'incommensurabile vecchiezza. I rami secchi delle braccia erano roventi al tatto. Tutte le crepe del viso austero erano più profonde e, pur nella prostrazione, minacciose come il presagio di una morte.
Giù nel parcheggio avevano accampato a casaccio grosse auto da magnaccia con fodere di pelouche, guardate da bambini alteri e cani distratti. Lungo le scale, come comparse di coro greco stavano drappelli di sudditi in mesti abiti da udienza, ma non ancora degni di essere ammessi. La mattina, le sue donne volevano accudirla, cambiarle gli abiti regali con altri anch'essi stantii e sudati, aggiungere scialli e nastri di porpore e ori tarmati, e riedificare l’acconciatura delle alghe grigie e lanose che sulla sua testa si adornavano di diademi da strapazzo.
Il pomeriggio venivano gli uomini, in doppiopetto e con stomaci sporgenti, a esibire il luccichio di anelli d'oro pesante alle dita e a renderle rispetto mentre teneva faticosamente severa corte di giustizia per la tribù.
 
Non potevamo accettarlo. Io, non potevo accettarlo.
Potevo ammirarla e inviarle il mio silenzioso e solidale omaggio di donna, riverire da lontano la sua forza inflessibile e quel potere che le sibilava inappellabile dal cupo degli sguardi brevi ma taglienti. Mi inchinavo al suo passato di matriarca, di ape-regina, fondatrice di clan, madre unica di tutti quegli orgogliosi nomadi ricchi di lussi e sbrindelli.
Era nata regina e non temeva nulla.
Quindi, io non dovevo permettere che non avesse rispetto per me. Era la mia unica arma, e me ne servivo per il suo bene.
E poi non me lo avrebbe perdonato, dato che era stata proprio lei a cercarmi, a guidare i carrozzoni verso queste parti dove in altre stagioni ancora io la avevo accolta nelle rassicuranti comodità di un ospedale di campagna, in quegli ultimi anni in cui anche la vecchia immortale aveva cominciato ad arrendersi alla prolungata tortura dell'asfissia.
 
Entrai nella stanza con il mio passo secco, dritto e invincibile, il bianco addosso che distingueva me regina da lei regina, e le mie piccole mani nude ma sapienti, capaci – lei le conosceva già bene – capaci di trovarle il male dentro e domarlo.
Di fronte a lei tra le ali dei suoi pretoriani, delle ancelle ottuse, nell'odore rancido di stranieri in perenne esodo, impugnai la stanga di metallo a piè del letto come un segno di comando e ci guardammo negli occhi con la sfida di due alla pari.
 
Scelse me.
 
Uscirono tutti, e io non sono certa di avere visto il cenno con cui li congedò.
Un attimo dopo, eravamo sole, io e lei.
Silenzio di pace e rantoli di liberazione. La sua malattia nuda e miserabile esposta tristemente, una richiesta sottintesa di mutua collaborazione, purché discreta, nascosta, protetta dagli sguardi gelosi dei suoi adoranti guardiani e aguzzini insieme. Libera di soffrire come le altre malate.
La suora rinfrancata entrò seguita da due infermiere che ridacchiavano e spingevano il carrello cromato, quello delle diagnosi e delle prognosi, della vita e della morte.
Chiudemmo la porta, e mi occupai di lei
 
Quando la dimisi, le detti la valigetta dell’ossigeno.
La accettò con un lieve sospetto di ironia.
"Basta sigarette, Denia".
Le davo sempre del tu, e sempre lei mi chiamò "Bella bambina" .
"Bella bambina, qui dentro non ho mai fumato, e lo sa Nostro Signore se è vero. Ma lì fuori c'è freddo, e il fumo mi scalda".
 
Prima di sparire (e lo fecero come i fuggiaschi che sempre erano), lasciarono fasci di fiori alla madonna della cappellina, e gettoni e biglietti omaggio per le giostre a tutti i dipendenti, perfino a mia figlia che – ma io non lo sapevo ancora – mi era appena cominciata a vivere nella pancia, e finalmente venne la neve.
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 12, 2006 07:36 | Permalink | commenti (3)
categoria:racconti
sabato, 11 febbraio 2006

Questa è vecchia, ma ci sono affezionata e la tiro fuori ogni anno

11 FEBBRAIO

Poi mi diranno
che è un regalo di compleanno,
un dono che fa il tempo,
quest'altra ruga qui,
nuova accanto alla bocca.

Così diranno,
facendomi gli auguri,
e lo accarezzeranno,
certi lo baceranno.

Ma lo so io cos'è, lo so,
quel segno:
è solo un solco lungo il viso
come una specie di sorriso.

 

postato da: bucciadimela alle ore febbraio 11, 2006 07:44 | Permalink | commenti (13)
categoria:
giovedì, 09 febbraio 2006

LO SO CHE E' CHIEDERE TROPPO

ma mi basterebbe un muretto al sole, un quaderno a quadretti, un pennarello nero punta fine e nessun essere umano nel mio raggio visivo. Per un po', almeno; giusto il tempo di azzerare, e poi ripartire.

postato da: bucciadimela alle ore febbraio 09, 2006 10:32 | Permalink | commenti (7)
categoria:pensieri in trincea