venerdì, 30 dicembre 2005

BUON  2006  E  BUONA  SCRITTURA  A  TUTTI

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 30, 2005 08:10 | Permalink | commenti (7)
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giovedì, 29 dicembre 2005

IL TRENO VIAGGIAVA NELLA NOTTE

Il treno viaggiava nella notte, solo nella notte.
Tra le stecche delle tapparelle abbassate strisciavano fitte di aria di mare, quella notturna che è più nitida e densa. Al cielo sopra il treno era appesa una lampadina nuda, e il treno viaggiava in tondo nel suo cono di luce; intorno, pareti in ombra rasentate dal suo ronzio.
Luigi dallo spiraglio guardava suo padre di spalle in pigiama, e suo padre guardava il treno girare sul plastico, mentre lei dormiva.
Non era per lei, quel treno senza passeggeri né conducente, né cuoi pregiati né velluti imbottiti.
Era un treno senza fumaioli a pennacchi né inservienti in panciotto; un treno, piuttosto, dove mancavano i sedili e le portiere erano saldate, con le maniglie dipinte sopra. Partiva e tornava al centro di quel vuoto e a un'unica stazione, tettoia rossa e omino di gesso sotto; dopo la prima curva, rasentava un laghetto di stagnola che invece era un mare, e c'erano sul bordo palme di stecchi di gelato e ciuffi di rafia in cima. Poi una salita ma morbida, senza strappi, e un ponte di legno dolce sopra gli stessi binari che tornavano in cerchio, e poi ancora un buco da topolini dentro la montagna, e all'uscita una frana di neve di polistirolo che volava via. La portatrice d'acqua del presepio si fermava sul sentiero del pozzo, e intanto ascoltava le campane del villaggio.
Viaggiava ogni notte, il treno di papà, sotto gli occhi disegnati delle pecore di plastilina, sotto il sole di mezzanotte appeso al soffitto.
Luigi respirava sospeso perché il treno non si fermasse, e suo padre soffiava via il pulviscolo dalle colline di cartapesta ma piano, per non far finire la notte e per non svegliare lei, che dormiva nel tepore di un Orient-Express di ottoni e damaschi che invece non partiva mai.

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 29, 2005 20:55 | Permalink | commenti
categoria:racconti
giovedì, 29 dicembre 2005

NEVE

Nevica (e poi dicono che il governo non è ladro). Nevica e fa freddo, un freddo boia, e il primo che sentirò, ad agosto, lamentarsi dell'afa lo manderò dove dico io, a gelarsi il culo in Siberia per esempio. Nevica e manca un'eternità alla primavera e ai 20 gradi della (mia) sopravvivenza minima.
Ma tu fai la cosa giusta. Non uscire, ti prego; non farmi preoccupare. Lascia la macchina in garage, dimenticati le strade scivolose, la poltiglia, le lastre di ghiaccio, i parcheggi impraticabili. Resta a casa, scegli di fare le cose giuste, le cose inutili, ribellati placidamente alla produttività a ogni costo.
Leggiti un libro, un libro grosso, con una storia lunga che ad ogni pagina, meglio se ad ogni paragrafo, ne inventi un'altra per dicotomia, come un albero coi suoi rami. Un libro che duri molti giorni e molte sere, il miglior compagno di nevicate. E leggitelo in un posto comodo, ben attrezzato con termosifone bollente, plaid scozzese e possibilmente un gatto vicino, meglio ancora addosso. Copia da lui, quando fa freddo: tutto quello che farà sarà non fare niente, e sarà il fare giusto.
Oppure il libro scrivitelo tu, un libro lungo che duri molti giorni e molte sere, e che sia come quell'albero in cui le storie nascono come rami da ogni biforcazione e non finiscono mai. Scrivilo a mano, carta e penna come una volta, accanto a quel termosifone e sotto quel plaid; fatti insegnare dal tuo gatto come si fa. Poi passalo a me, il tuo libro, da leggere, e io ti passerò il mio, e non ci stupiremo se avremo scritto lo stesso libro, la stessa storia di storie, lo stesso albero immaginario.
Ma anche, invece, guardati un film, e allora sceglilo vecchio, in bianco e nero e col doppiaggio originale; sceglilo - ascolta me - di Frank Capra, che è il regista giusto quando nevica, e lascia perdere Tarantino o Soldini, che vanno bene per altre stagioni e neanche a tutti. Guardati un film in bianco e nero e mangiaci sopra del cioccolato oppure il panettone avanzato; se scarti l'uvetta bruciacchiata, c'è il caso che la gradisca il tuo gatto, se non altro per provare.
Lascia perdere i telegiornali, quando nevica: ti diranno che l'Europa è nella morsa del gelo e ti mostreranno filmati di repertorio perché la cronaca esige frasi fatte e colpacci di pronto effetto. Tu, la tua neve te la puoi vedere in diretta dalla finestra di casa tua: il giardino, la strada, i tetti, i fiocchi contro la luce del lampione, che quasi li puoi contare.
E non trascurare di staccare il telefono: potresti ricevere notizie tristi, come la morte di una vecchia zia che ormai sopravviveva solo per scommessa, oppure roboanti proposte di acquisto di tappeti o partite di olio di frantoio di cui non hai assolutamente bisogno.
Tanto lo sai che io, se voglio sentirti, non userò il telefono. Ma ti troverò lo stesso, e tu troverai me, come sempre; sarò e sarai davanti a un libro o dietro questo monitor, a dirmi e a dirti, ancora, che ti voglio bene e mi manchi.

