lunedì, 14 aprile 2008

NUMERO INESISTENTE

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La voce era un'altra, una voce mansueta e gentile di donna anziana.
La prima volta si scusò, mise giù in fretta e ricompose il numero. Ma lei era ancora lì, si era allontanata solo di qualche passo ed era tornata a rispondere; e lui stavolta dovette scusarsi più estesamente. Sarà un'interferenza, proverò a rifare il numero più tardi.
Al terzo tentativo, scoprì che il numero era giusto ma non c'era niente da fare: sbagliata era la persona all'altro capo di quel filo. E si scusò di nuovo, confuso e sconcertato, ma lei era così paziente, gli perdonò l'imbarazzo, lo rassicurò che non la stava disturbando e che, anche se non capiva, capiva lo stesso. Gli suggerì di controllare la rubrica oppure di chiamare la Telecom per spiegazioni. Lo salutò con un augurio, perfino.
Più tardi, già sulla soglia di casa, parlò ancora con lei, con la vecchia signora sconosciuta che abitava dentro quel telefono. E ci abitava da un sacco di tempo, lei e la sua piccola vita di centrini e di vasi sui davanzali, di fotografie nelle cornici degli specchi, di tranquilla solitudine. Senza che lui lo avesse chiesto gli diede il suo nome e anche l' indirizzo, per dimostrargli che c'era un errore ma che non doveva sentirsene così mortificato.
Uscì per andare al lavoro col cellulare che gli bruciava in tasca. Dall'ufficio chiamò la Telecom e parlò a vuoto con un risponditore automatico che non gli chiarì le idee. La persona che lui cercava attraverso quel numero che pure conosceva a memoria non risultava sull'elenco. Sull'elenco, al suo posto, c'era la vecchia signora paziente.
Lavorò accigliato fino all'ora di pranzo senza più trovare il coraggio di richiamare. Quando si infilò la giacca per uscire gli si formavano nella mente silenziose imprecazioni, e una decisione grottesca.
Mezz'ora dopo, dall'interno dell'auto, guardava dall'altro lato della strada la facciata di un palazzo liberty in fila con altri simili dalle sfumature ugualmente sbiadite.
Scrutò le finestre cercando quella che più potesse assomigliare a quella voce sconosciuta e comprensiva, e gli parve di sceglierne una con le imposte spalancate, i gerani ricadenti, la gabbietta con un uccellino, le tende con dei rosoni in trasparenza. Uscì dalla macchina sbattendo lo sportello e gettando mezza sigaretta ancora buona da fumare. C'era quel nome tra gli altri, sulla fila dei campanelli.
"Sono quello che ha sbagliato numero".
Le parole gli uscirono in fretta inciampandosi nella voce e nell'ultimo fumo, e inaspettato arrivò quasi subito lo schiocco del portone che si apriva, e la risposta:
"Secondo piano, salga pure".
Si ritrovò in un ingresso troppo arredato di bomboniere e quadretti di montagna, e quel viso grigio ovale con piccoli sorrisi fra le rughe.
"Vede, è come le dicevo stamattina. Io abito qui, e questo è il telefono, guardi. Per sicurezza l'ho provato anch'io, e funziona, sa. Ho chiamato mia sorella e lei ha richiamato me. E' tutto a posto. Forse il guasto è suo".
Avrebbe voluto offrirgli un caffè, e lui avrebbe tanto voluto accettarlo. Gli pareva che quella donna avesse delle risposte, ma a lui ora mancavano le domande.
"Non riesco a capire - continuava a mormorare, e intanto il caffè era pronto nella piccola cucina ordinata, e un giacinto viola profumava sopra la credenza.
Provò a spiegarle qualcosa, ma era stranamente difficile. Lei lo ascoltava lo stesso, e le sue mani appena deformate dalla vecchiaia spostavano gentilmente il cesto di arance in mezzo al tavolo, gli avvicinavano lo zucchero. Rimase in silenzio sorridendo assorta mentre lui fissava il termosifone e non capiva.
"Posso chiederle perché è venuto fin qui invece di andare da lei? O da lui? Insomma dalla persona con cui voleva veramente parlare?"
E chi lo sa. E chi lo sa.

