martedì, 31 gennaio 2006

DIARI  DA  MAGDENBAD   (# 10)

La scenetta cui ho assistito stamattina mi ha confermato il giudizio negativo espresso da Dimitri su quel Milos Jarov, il sedicente poeta. Si era sistemato a cavalcioni su una panca nei pressi del cancello e aveva davanti a sé una scacchiera sulla quale, più che svagarsi, pareva accanirsi con maligno piacere; i pezzi caduti li spingeva via con gesti di trionfo, ed erano tutti bianchi, uno dopo l'altro, soverchiati dal nero che pareva destinato a una vittoria schiacciante. Vlad stava passando in quel momento col suo passo pacato, diretto alla scuderia e con dei finimenti in mano; si è soffermato giusto un attimo - e con la sua solita discrezione - per buttare uno sguardo al campo di battaglia, ma Jarov ha avvertito la sua ombra e si è girato verso di lui alquanto indispettito, aggredendolo con un tono rabbioso del tutto fuori luogo.
"Cosa c'è da guardare? Sto giocando da solo, e il nero vince!"
Vlad si è scusato con un cenno del capo e si è subito allontanato, ma gli ho colto in faccia un'espressione di lievissimo compatimento: avevo osservato anche io che il bianco stava giocando malissimo e in pratica dava partita vinta all'avversario. E' evidente che quell'uomo non è solo un cialtrone, ma un disonesto, se è capace di barare anche quando gioca a scacchi contro se stesso. Deve essersi sentito smascherato, perché ha buttato all'aria i pezzi senza finire la carneficina e se ne è andato sbuffando e imprecando. Non ho potuto fare a meno di notare la sciatteria del suo abbigliamento, che sembra non aver visto una spazzola da mesi: scarpe inzaccherate e macchie di sugo sul gilet, ornato da un cipollone molto vistoso ma probabilmente falso come il suo padrone. L'ho visto poco dopo allontanarsi dall'albergo in compagnia di un uomo venuto a cercarlo, un personaggio in barba e pesante tabarro, dallo sguardo sfuggente come quello di un topo; nell'avviarsi parlavano fitto gesticolando entrambi. Vlad ha raccolto e riportato dentro la scacchiera senza un commento, e non ce n'era bisogno: ormai mi conosce abbastanza da sapere quanto io disapprovi i modi arroganti, soprattutto verso chi non è in posizione di potersi difendere, come un servitore.
Per fortuna, questo Jarov si vede poco, in albergo; ai pasti è spesso fuori, e passa quasi tutto il suo tempo in compagnia di certe conoscenze che si deve essere fatto qua in città, presso un paio di circoli privati dove si chiacchiera di politica e si gioca a biliardo, o così ho sentito dire. Dimitri è convinto che si tratti di ritrovi per perditempo, e che la cultura c'entri assai poco; comunque, l'importante è che non siamo costretti a subire la sua presenza invadente, perché c'è indubbiamente qualcosa, in quell'uomo, che mi respinge, e un po' forse mi intimorisce. Deve essere il sospetto che sia fondamentalmente un millantatore, e le persone bugiarde mi inquietano.
Intanto abbiamo saputo che è imminente l'arrivo di nuovi ospiti: nell'altra ala della locanda, la servitù ha arieggiato alcune stanze, trasportandovi del mobilio e dei bauli. Speriamo si tratti di persone a modo, stavolta, che non ci facciano rimpiangere la tranquillità dei primi giorni.
E comunque, oggi pomeriggio andrò a conoscere la famiglia del dottor Berg e ad ascoltare la musica che si fa in casa sua. Mi rallegra, questo invito, il solo guaio è che non ho ancora deciso cosa mettermi, ma mi affiderò al parere estetico di Dimitri, se si decide a salire per prepararsi: ormai manca poco, eppure lui è ancora in giardino, nella sua palandrana prediletta, quella viola che ama indossare quando è in vena di dipingere, e sta ritraendo un gallo del pollaio. I suoi pennelli lo hanno rivestito di un piumaggio fiero e variopinto  e lo hanno collocato sopra una tettoia splendente di sole, mentre in realtà è un uccellaccio vecchiotto dai colori terrosi come il cortile in cui razzola, ma è straordinario che Dimitri lo veda così, bello, altero e combattivo come il re che dovrebbe essere.