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 29, 2005 08:28 | Permalink | commenti (5)
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martedì, 27 dicembre 2005

IL SECCHIO BUCATO # 5

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Mi sbuccio un'arancia, in piedi accanto alla finestra della cucina. Nel secchiaio ci sono i resti di una merenda, una tazza con due dita di tè avanzato in cui si è disfatto un biscotto.
Nei film si vedono spesso personaggi che scrivono a macchina o al computer tenendosi vicino un bicchiere di qualcosa, di solito tazze alte e strette col manico. Lo scrittore tradizionale, soprattutto se è americano, va a caffè, caffè americano si intende, anche perché l'espresso che Dio comanda non si presta a bevute dilungate nel tempo; lo scrittore maledetto, più facilmente a birra, ma allora direttamente in lattina, che poi schiaccia con una mano e lancia in un cestino, ben attento a mancarlo per accentuare la trasgressività. La scrittrice di successo rilegge sorbendo con lenta delizia una tazza di tè che tiene con entrambe le mani (e ci si scalda); quella ispirata ha molta sete ma non si interrompe per bere, aggronda la fronte e fa smorfie con le labbra, poi si alza di colpo tutta spiritata e va ad aprire il frigo senza tuttavia trovare ciò che cercava.
Io preferisco alzarmi dalla scrivania ogni tanto e cercare sostegno in una sigaretta, fumata disciplinatamente all'aperto. Un tocco di virtù a un gesto vizioso, il massimo che concedo. Di rinunciare, non se ne parla: ho acquisito una media dipendenza, e da esperienze passate so bene che l'unico risultato ormai sarebbe come minimo di sostituirla con un'altra dipendenza, oppure con uno stato di privazione intenso e intollerabile che al momento non ho nessuna intenzione di affrontare. Ci sono quotidianamente situazioni, non solo di quelle penose, che creano una tensione crescente, e se ho ripreso dopo molti anni a fumare è perché ho verificato che la prospettiva di una sigaretta al termine del tunnel, della crisi, spesso mi fornisce motivazioni altrimenti inconsistenti.
Sulle scrivanie degli scrittori dei film, accanto alla tazza del caffè lungo e americano ci sono da uno a tot posacenere stracolmi, cosa che peraltro trovo abbastanza nauseante. Meglio due passi all'aperto, in giardino o sotto il portico se piove; serve anche a snebbiare, a cambiare prospettiva. E poi l'immobilità davanti al computer è l'unico aspetto del mio lavoro che mi risulta difficile da sostenere a lungo.