Sulla soglia inaspettatamente lei gli mise per un attimo una mano su una spalla, come fanno le madri per raddrizzare il colletto del grembiule ai bambini che vanno a scuola.
"Non stia ad angustiarsi, non mi ha disturbato. Non avevo niente di importante da fare".
Scese le cale con un senso di colpa, e gli passava per la testa solo una cosa adesso: che si sarebbe fermato dal primo fioraio e le avrebbe mandato un mazzo di margherite.
Mentre si allacciava la cintura guardò ancora in alto, verso quel balcone in mezzo sole, ma la tenda non si mosse.
In tasca, il cellulare cominciò a vibrare.
Sul display comparve un nome, e anche una gabbietta con un canarino e un vaso di margherite dentro una vetrina, e ricordò che forse il guasto era suo, come aveva detto lei.
Lo lasciò suonare due o tre volte.
Poi lo spense, e poi mise in moto.

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categoria:racconti
lunedì, 24 marzo 2008

MAIL  1

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4 marzo
 
[…]
 
A volte piove. Quando piove le donne qui accostano le imposte per salvare i vetri dagli schizzi; il campetto dietro la chiesa si riempie di pozze, che non si può più giocare ma ci bevono i merli e i cani randagi. C’è qualcuno che esce in fretta col viso nascosto in un ombrello e torna presto a casa con un sacchetto di spesa che gocciola. Il postino si ferma un cancello sì uno no; c’è poca posta quando piove. C’è poco fruscio sullo stradone. C’è poco da fare. Si sta in casa con le luci accese e le stanze vuote. Tu cosa fai quando piove? Io piego lenzuola e fazzoletti o mi lascio dormire. Oppure esco a testa nuda e senza documenti, mi piace sentirmi i capelli imperlati, guardo le galline che stanno ferme attorno al pollaio e le sedie di plastica dei giardini coi rivoletti grigi che gli scorrono sulle gambe. I giornali stanno dentro la vetrina buia, il droghiere raddrizza barattoli su uno scaffale; aspettano che schiarisca. Il matto è l’unico che non ci bada, se piove o c’è sole; lui gira in bici tutto l’anno sempre in canottiera e zoccoli di legno, con una cassetta da frutta legata dietro, e dentro cianfrusaglie. Le sposta da un punto all’altro del suo mondo, che è certamente più grande del nostro.
 
[…]
 
Le rose sono indietro, quest’anno.
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lunedì, 17 marzo 2008
MORT  EN  TERRE  ÉTRANGÈRE
(Donna Leon)
D.Leon_copertina
 