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 31, 2006 17:08 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 30 gennaio 2006

COME MI SENTO STASERA

(e da diverse sere a questa parte, grunt...)

E COME INVECE VORREI SENTIRMI DOMANI E SEMPRE

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 30, 2006 21:50 | Permalink | commenti (4)
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venerdì, 27 gennaio 2006

IL SECCHIO BUCATO # 8

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

E adesso ci starebbe bene un caffè. Volevo passare anche dalla biblioteca, a dire il vero, ma oggi apre solo di pomeriggio. Per forza: non ci va mai nessuno. A volte ho il dubbio di andarci solo io, per donare libri o per prenderne in prestito.
Quando ci vado, non c'è mai anima viva: dove sono gli studenti, i pensionati, i topi di biblioteca squattrinati? La signora anziana e sorda che sovrintende al vuoto di cultura è sempre seduta al suo tavolo, seminascosta dietro il monitor che guarda per ore con un'unica espressione, lo sbigottimento. Le hanno messo in mano un apparecchio che in lei genera solo sgomento, e l'hanno lasciata là a vedersela con l'incomprensibile. Le sue mani, afflitte da imprecisione parkinsoniana, sono buone solo a ricoprire i libri di plastica trasparente con estenuante lentezza, ma il loro tremito acquista la frequenza del panico quando si avvicinano alla tastiera.
La sua età e il suo handicap mi mettono in imbarazzo.
Ho preso l'abitudine di servirmi della biblioteca pubblica almeno una o due volte al mese, per ovviare alla difficoltà oggettiva di procurarmi libri freschi dato che nei paraggi non ci sono librerie.
Ma mi mette in imbarazzo.
L'ambiente è mal illuminato e pochissimo aerato, anche d'estate; le persiane sono sempre abbassate a metà, le luci serali sono giallastre, troppo alte, insufficienti. Sui tavoli di lettura mancano del tutto, bisogna farsi bastare quelle opache a soffitto. Non servono, in effetti. Nessuno si ferma a leggere in biblioteca, a nessuno verrebbe voglia di seppellirsi in quella tetraggine. Ci vorrebbero buone lampade sui tavoli, ci vorrebbe luce naturale di giorno, ci vorrebbero iniziative, serate di discussioni, di letture, di aggiornamenti. Ci starebbe bene anche, faccio per dire, un distributore di caffè, di bevande. E una bibliotecaria più sveglia, che sappia almeno cavarsela con quel computer, che non si metta in agitazione quando mi vede entrare perché non è abituata ad avere visite.

Insomma, mi offro quel caffè.
La barista chiacchiera con un pensionato seduto a un tavolino d'angolo col giornale spiegato davanti; sta sciacquando stoviglie e mi dà le spalle, così all'inizio non si accorge di me. Poi si gira e vedo subito che le do fastidio, che ha tutte le intenzioni di sbrigarmi in fretta e senza complimenti. Ho interrotto qualcosa. Stava chiacchierando, stava lavando bicchieri. Io voglio solo un caffè, decaffeinato e con la schiuma. Non voglio chiacchiere, non voglio distrarla. Non voglio rubarle niente. Voglio solo un caffè, ma se le dà tanto fastidio potrei anche uscire come sono entrata. Ormai l'ho ordinato. Peccato.
Mentre mi serve, di fuori comincia un certo trambusto, si è sentito un colpo di sirena vicinissimo. Il caffè schizza sul piattino e bagna la bustina di zucchero mentre lei gira intorno al bancone a gran velocità e esce per vedere. Il vecchio arranca per seguirla e le gambe della sedia grattano il pavimento; il giornale scivola giù. Resto sola a bere con calma la mezza dose rimasta - e senza schiuma, ché non c'è stato tempo - fissando dritto lo scaffale delle bottiglie di fronte a me.
Fuori si è raccolta un po' di folla, c'è anche la donnina dell'ufficio postale in prima fila. Un'ambulanza è ferma di fronte, ma attorno non c'è aria di emergenza: la barella non è stata estratta, l'autista si è acceso una sigaretta e parla con un curioso.
Mi avvio verso la macchina. Il tabaccaio è sulla soglia e sta commentando con una cliente: apprendo che una signora ha avuto un malore mentre era in coda per il pane, ma pare non sia stato niente, un imbarazzo di stomaco e molta scena. Mi rifornisco di una stecca, che mi viene posata sul banco con un rumore ovattato e familiare. Pago, esco, mi sbuccio un pacchetto e mi accendo la numero otto, o dieci o giù di lì.
Ogni tanto penso che, rinunciando al fumo, risparmierei poco per volta la cifra necessa-ria per il capriccio di un computer portatile. Mi piace come oggetto. Dubito che lo userei, se non per gioco o una volta ogni tanto, in condizioni abbastanza eccezionali; tuttavia mi attira come oggetto, lo trovo bello. Davanti a un oggetto bello, divento vergognosamente consumista. Mi innamoro di cose senza scopo.
Ma ho fatto due conti. Al ritmo mio di un pacchetto al giorno, mi ci vorrebbero qualcosa come nove mesi di astinenza totale; il doppio per un'astinenza del cinquanta per cento; la metà per un apparecchio scadente o usato. Comunque troppo. Il gioco non vale la candela.
Il fatto è che non ho altro su cui risparmiare.