Insomma, qualcosa di vizioso, nella vita di uno scrittore, ci sta bene. Non è solo coreografia per film, è proprio una necessità esistenziale, una quota indispensabile del bagaglio. Una vita asettica è come una lastra di marmo, fredda, levigata e inerte, la pulisci con niente, con una passata di straccio che dopo scopri pulito, non c'è da scrostare, grattare, scalpellare. Una vita esente da scossoni e precipizi al massimo ti fa scrivere filastrocche per l'infanzia o novelle vacue per signore. Per scrivere romanzi che dicano qualcosa, bisogna aver provato almeno alcune sofferenze fondamentali, aver incontrato il marcio e non averlo scansato. Uno non diventa scrittore se non sa cosa siano gli errori e la disperazione; al più, diventa insegnante di italiano e corregge l'ortografia su temi di ragazzini più inquieti e talentuosi di lui. Un minimo di nevrosi è tutto ossigeno, nel bagaglio di uno scrittore; la malattia mentale vera e propria, poi, a volte può fare miracoli.
Mia madre aveva l'esaurimento nervoso. Ci deve essere nata, perché in casa se ne è sempre parlato. Era la sua aureola, il suo biglietto da visita e la scusante universale. Era anche motivo di infinito disprezzo da parte di mio padre, lui ci andava in bestia.
Era, lui, un irascibile, che si è gradualmente moderato solo con l'età avanzata e solo esteriormente, per limitazioni essenzialmente fisiche. Nel senso che ormai gran parte delle sue energie sono finalizzate alla sopravvivenza, intesa come conservazione della salute, dei suoi innumerevoli egoismi personali e delle sue ossessive abitudini che lo puntellano in vita. La morte della mamma anni fa gli ha tolto dalle mani forse il principale dei motivi e degli stimoli, quello per il quale più puntualmente perdeva la ragione; ora ne cerca altri dove può, dove riesce, e ne trova facilmente anche là dove gli altri vedono tutt'al più risibili seccature: prima di tutto, le riunioni di condominio, i rapporti con i vicini e i modi a suo parere poco affabili dei negozianti. Uno spreco di collere e astiosità, ma evidentemente è tutta adrenalina che gli tiene giovane il sangue.
Lo faceva andar via di testa che mia madre avesse sempre bisogno di tutto e non sapesse fare niente da sola; lei era una che chiedeva sempre, che delegava il più possibile. Lui al contrario si è fatto un dovere imprescindibile, scolpito nel marmo eterno, di non avere MAI bisogno di NESSUNO.
Crescere tra questi due estremi mi ha comportato delle belle difficoltà. A parte il fatto che la cosa mi imponeva di schierarmi per l'una o l'altra delle due posizioni (talmente opposte da generare un irrimediabile smarrimento), la situazione mi metteva sulle spine di fatto per l'impraticabilità di qualunque richiesta di aiuto: un bel dilemma, rivolgersi a un padre che non ammetteva debolezze o a una madre già incapace di risolvere le proprie?
Il problema della mia falsa sicurezza ha avuto senz'altro origine tra questi due scogli gemelli della mia prima infanzia, e persiste tuttora anche se l'esperienza mi ha insegnato a tenerlo sufficientemente sotto controllo. Non c'è dubbio tuttavia che questo squilibrio sia entrato precocemente a far parte - e con non pochi effetti -  del bagaglio di storture cui attingo per scrivere. Sono fagotti di rottami, fardelli di cocci, quelli che mi porto dietro. Ma quando le dita mi corrono come adesso su una tastiera e le idee mi ingombrano la testa fino a farmi perdere la nozione di altre necessità vitali, ringrazio la malasorte, e così sia.