 
Donna Leon: un nome che sembra uno pseudonimo, e se così fosse sarebbe anche azzeccato, accattivante. Le sue biografie la descrivono come una signora americana che vive da decenni a Venezia; si favoleggia addirittura che insegni (o abbia insegnato) qualche cosa all'università di Ca' Foscari, un dato, questo, che potrei facilmente verificare, se ne valesse veramente la pena. Dirò che non la vale, perché non ho alcuna difficoltà a concordare sulla sua capacità di scrivere in modo più che scorrevole, come ci si aspetta da una persona che frequenti la cultura. In effetti, l'impulso a continuare la lettura di questo romanzo - l'unico finora che ho letto dei quattro che sono in attesa sul mio tavolo - è venuto proprio dal suo incipit, che ho trovato molto promettente dal punto di vista stilistico (anche se poi ho trovato inadeguata e sdolcinata la chiusa, che insieme all'incipit è l'aspetto di un romanzo che andrebbe maggiormente curato perché è uno di quelli che più facilmente fanno breccia sul lettore e ne decretano il gradimento). A Donna Leon riconosco il merito di saper offrire scene estremamente verosimili, curate nei particolari come immagini di un film a colori, e di saper avvolgere il lettore in atmosfere suggestive sfruttando uno scenario adattissimo allo scopo e tradizionalmente prediletto da molti scrittori quale quello rappresentato da Venezia, una città che è nei sogni di tutti. Però, considerando che il genere di Donna Leon è il poliziesco, che il suo eroe è un commissario di polizia e che i suoi intrecci sono incentrati su fatti criminosi e le relative indagini, si converrà che lo stile sicuro (ma senza guizzi) e l'abilità descrittiva (ma un po' troppo diligente) non sono ingredienti sufficienti quando, viceversa, la trama e la suspense sono talmente esili da restare sopraffatte dalle continue scene o scenette di contorno. Ricorderei volentieri che altri maestri del genere, in particolare Simenon, raggiungono il massimo dell'espressività attraverso un linguaggio scarno e diretto, laddove alla signora Leon sembra non bastino mai le parole: la sua narrazione, per quanto gradevolmente leggibile nel complesso, si affida insistentemente a caratterizzazioni di facile presa popolare e a descrizioni pedantemente didascaliche, con un gusto per l'esposizione minuta che poco si attaglia al carattere virile di un noir. Sembrerebbe che il primo obiettivo dell'Autrice sia non tanto catturare l'attenzione del lettore sui misteri di casi polizieschi e sulle ricerche che li portano a soluzione, quanto piuttosto disegnare con dovizia di mezzi lo sfondo su cui essi si volgono; vengono privilegiati, con non sempre comprensibile insistenza, descrizioni di ambienti e di luoghi, resoconti di colloqui professionali ma più spesso privati, considerazioni di ordine vario e generale che poco hanno a che fare con il caso trattato e che spaziano con discutibile disinvoltura su molti, moltissimi (forse tutti) aspetti della società italiana, della quale da anni Donna Leon è evidentemente critica osservatrice. Suppongo che tutto questo, nelle intenzioni dell'Autrice, sia volto a presentare, all'interno di un romanzo, uno spaccato del nostro Paese visto attraverso l'impietosa (e condivisibile, certo) esposizione dei molti mali che lo affliggono: dalla mafia, alla corruzione, alle connivenze ad alto livello, all'insabbiamento politico degli scandali, all'inquinamento dell'ambiente, al traffico di rifiuti tossici, non ne sfugge uno alla denuncia, ma soprattutto lascia perplessi l'ingenua caparbietà di affrontarli tutti insieme, quasi di ammucchiarli, benché alla rinfusa, in un unico calderone, a rendere il brodo più gustoso oppure, e più verosimilmente, più lungo. Ma se in un solo romanzo, il primo e l'unico che ho finora letto, l'Autrice è riuscita a stipare e sviscerare praticamente tutti i temi della nostra attualità italiana assegnando a ciascuno di essi un ruolo di diverso peso e responsabilità nel corso di una stessa indagine, mi chiedo a cos'altro si appellerà negli altri romanzi per riempirne i capitoli, come troverà nuove idee, nuove piste per il suo commissario, se non tornando a sfruttare questi stessi argomenti che, ammettiamolo, proprio perché risaputi e scomodi fanno tuttavia audience. E in quel caso, al povero recensore non resterà di meglio che ripetersi lui stesso.
Il caso in questione inizia con il ritrovamento, in un canale, di un cadavere, che si scoprirà presto essere quello di un militare americano di stanza alla vicina base statunitense di Vicenza; si complica poi con un'altra morte sospetta, e si intreccia (un po' macchinosamente) anche con un furto d'arte. Ce n'è abbastanza per tener viva l'attenzione di un lettore di polizieschi, direi; eppure a queste vicende viene dedicato meno spazio di quello che occupano le frequenti e dettagliatissime scene di puro contorno e le altrettanto frequenti e ripetitive - nonché poco originali - elucubrazioni sulla politica, l'attualità e i molti luoghi comuni che all'estero è prassi attribuire agli italiani. Ci si spiega facilmente il motivo per il quale Donna Leon, popolare in tutto il mondo e tradotta in molti paesi, si sia sempre opposta alla traduzione dei suoi libri nella nostra lingua, per arginare la loro distribuzione a un più vasto pubblico e in tal modo limitare l'impatto sgradevole che le sue critiche al sistema Italia potrebbero avere presso lo stesso. Infatti, questo romanzo e gli altri di cui sono venuta in possesso sono copie della loro versione in lingua francese, edita da Calmann-Lévy, e confesso che il fatto di poterli leggere in una lingua a me tanto cara rappresenta forse il vero piacere di questa lettura. Una lettura che non arriverò a giudicare inutile, dato che un certo svago ne ho ricavato, ma che tuttavia definirei "senza infamia e senza lode". Una lettura, mi è venuto da pensare più volte, da metropolitana: ma in fondo, ammettiamolo, per i nostri momenti di evasione senza pretese, per colmare piccole noie e attese, è proprio di questo genere di letture che andiamo in cerca. E dunque, senza falsi snobismi, lunga vita ora e sempre alla letteratura popolare, e alla spensierata compagnia che ci regala.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 17, 2008 19:02 | Permalink | commenti
categoria:libri
domenica, 09 marzo 2008

L'ELEGANZA DEL RICCIO
(Muriel Barbery)