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 27, 2006 22:53 | Permalink | commenti (7)
categoria:il secchio bucato
giovedì, 26 gennaio 2006

A chi sta apprezzando i Diari da Magdenbad, potrebbe non dispiacere questo raccontino che ho postato due anni fa su it.arti.scrivere con il titolo "Grand Hotel"; vi sono una località di mare e un grande albergo a fine stagione, ma stavolta siamo in Francia alla vigilia dell'entrata in guerra.

DEAUVILLE

Se ne stanno andando tutti, poco per volta. Ripartono con facce corrucciate e gesti secchi, quasi con fretta di dimenticare; eppure erano arrivati spavaldi e vocianti, con abiti a colori e lievi sciarpe, e con un ardore negli occhi. Ora è come se la malinconia della partenza mettesse loro addosso una stanchezza un po’ malata e ne spegnesse la luce. Ripartono ingobbiti, grigi come le città che raggiungeranno, e con un’aria di sconfitta, quasi, che non hanno energie per dissimulare. Anche i bagagli che transitano per i corridoi, lo scalone, l’ascensore, hanno un aspetto invecchiato: le valigie che brillavano di cuoi e ottoni hanno preso un’opacità floscia nel chiuso degli armadi foderati, e le cappelliere hanno qualche angolo ammaccato.
Così finisce l’estate, con questa pioggia prima esitante ieri sera dopo la cena, poi da stanotte più insistente e monotona: una pioggia decisa, che suona nitida sul selciato dei vialetti e sulle tettoie della veranda sul mare. La famiglia austriaca, con molti bambini e nonni e goffe governanti, è partita appena in tempo: il direttore li ha salutati dalla soglia, mandando due inservienti ad aprire gli sportelli delle auto. I pochi rimasti stavano già rientrando da passeggiate abbreviate, contrariati per l’umidità che sgualciva e intirizziva i loro bei completi estivi. Fino alle sette hanno vagato per le sale a pianterreno, con aria delusa o stizzita, e si sono fatti servire cose di cui non avevano, credo, una reale voglia: tè, soprattutto, le signore, e gli uomini liquori forti poco adatti all’orario ma consolatori. A cena erano rimasti in pochi, una dozzina forse, dispersi nel salone fra i molti tavoli vuoti; e chi ha tentato due passi prima di salire si è scoraggiato già al cancello.
Stamattina il cielo è di un grigio denso e odora forte di salmastro; i giornali sono arrivati più tardi, e qualcuno si è lamentato perché la carta era umida. Il dottore del 311 è sceso da solo, già vestito da città, ma era per andare in paese all’ufficio postale; sua moglie si è presentata a colazione più tardi, con un foulard e degli occhiali scuri che nascondevano i segni di un’insonnia. Era seccata. Mi ha mandata a chiamare perché salissi ad aggiustarle i capelli. Era molto nervosa, non è stato piacevole. Quei due sono qui da due mesi, e non si decidono ad andarsene: se è per risolvere qualche loro problema che hanno deciso questa lunga vacanza, beh non devono esserci riusciti.
Noi comunque stiamo per chiudere. Da domenica prossima, il Grand Hotel resterà vuoto per molti mesi, se mai riaprirà. Fa una strana impressione, in questi ultimi giorni, percorrere i corridoi felpati, le scale deserte, i salottini abbandonati. Si è affievolito il tintinnio dei vassoi e il fruscio degli abiti da sera. Dalle stanze chiuse non giungono più le voci degli ospiti che si preparano per le feste danzanti, i profumi delle signore, gli scrosci d’acqua nelle vasche lussuose. I velluti si vanno impolverando, i lampadari si incoronano di ragnatele appena percettibili, gli specchi sembrano spegnersi, opachi.
Quando se ne saranno andati tutti (e lo so, per allora non avrà ancora smesso di piovere), il tempo tornerà come deve essere, da queste parti, a settembre: cieli dorati e risacca calma e tersa, e nell’aria il forte profumo dei pini marittimi. Daniel e io saremo liberi di dormire un po’ di più e un po’ più insieme; di rimettere i nostri comodi vestiti preferiti e passeggiare sulla battigia lucida di alghe parlando dei nostri giovani sogni. Abbiamo messo da parte abbastanza, forse ora si può pensare di aprire quel piccolo bistrot e anche, perché no, di fare un bambino: sua madre dice che ci aiuterebbe a tenerlo, mentre io sono al lavoro. Sarà bello lavorare insieme, lui in cucina, io ai tavoli, e la sera sederci in un angolo a fare conti e altri progetti. Lavorare non ci spaventa, siamo forti e felici. Abbiamo vent’anni. E’ il 1939.
postato da: bucciadimela alle ore gennaio 26, 2006 14:30 | Permalink | commenti (3)
categoria:racconti
lunedì, 23 gennaio 2006