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 27, 2005 21:35 | Permalink | commenti
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domenica, 25 dicembre 2005

HAITI NEL CUORE

Do spazio a un racconto non mio, ma di una persona che di storie come queste ne ha raccolte a centinaia, nel corso della sua lunga e appassionata vicenda umana come Missionaria Salesiana nel lontano e poverissimo paese di Haiti. Suor Anna, friulana di nascita e di cuore, da quasi cinquant'anni vi svolge un durissimo lavoro di assistenza umanitaria nei confronti di una popolazione tra le più sfortunate al mondo. Conoscerla ha cambiato la mia vita. Grazie a lei, sedici anni fa ho adottato la mia seconda figlia, che oggi si sta serenamente avviando alla laurea e a un futuro pieno di speranze. Il racconto di Suor Anna è scritto col cuore, senza letteratura, ma è una storia vera. Una Storia di Natale. Tutti noi possiamo scriverne altre come questa, entrando a far parte dell'associazione che, dall'Italia, da anni sostiene i suoi sforzi. Io l'ho fatto, e sono cresciuta.

STORIA D’UNA BAMBINA

E' la vigilia di Natale. Sto preparando dei regalini, regali piccoli, ma preparati con tanto cuore, avvolti in carta a colori "Pappagallo" e con sopra dei nastrini rossi e verdi.
Oh! Arriva la posta.
Apro subito l’abituale lettera-circolare di Monsignor Alfredo Battisti, destinata (o indirizzata) ai Missionari, in occasione delle feste natalizie.
Una frase mi colpisce fortemente e va dritta al cuore:
"Fratelli e Sorelle Missionari, cercate di vedere negli occhi del Bambino Gesù lo sguardo supplichevole di tanti bambini bisognosi! Non distoglietevi; date loro una mano".
Allora due grosse lacrime spuntano dai miei occhi! E non per niente. Da due settimane Suor Claire mi chiede con insistenza di prendere una bambina di alcuni giorni, abbandonata nell’Ospedale di Cap-Haitien, di cui è responsabile, non avendo mezzi per sostenerla! Difatti i neonati necessitano di tante cure e devono essere nutriti con un latte speciale, molto caro. Ma la mia risposta è sempre:
"Non posso, non posso! Non abbiamo posto; ciò mi fa pena, Suor Claire…"
Benché stravolta, ancora una volta mi sottraggo al problema; depongo la lettera del Vescovo, prendo i regalini di Natale e vado a portarli a Marcello – italiano – perché li consegni a sua suocera (nostra benefattrice ed amica). Lui però non risponde al mio saluto! Con una faccia del genere, dovevo avere qualche cosa che non andava.
"Cos'hai?" 
"Niente, niente! Ho solo premura".
"No, non parti da qui fin quando non mi dici cosa ti è successo!"
Ed insiste tanto finché gli dico ciò che mi fa male nel cuore.
E Marcello:
"Come Suor Anna, tu? Proprio tu osi lasciare quella creatura all'ospedale nelle condizioni che conosciamo? No, non è possibile! Vai subito a prenderla, io pagherò tutte le spese fin quando troverai una famiglia per lei!"
"Non è per i soldi, Marcello! Non abbiamo posto"
"Dalla a Martha!"
"Martha ne ha già 5 in quella capanna col pavimento di terra, ciò non va bene per un bebè di pochi giorni".
"Ah!... Martha accetterà e saprà come aggiustarsi".
Non c'è più via di scampo; prendo la jeep, con uno scatolone ed un asciugamano per deporvi la bambina, e parto. Al ritorno tutte le Suore sono in festa! Finalmente la bambina è al sicuro

Più tardi, una telefonata dal Friuli:
"Buon Natale! Auguro tante belle cose anche alle Suore e ai bambini!" 
"Grazie! Che piacere sentirti; Buone feste pure a te e a tutta la tua famiglia".
"Senti, non hai bisogno di qualche cosa?"
"Veramente sì! Vedi se puoi trovare una famiglia che desidera adottare una bambina; ha 15 giorni, è stata abbandonata all'ospedale e l'ho appena portata a casa! E' bellissima e si chiama Giulia".
Due ore dopo:
"Sono ancora io! Pensa che ho già trovato la famiglia disposta ad adottare la bambina!"
"Come?"
"Sono uscita subito, senza sapere dove andavo, e già suonavano le campane per la Messa di Mezzanotte. Per caso ho incontrato un'amica, alla quale ho esposto il problema; e lei mi ha parlato di questa coppia che detiene l'idoneità del Tribunale dei Minori. Sono tanto contenta. Mandi! Ci parleremo".
L’emozione che provo non mi permette neppure di dirle grazie, anche se sono abituata a questi interventi del Signore.