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Di questo libro parlerò bene, e volentieri, perché fra gli ultimi che ho letto è forse quello che maggiormente mi ha colpita. Il mio apprezzamento è comunque tardivo e preceduto da quello unanime con il quale è stato accolto in Francia, dove nel 2006 è stato definito il "caso letterario dell'anno", nonché da quello che sta riscuotendo - e per fortuna, aggiungo - anche nel nostro Paese, che credo di poter affermare non annoveri, nell'attuale panorama letterario, una scrittrice di razza paragonabile a Muriel Barbery. La formazione culturale di alto livello dell'Autrice traspare tutta sia nell'eleganza dello stile che nella finezza dell'intreccio, se di intreccio si può parlare in una storia in realtà priva di una vera e propria trama e basata più che altro su una serie di quadri descrittivi e di riflessioni. Dunque, più che di intreccio sarebbe il caso di parlare di "tema", e il tema è giusto quello sintetizzato nel titolo: l'eleganza trattata dalla Barbery è quella di un animo nascosto, un'eleganza intellettuale celata dietro una voluta apparenza di ottusità e sciatteria, e difesa dagli sguardi altrui (per mancanza di fiducia nel prossimo o in se stessa?) con l'agguerrita tenacia con cui un riccio dispiega tutti i suoi aculei per proteggere la propria fragilità.
Il riccio elegante in questione è Mme Renée Michel, portinaia di un signorile palazzo parigino abitato da persone altolocate che fanno sfoggio, ahimè, di alcuni dei vizi più diffusi proprio in un certo ambiente: la boria, l'ipocrisia, il culto dell'apparenza e, spesso, la più elementare ignoranza. All'opposto, Mme Michel svolge il suo oscuro lavoro di guardiola interpretando il suo personaggio secondo i canoni più tradizionali: bruttina, grassoccia, dimessa, perfino mentalmente limitata, questo è il cliché di ogni portinaia parigina che si rispetti, e questa è soprattutto la maschera che, indossata ogni giorno durante l'orario di servizio, le permette di nascondere doti inusuali che, messe allo scoperto, farebbero di lei una anomalia inquietante, una presenza scomoda e fuori luogo in un ambiente snob come quello. Perché Mme Michel, nel rifugio delle sue due stanze a pianterreno che condivide con un canonico gatto, coltiva in realtà letture ricercate, è una competente frequentatrice di letteratura, arte e filosofia, nonché una raffinata conoscitrice della sofisticata cultura giapponese. Nelle ore libere, nelle notti di insonnia, nella sua solitudine di vedova, ristora il suo animo e lo nutre di Bellezza, per ripagarlo delle piccole meschinità della routine quotidiana e della delusione dei rapporti sociali con persone tanto vanagloriose quanto vacue.
Co-protagonista accanto a lei, e titolare di una vicenda parallela, è la giovanissima Paloma, che abita con la altezzosa famiglia nello stesso palazzo e che, essendo naturalmente dotata di intelligenza precoce e sorprendente capacità di analisi, vive un disagio simile a quello della portinaia, poiché le sue acute osservazioni del mondo che la circonda le restituiscono una realtà assurda, aliena, allucinante, inaccettabile al punto da farle prendere la decisione di porre fine alla sua vita - per l'evidente inutilità di viverla - allo scadere del suo tredicesimo compleanno. Il percorso intimo che la porterà al compimento di questo progetto è contenuto in un diario, al quale essa affida la cronaca della propria crisi esistenziale sulle soglie dell'adolescenza.
Ma la sintesi che ho appena esposto di queste due vicende umane non deve trarre in inganno: esse non sono narrate col tono drammatico o lacrimoso che ci si potrebbe aspettare, e neppure con quello languido o malinconico di un racconto intimista. Tutt'altro, tutt'altro, e grazie al Cielo.
Perché sia Renée che Paloma, ben lungi dall'essere donnicciole piagnucolose o vittimiste, sono due bei caratterini agguerriti e soprattutto dotati di un magnifico spirito, di una intelligente ironia, di un umorismo più che originale, ed è con questi strumenti che riferiscono al lettore - il quale spesso si ritrova con le lacrime agli occhi per il divertimento - i fatterelli stupidi e ripetitivi di ogni giorno e i comportamenti e gli exploits scoraggianti di una società votata solo all'esteriorità e al lusso. Ironia e distacco solo con i quali è possibile deridere la meschinità e non restarne schiacciati.
Terzo personaggio, e personaggio-chiave, è il giapponese signor Ozu, un nuovo inquilino, che racchiude in sé le doti più apprezzabili: l'equilibrio, la semplicità dell'eleganza, la discrezione tipica del gentiluomo orientale, la passione per la cultura. Egli diventerà, con infinito garbo e impareggiabile intuito, il complice spirituale delle due protagoniste, che con lui finalmente potranno condividere il leit-motiv delle loro vite: il gusto per la Bellezza e l'esercizio dell'Intelligenza.
Se si eccettua il coup-de-théatre del finale (del quale ovviamente non parlerò), la vicenda raccontata in questo romanzo segue un filo conduttore abbastanza tenue e non è segnata da avvenimenti o scene d'azione. Ciò che conta e su cui si fonda la particolarità del libro è proprio il minimalismo della trama, che permette all'Autrice di dedicare tutto il suo impegno creativo e tutte le sue risorse stilistiche e linguistiche all'elaborazione di una analisi di caratteri, di sentimenti, di riflessioni, di considerazioni private. Dal punto di vista tecnico, la Barbery possiede un lessico alquanto esteso e una non comune padronanza degli strumenti sintattici, che le permettono di elaborare in modo originale e gradevolissimo la costruzione dei periodi senza cadere in banalità o disomogeneità. Lo stile, pur se colto, è sempre scorrevole, colmo di grazia e leggibile; merito anche di una traduzione (a due mani, di Emmanuelle Caillat e Cinzia Poli) che ha saputo trasferire nella purezza della nostra lingua non solo i singoli componenti delle frasi ma - obiettivo già più arduo - la struttura del fraseggio. Grazie a questo ottimo lavoro, l'immedesimazione risulta estremamente fluida.
Al termine della lettura, dopo essersi staccati di malavoglia da quella conciergerie, da quel microcosmo così ben descritto, da quei personaggi che così facilmente ci sono divenuti familiari, ci rimane tra le mani il senso complessivo e definitivo del romanzo: un omaggio a quei doni della vita che molti non sanno godere e nemmeno individuare, e che invece sono alla portata di chiunque perché appartengono al quotidiano - le piccole armonie presenti in ciò che ci circonda, da un gesto gentile a un colore ben assortito a un sapore riuscito, da una musica che parla al cuore a un silenzio che contiene ben di più. Un romanzo capace di di-vertire perché ci accompagna in un'ambientazione resa con bella capacità espressiva. Ma anche e soprattutto un romanzo capace - suggerendo con grazia e spirito una denuncia sociale verso la superficialità o l'arroganza di molti rapporti umani o verso i vuoti di una imperante sottocultura, ma senza mai cedere a un facile e superfluo moralismo che avrebbe appiattito e banalizzato tutto - di lasciarci dentro, nel tempo, spunti di riflessione applicabili alla vita di ciascuno.
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categoria:libri
giovedì, 06 marzo 2008