DIARI  DA  MAGDENBAD   (# 9)

E' passato a presentarsi e a offrire i suoi servigi il dottor Berg.
Di lui sapevo solo che è stato allievo del professor Leittner, il quale lo considera brillante medico e persona squisita, e gli ha affidato il compito di sorvegliare dal punto di vista clinico l'andamento del nostro soggiorno. Ora so anche che si chiama Stefan, che è un uomo giovane e piuttosto bello, che sa vestire e muoversi con impeccabile buon gusto e che ama la musica.
La nostra conversazione è stata molto informale, e poco ha toccato il tema della salute, se non per consentirgli di assicurarsi che al momento né Dimitri né io accusiamo disturbi degni di qualche interesse; a questo proposito, ha ribadito in tono molto cordiale la sua fiducia negli effetti benefici del clima marino, che anche secondo lui - che a Magdenbad è nato - è particolarmente indicato per ricaricare di energie le persone infiacchite da una vita troppo sedentaria. Mi ha raccomandato di passeggiare ogni giorno all'aria aperta e di adottare un certo ritmo respiratorio, ampio e profondo (me ne ha dato un esempio chiarissimo), per ottenere la migliore ossigenazione di tutto l'organismo, o così mi pare di aver capito. A dire il vero, da quando sono qui mi sento già meglio, avverto una specie di leggerezza non solo nella mente ma anche nelle membra, come se l'aria schietta di questo vasto cielo sgombro mi stesse pian piano disintossicando di qualche veleno assunto inconsapevolmente in città. E anche Dimitri non ha molto di che lamentarsi: pur senza affanno, si tiene in movimento, mosso da continue curiosità, e a quel che vedo le sue articolazioni se ne giovano almeno quanto il suo umore. Appena entrato in possesso degli stivali nuovi, ha voluto provarli sulla spiaggia, e poi anche su alcuni scogli bassi dove abitano i gabbiani: gli artigiani del bosco hanno fatto un ottimo lavoro, poiché ho verificato (da lontano, impedita dalle mie calzature troppo leggere) che le suole hanno una buona presa anche sulle rocce scoscese, e non ha corso alcun pericolo. Alla prima occasione dovrò procurarmi anche io un paio di scarpe da passeggio adatte a questi posti; peccato non averci pensato prima, avrei potuto chiedere a Vlad di ordinarle per me, e perché no? anche delle pantofole ricamate da casa, per le serate fresche.
Il dottor Berg ha un aspetto più che piacevole; è biondo, di corporatura armoniosa, ha belle mani (e splendidi guanti!) e voce educata, che sembra fatta apposta per infondere fiducia in chi gli si rivolge. Ha un approccio estremamente pacato, sembra sempre sul punto di sorridere, come chi ha in mano la situazione e non teme di lasciarsi sopraffare, cosicché trasmette serenità e sollievo. Anche il professor Leittner è dotato di grande umanità e sa mettere a proprio agio, tuttavia in lui è sempre presente un atteggiamento grave, concentrato, a volte anche accigliato; non nasconde le sue preoccupazioni, al contrario è come se, nel manifestarle, pensasse di dimostrare meglio ai suoi pazienti l'interessamento che prova per i loro problemi. Lo conosco fin da bambina, il caro Leittner, e mi è sempre stato vicino come un tutore; ho per lui un vivissimo affetto e una stima assoluta, soprattutto per la pazienza con la quale ha accettato la sventura di una moglie invalida, che è sempre al centro dei suoi pensieri e gli infonde un'aria di mestizia e santità.
Nel congedarsi, il dottor Berg mi ha invitata a casa sua domani pomeriggio per un po' di musica, sollecitandomi a perseguire, in questo soggiorno di cure, non solo la tranquillità dell'animo ma anche qualche svago della mente.
"Lei - mi ha detto - ha bisogno di ritrovare serenità, ma mi creda: nulla le gioverebbe più di qualche stimolo, qualche novità che la ritempri dalle opprimenti consuetudini cittadine. Niente di stancante o di troppo formale: le propongo qualche conversazione e un po' di buona musica, tra amici. Conoscerà mia moglie Lise, che ha più o meno la sua età; è lei che suona il pianoforte, sa?"
Mi sono stupita di me stessa per l'emozione che ho provato nell'accettare questo invito.