E' quasi Mezzanotte e Martha, che abita vicino a noi e che non vuol perdere la Messa, arriva con i 6 bambini – metà addormentati. Li corichiamo per terra, su delle coperte, in una stanza vicina alla Chiesa. Giulia però la mettiamo sopra il tavolo, visto che non si muove.
Spari a festa annunciano la Mezzanotte! I ritardatari si affrettano ad entrare in Chiesa, già piena di fedeli provenienti da zone poverissime! Pure sono vestiti a festa: uomini con pantaloni bianchissimi, stirati con amido; le donne portano abiti e foulards a vivacissimi colori. Ciò che aumenta l’intimità di questa bella festa, è che la S. Messa si celebra alla luce d’una lampada a petrolio, non essendoci la corrente elettrica.
Io vado e venga tra la chiesa e la stanza dove sono i bambini. I più grandetti dormono profondamente; Giulia, invece, ha gli occhi aperti: mi guarda e sorride che è una meraviglia, benché abbia un po’ di febbre, tosse e diarrea… è una bambina straordinaria!
Finita la Messa, tutti ritornano nelle loro casette e in alcuni istanti il quartiere è avvolto in una grande oscurità e silenzio assoluto! Anche Martha, aiutata da sua nipote, parte con i bambini. Prima, però ricevono tutti i loro regalini e tante affettuose carezze! Giulia guarda e sorride.
Finalmente la comunità può ritirarsi e passare assieme un momento di fraterna intimità e scambiarsi alcuni regalini. Poi tutti vanno a dormire.
Chiudo l’ultima porta e con la lampada rimasta accesa mi dirigo verso l’attigua Cappellina della Comunità. La giornata è stata lunga e piena di tante emozioni! Ora sento il bisogno di rimanere un momento sola, come per "fare il punto". Mi avvicino al Presepio e mi accorgo che anche Gesù, benché appena nato, ha gli occhi aperti e che mi guarda – mi guarda! Dio creatore dell’universo e padrone della vita, si fa bambino bisognoso di tutto e di tutti. Io, misera creatura, mi tengo ben dritta in piedi, con la testa alta, con arroganza dispongo, decido sicura di me stessa, anche sulla sorte (di vita o di morte) d'una bambina abbandonata da tutti. Che orrore!
Allora cado in ginocchio e gli chiedo perdono. Sì, la fede si accoglie e si pratica in ginocchio, senza pretese di capire… Ci si abbandona nelle mani di Dio Padre, semplicemente – con piena fiducia. I troppi calcoli sono figli dell'orgoglio.
Tutti questi pensieri mi convincono che ho bisogno di conversione e mi danno tanta serenità; sento di essere perdonata. Ora sembra che Gesù mi dica:
"Bene, tra tutti avete risolto il problema di Giulia! Tanto che lei adesso sta meglio di me!"
"No Gesù, non dire questo! Non sarai mica geloso? Tu c’hai la mamma vicino che ti coccola e ti scalda (come l'ho avuta anch'io) mentre lei non ha nessuno; capirai che dobbiamo essere molto attenti con lei e volerle bene. Ora stai buono, chiudi gli occhi e dormi".
Gli do un bacino ed anch'io salgo la scala per andare a riposo con tanta gioia nel cuore.

Tutta questa storia è vera. Ho inventato solo il nome della bambina. Ora è una grande ragazza; sempre bella, buona ed intelligente e procura tante soddisfazioni ai suoi genitori adottivi.

SuorAnna
Cap Haitien
HAITI

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 25, 2005 17:31 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, 23 dicembre 2005

BUON NATALE A CHI PASSA DI QUI!