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 23, 2006 21:48 | Permalink | commenti (4)
categoria:diari da magdenbad
venerdì, 20 gennaio 2006

ODORI
(ho vissuto l'infanzia a Lido di Venezia)

Il fumo di legna che stria la nebbia.
Il latte bruciacchiato sul fornello.
Lo zolfo persistente di un cerino.

Crema solare, plastica calda di sole.
Nafta di ferry-boat.
Salmastro di gomene attorcigliate.

Cipressi al cimitero ebraico, e gabbiani.
Gelsomino fuori da un cancello liberty.
Alito fondo dall'antro di un vinaio.

L'inchiostro e i libri nuovi, la gomma-pane.
I gigli a una madonna patrona di un'aiola.
Pane e burro nel cestino dei bambini,
all'asilo.

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 20, 2006 09:50 | Permalink | commenti (5)
categoria:pensieri al setaccio
giovedì, 19 gennaio 2006

IL SECCHIO BUCATO # 7

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Alle solite. In coda all'ufficio postale, una donnetta anziana col taccuino stretto al petto come un libro da messa mi attacca un bottone. C'è da aspettare, e quindi le do corda, offrendole un'espressione bendisposta; in pratica, mi lascio educatamente incastrare. Con smorfie di disappunto mi informa dell'increscioso contrattempo in cui è incorsa: è uscita di casa dimenticando le chiavi, e ora dovrà aspettare che rientri suo figlio dal lavoro. Stacca a mezzogiorno. Mi dice anche il nome della fabbrica e del mezzo col quale si sposta, un motorino. Manca un'ora buona, e lei è sulle spine perché ha la borsa con la spesa appesa al manubrio della bicicletta, e dentro c'è la mezza gallina da brodo che sarebbe dovuta diventare il loro pranzo.
Mi sento in obbligo di rincuorarla, facendole presente che simili dimenticanze sono normali e perdonabili e che al pranzo mancato potrà rimediare con qualcosa di veloce.
Non basta, naturalmente. Continua ad angosciarsi.
"Ma come ho fatto, ma cosa avrò nella testa..."
Intuisco la piega opportuna da dare al discorso, e la blandisco: 
"Succede a tutti, signora, soprattutto a noi donne che abbiamo sempre tante cose a cui pen"
Il sollievo con cui mi interrompe mi conferma che ci ho azzeccato:
"Vero vero, sempre tante cose, e la casa e il mangiare e le bollette, una poi si capisce che va in confusione, però mio figlio sa lui lavora in fabbrica e viene a casa stanco che ha fame e a me 'ste cose mi fanno star male, mi agito, mah, ormai cosa ci posso fare, la gallina la faccio per stasera, per forza, ci vogliono due ore sa, io la faccio andare piano piano con la cipolla la carota, gli piace tanto la gallina lessa a mio figlio, lui"
"Ma non è che qualche vicino la può aiutare, magari salire su una scala e vedere se c'è qualche finestra aper"