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 23, 2005 15:27 | Permalink | commenti (8)
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venerdì, 23 dicembre 2005

IL SECCHIO BUCATO # 4

Precisazione importante: questo testo NON è un diario, bensì pura invenzione, sebbene qua e là ispirata a piccole esperienze personali. Ho scelto la forma del "diario" solo perché, quando l'ho scritto, mi ha facilitato il superamento di uno di quei molesti blocchi che capitano periodicamente a chi scrive.

Che poi scrivere è una cosa che faccio comunque, va detto, una cosa che ho sempre fatto anche in periodi migliori. Ho scritto storie che qualcuno ha letto, romanzi intendo, e un piccolo numero di persone mi conosce; ciò significa che perlomeno la mia identità di scrittrice, seppure di nicchia, è ben definita anche mio malgrado, e questa è la realtà dei fatti, quella che comunque resterà a sopravvivermi.
Tuttavia credo che una scrittrice vera dovrebbe avere più rispetto per se stessa, e sentirsi tale e comportarsi come tale - e in tutta naturalezza - dalla mattina alla sera: tutte quelle che ho conosciuto, perlomeno, si regolano così. E dubito che sia solo apparenza, anzi sono portata a credere che lo facciano davvero, che sappiano farlo perché sono, semplicemente, molto più brave di me: sicure, indipendenti, presenzialiste. Deve essere un mio errore interno, quello che mi impedisce di sentirmi come loro; oppure, sono loro che possedevano già in partenza la necessaria dose di spavalderia.  O autostima, tasto dolente.
Io invece sono una donna che scrive e pubblica, sì, ma - come dire - in nero.
L'ho detto anche a qualcuno che me ne chiedeva: scrivere è il mio secondo lavoro, quello in nero. Addirittura pubblico sotto pseudonimo, per difendermi da qualsiasi forma di visibilità che non sia strettamente necessaria, tanto è vero che moltissimi miei conoscenti, inclusi i vicini, la sarta e la stessa Dorotea, ignorano del tutto che io scriva, e mi pensano esclusivamente per quel che appaio: una casalinga piuttosto riservata, tutt'al più con un background culturale lievemente superiore alla media della categoria.
Il mio lavoro ufficiale, l'occupazione che ho sottoscritto per matrimonio, è pressoché a tempo pieno, e tuttora, malgrado i decenni di allenamento e un sostanziale allentamento dei legami affettivi, riesce a riempirmi di preoccupazioni e responsabilità buona parte della mente e della giornata.
Però io, a questa cosa dello scrivere, ci penso continuamente; mi sveglio di notte, e ci penso. Penso che devo scrivere come altri devono stendere relazioni o costruire case o guidare autobus. Meglio ancora, come i ragazzini che devono fare i compiti di scuola ogni giorno per il giorno dopo. Quest'ultima è la similitudine più azzeccata. Dentro di me c'è un'inquisitrice che controlla se sto ai patti con me stessa, e il patto di scrivere l'ho stretto talmente tanti anni fa che posso ben dire che sia nato con me, con la mia coscienza; ma è un patto in nero, senza salario né assicurazione né sindacati né un pezzo di carta che mi legittimi quando rubo a me stessa del tempo per cercare di onorarlo.

Ma tornando a come sto, e al fatto assodato che sto tutt'altro che bene se non addirittura piuttosto male, negli ultimi giorni ho creduto di toccare davvero il fondo o almeno di vederlo vicino come non mai, e per questo ho deciso di salvare il salvabile ributtandomi nella scrittura. Mi sono detta: dai ragazza, organizzati un attimo, ristabilisci le priorità una volta tanto a tuo vantaggio, molla qualcosa e vedrai che magari neanche se ne accorgono. Mentre mi maceravo nell'afflizione del senso di colpa, la soluzione si è presentata sul calendario, che in verità seguo poco, sotto forma di festività infrasettimanale accompagnata da tempo uggioso - e uggiose anche le intenzioni in generale. Un Ognissanti plumbeo da starsene chiusi in casa senza grilli per il capo, senza picnic tardivi nei giardini, senza clacson di gitanti né niente altro, solo vetri grigi, davanzali piovosi e vuoti, plaid sul divano e lunga sonnolenza per tutti.
Ma non per me.
Infatti sono qui e scrivo, o almeno ho di fronte questa inaspettata opportunità, un pomeriggio senza interruzioni. Quindi scrivo, o meglio scriverò. Devo solo cercare di chi e di cosa scrivere, un po' come ho fatto fin qui parlando della Dorotea o della signora Livia che fa la sarta.
Il problema adesso è individuare di che altro mi farebbe bene scrivere, per oppormi al mio insistente disagio di vivere, per riallineare quelle due identità in urto dentro di me. I loro profili aggrottati sono il segno di un vuoto di armonia, la condizione peggiore per qualunque creatività.

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 23, 2005 08:47 | Permalink | commenti
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mercoledì, 21 dicembre 2005

VEDIAMOLA COSI'

Da oggi le giornate hanno smesso di accorciarsi e cominciano ad allungarsi di nuovo. Sarà impercettibile, ci vorrà qualche tempo per accorgersene, ma è un dato di fatto che il grande buio ha toccato il fondo e adesso è in risalita verso l'equinozio. Vediamola così, e non è la solita questione di bicchieri mezzi vuoti che possono sembrare mezzi pieni; se li vediamo mezzi vuoti, è perché c'è qualcosa che ci manca, non che ci avanza. Se invece guardiamo, con rigore scientifico, eh, mica con ottimismo puerile, all'almanacco del giorno, vediamo subito che il sole da oggi sorge un attimo prima di eri, un attimo ma quel tanto da segnare uno spartiacque, uno sparticielo. E io mi ci attacco, a queste cose qua; le difendo con tenacia, alla faccia del freddo fottuto che invece è solo appena cominciato. Per quello, lo so che c'è da aspettare. Ma un po' più di luce, diosanto almeno quella, da oggi è prevista e dovuta, e io che mi alzo prestissimo me la godrò tutta. Stamattina alle sette meno qualcosa è passato immancabile e altissimo, ma splendidamente nitido con la sua scia perfetta, un aereo in rotta verso sudovest. Il cielo era blu cobalto e ancora completamente stellato. Mi piace, quell'aereo; la sua puntualità mi rassicura. Lui c'è, e ci sono anche io. Ogni mattina, feste comprese, e tutte le stagioni. Tranne, si intende, quelle della nebbia. Chissà se vola ugualmente, magari al di sopra dei banchi. Di certo, quaggiù sulla terra, nel nido di nebbia del mio paese tra campi e corsi d'acqua, io ci sono, e ci sarò.

postato da: bucciadimela alle ore dicembre 21, 2005 07:25 | Permalink | commenti (12)
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martedì, 20 dicembre 2005

LAUDATO SI' MIO SIGNORE

Da qualche mattina sono gli uccelli a svegliarmi, nell’ora rosa dell’alba. Per mesi abbiamo avuto notti lunghe e fatte di un pesante silenzio nevoso, che solo una civetta attraversava, e le giornate cadevano nel piombo di un imbrunire sempre più precoce. Ora invece da un po’ sembrano farsi via via più leggere, come abiti estivi di donna. Quando sono arrivato qua – ricordo, di ritorno da una città di grandi spazi e temperatura dolce - stavo valicando l’appennino verso il mio nord e il suo inverno imminente; era metà pomeriggio quando entrai nella nebbia e mi persi. La strada era senza uscita, ma non me ne avvidi, e fu qui che mi trovai, davanti a un cancello aperto, a un cortile spoglio e a questa vasta casa di pietra. Mi vennero incontro senza sorprendersi, come avvezzi ai viaggiatori smarriti, e mi offrirono riparo dalla stanchezza e dall’oscurità come fosse la scelta più naturale.Ricordo la prima cena, tutti insieme a un tavolo spartano, ma c’erano zuppa e vino e pane bianchissimo. Non erano monaci, ma lo erano stati. Monaci caduti in disgrazia, scomunicati, rinnegati. Maldicenze di paese, si giustificarono con grande semplicità, e passarono oltre.
“E lei, è scrittore?”
“Come lo sapete”
“I libri in macchina – spiegò brevemente qualcuno, il pratico Savoldo – Se vuole glieli porto di sopra”.