"Sì figuriamoci finestre aperte, no no, io chiudo sempre tutto, sto al piano terra, sono da sola io, mio figlio è sempre via e io ho paura dei ladri, degli zingari, chiudo tutto e ci mancherebbe, non si può non si può"
"Allora un fabbro. Chiami un fabbro. Ce n'è uno qua in paese, lo va a chiamare con la bicicletta e lui le apre la porta"
Come temevo, la soluzione troppo pratica e veloce non le garba: forse la deruberebbe dell'opportunità di potersi lamentare della disavventura e del piacere di raccontarla a una sconosciuta?
"No no il fabbro no, mi rovina la porta quello lì, poi mio figlio mi dice su di tutto e ha ragione, sono proprio senza testa, no niente l'unica è aspettare che torni con le sue chiavi, gli farò una frittata e ho ancora salame e prosciutto e i finocchi di ieri, qualcosa combino - ma sospira sulla propria disgrazia.
Ho capito, non se ne viene fuori. Non mi resta che sospirare anche io, per solidarietà.
Quando arriviamo finalmente allo sportello, lei si fa da parte e mi cede la precedenza, tanto non ha fretta. Un attimo dopo, ha risalito la coda a ritroso e si è appiccicata a un'altra vittima. E' pieno di anziani, stamattina. Ce ne sono alcuni seduti sulla panca vicino alla porta; aspettano seduti, neanche loro sembrano avere fretta. L'attesa alla posta era il piano del giorno, il programma rassicurante per la mattinata.
Quando esco, ho raggiunto una ragionevole certezza che tutta la storia delle chiavi sia stata inventata per attaccare discorso; c'è gente molto sola e non necessariamente vecchia o fuori di testa che passa il tempo ad attaccare discorso con gli estranei. Ne trovi in tutte le sale d'attesa, negli uffici, dal dottore; anche al supermercato, in coda, persone che non comprano niente ma girano a vuoto cercando solo un interlocutore di passaggio. Si riempiono la vita con parole al vento, con bugie pietose. Gente che non regge la solitudine, che ne ha paura. Che non sa come sfruttarla, non se lo immagina neanche che terreno sfruttabile possa diventare, in buone mani, in mani ingegnose. Ma come in tutte le cose è anche sempre questione di saperle vedere con fantasia. E' quella, piuttosto, che manca in giro. E' un optional ozioso, sembrerebbe. Eppure Dio solo sa quanto ti salva. A volte, mica sempre; ma val la pena provarci.

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 19, 2006 11:59 | Permalink | commenti (2)
categoria:il secchio bucato
mercoledì, 18 gennaio 2006

MA COME GLI VENGONO???

Il Presidente del Consiglio, per definizione, non può mentire.

(indovina chi l'ha rivelato)

postato da: bucciadimela alle ore gennaio 18, 2006 20:54 | Permalink | commenti (6)
categoria:non sparate sul pianista
mercoledì, 18 gennaio 2006

DIARI  DA  MAGDENBAD   (# 8)

I violini e le armoniche di ieri sera, Dimitri me ne ha raccontato per filo e per segno. Erano musicisti passati a brindare da Rubin ("suonano e bevono con la medesima gaiezza" mi ha riferito testualmente) dopo una riunione per le prove, le prove di una festa popolare che si terrà a giorni. La gente del posto ha questa antica tradizione: celebrano l'arrivo della primavera l'ultima notte di marzo, rievocando una leggenda dei boschi che racconta come siano le fate a decretare la fine dell'inverno scendendo nottetempo alla spiaggia e bagnandosi nel mare. Per asciugare i loro vestiti, vengono accesi falò e ci si danza intorno; ecco la bella gonna nuova di Lilia a cosa è destinata, ed ecco perché i suonatori ripassano sui loro strumenti le ballate del passato.
La popolazione tiene molto a questa ricorrenza, malgrado i preti la condannino per paganesimo e la esorcizzino, il mattino della domenica, con un Te Deum in cattedrale per purificare con benedizioni ortodosse il cambio della stagione. Nelle case si impastano pagnotte dolci nascondendo all'interno un confetto, e il bambino che lo troverà nella sua porzione sarà detto fortunato per tutto l'anno; gli uomini rilucidano gli attrezzi da lavoro e li espongono per un giorno fuori dagli usci, per celebrarne la fierezza; le donne danno aria agli scialli da festa e si pettinano a vicenda con diademi di trecce.
Dimitri si infervorava, nel fornirmi questi e molti altri particolari; quasi che all'avvenimento avesse già assistito, quasi fosse un suo ricordo fiammeggiante. Forse lo riscaldava rievocare i bicchieri scambiati con i musici, ieri sera; questo senz'altro, temo. Ma più ancora credo che si stia figurando la festa con la partecipazione del pittore, che già vede e colora nella mente le immagini solo suggerite e le fa proprie come soggetti di quadri che la sua mano non potrà fare a meno di dipingere. E in effetti mi ha citato certi fiamminghi cui è devoto, dei quali evocava scene popolari affollate e movimentate, ricche di folklore, di dettagli, di colori accesi. Non sono molto esperta, lo riconosco; tuttavia ho sempre visto Dimitri esprimersi in dipinti di dimensioni e contenuti più limitati, come ritratti (alcuni anche miei che amo molto e che mi lusingano di un colorito assai più primaverile di quello che mi è solito) oppure nature morte in cui mette tutta la sua malinconia o ancora paesaggi immaginari rivestiti di poesia e mestizia, che sospetto gli tornino dalle sue memorie strapazzate, dal suo passato randagio in cui i posti e le vedute hanno perso per la strada il nome e la data per trasfigurarsi nei sogni tormentati della nostalgia. Mai gli ho visto dipingere l'allegria, la vivacità, il disordine della vita; mai. Ecco, forse i racconti dei musicisti, ieri sera, gli hanno ispirato il desiderio di inventare una fiaba di fate e faville e balli in costume, da illustrare a modo suo come gli piacerebbe fosse, come vorrebbe viverla. Gli ha risvegliato la fantasia, l'annuncio della festa. E' un bene, è un piccolo miracolo; mi sono tanto augurata, per lui, un ritorno di energia creativa, e per me la serenità per starla ad osservare.
postato da: bucciadimela alle ore gennaio 18, 2006 15:27 | Permalink | commenti (1)
categoria:diari da magdenbad
lunedì, 16 gennaio 2006
Questa era l'idea per un racconto, e mi si era incastrata in testa da mesi senza riuscire a prendere forma in modo convincente. Tra ieri e oggi, invece di giubilarla e amen, l'ho condensata in una specie di nonsobenecosa, una ballata, una fiaba, insomma qualcosa pur di non buttar via tutto, che, si sa, dispiace
MAGHI
E vennero di notte
era la notte dell'ultima luna
bruna la pelle e lame in mezzo agli occhi,
con il fruscio di sandali e mantelli
il tintinnio gentile delle mandrie
(erano capri, erano giumente)
sotto le mura ad accamparsi
maghi che fossero, o briganti ripentiti
 
L'acqua al pozzo pagarono in contanti,
in drappi damascati e biondo rame,
ai soldati venuti a interrogarli
con le armi, ostili e con arcigno fare.
 
Fabbri di giorno e fate tessitrici,
nel tempo che restarono
(fu poco, in verità, da luna a luna),
la notte usavano danzare in cerchio,
e ne veniva alla città silente
i flauti ed i falò
nacchere e tamburelli
nomadi canti da stregare il cuore.
L'Infanta dagli spalti li spiava
presa d'amore e dalla fantasia.
 
Per un intero mese, dalle mura
non passarono più, per raro incanto,
le malattie, la morte, la vecchiaia;
nacquero figli sani e benedetti,
vi fu pane per tutti e nuove leggi.
 
Ripresero il cammino un imbrunire
senza un suono o un saluto, ma le tracce
dei miti ciuchi e cenere di fuochi
ed un brillio di consumate stelle.
 
Li ha rivisti qualcuno chissà dove
- un altro luogo di là da un deserto -
figli della fortuna e dell'azzardo
segni o sogni fugaci degli dei.
postato da: bucciadimela alle ore gennaio 16, 2006 18:56 | Permalink | commenti (8)
categoria:racconti