Dormii tra lenzuola tiepide e gonfie trapunte in un buio assoluto; la lampada a gas accanto al mio letto, avrei imparato a usarla solo più avanti.
Col giorno, vidi stendersi sotto le finestre una valletta disabitata, di boschetti foschi e pendii incolti.
“Siete fuori dal mondo, qui. Di cosa vivete?”
“Siamo fortunati, ognuno di noi sa fare qualcosa. Chi cura l’orto, chi intaglia il legno, chi ripara il tetto. Non ci manca nulla, mi creda: uno sa perfino di elettricità, e possiamo ascoltare la radio”
Cacciati dal convento, non si erano divisi ma piuttosto rinsaldati qui, nella vecchia dimora di uno di loro, che al secolo era di famiglia possidente. Si sostentavano della loro stessa pace e della laboriosità che nessuna scomunica aveva scalfito.
“Ma pregate ancora?”
”Sempre. Insieme, ma più spesso da soli. Preghiamo per i campi, per le piante, per le nostre galline e le uova che ci nutrono, per le vacche e il loro latte, per la salute della natura”.
“E Dio, i santi?”
Sorrise, il decano, il possidente, Leonio di nome.
“Mi creda – ripeté – è la stessa cosa. La stessa cosa”.
“Francescani? – azzardai.
Quella volta non rispose.

A volte cantavano. Mi dissero che uno di loro componeva musica, un altro versi. Li lessi. Bellissimi, come vetri scintillanti al sole. Con lui parlavo a volte di libri, la notte, mentre fuori l’inverno avanzava con passi pesanti e sbuffi di nevischio. Quando mi ritiravo in camera mia a scrivere, pensavo al suo genio limpido e alla sua invidiabile clausura.
Rimasi.
Rimasi e passai l’inverno scrivendo finalmente il vecchio libro che avevo in mente da una vita.
A volte, affacciandomi, scrutavo le cime delle montagne indistinte per misurare il tempo dalle chiazze di neve, e scoprivo che ne avevo ancora; giravo lo sguardo allora sulle pareti bianche della mia stanza nuda e serena, e sentivo che era anche il tempo migliore che avessi mai conosciuto. Giusto di temperatura e di densità.
 
Negli ultimi tempi si è unita a noi una ragazza: la vedo occuparsi delle galline avvolta in uno scialle che la svela incinta.
“E’ mia sorella – mi ha spiegato intenerito Bellosguardo, il giovane che governa la stalla – Non avrei mai dovuto lasciarla sola. Ora partorirà qua, penseremo noi a tutto”.
E’ lei, ora, che la sera riscalda la zuppa. Poi siede tra noi e mangia sorridendo in silenzio.
Ho saputo che si chiama Rododendro, ma parla solo agli animali del cortile.
Il mio, di nome, non me l’ha mai chiesto nessuno.
 
La neve si è sciolta, i pendii si sono inverditi, il cielo è di smalto nuovissimo. Ho sei mesi di più, e oggi parto. Il libro è finito. Il mio lavoro, il lavoro della vita, è finito.
Ma questo indirizzo, il nome di questo sogno, lo terrò per me.
O forse, meglio, lo dimenticherò.
postato da: bucciadimela alle ore dicembre 20, 2005 16:43 | Permalink | commenti (6)
categoria:racconti
lunedì, 19 dicembre 2005
Ho riaffrescato il soffitto. Mi pare meglio, mi ci sento più comoda. Si vede il mare.
postato da: bucciadimela alle ore dicembre 19, 2005 19:02 | Permalink | commenti (3)
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