COME UNA FARFALLA

Butterfly

Le cose succedono per due motivi: o perché le facciamo succedere noi, o perché le fa succedere qualcun altro. Naturalmente, spesso ci fa comodo attribuirle al Caso, ma il Caso mica esiste: il Caso non è altro che un concorso di circostanze, alcune deliberate e altre meno, nelle quali, con pazienza, è sempre possibile identificare le responsabilità di qualcuno. Anche gli eventi naturali sono prodotti da qualcosa, da meccanismi messi in moto da qualcuno: uno sciatore scriteriato può innescare una slavina, un disboscamento speculativo può causare uno smottamento, un esperimento nucleare può determinare crolli sotterranei e quindi terremoti. Una farfalla batte le ali a Samarcanda, e a Caracas un maestro elementare si becca un raffreddore sull'autobus che lo porta a scuola. Insomma, circa.
Però ho notato che le cose succedono con una velocità e una varietà inversamente proporzionali all'età del soggetto. Le cose succedono più spesso e sono più significative quanto più si è giovani; poi a una certa età rallentano, o smettono.
A me ne succedevano tante, me lo ricordo. A periodi, era arduo starci dietro, per farlo ero sempre di corsa e dormivo poco per non dimenticarle. Certi giorni, erano talmente incalzanti che la sera mi ritrovavo a piangerci sopra dalla stanchezza.
Adesso invece chissà dove sono andate. Per succedere, le cose, succedono; ma succedono più agli altri che a me. Eppure mi pare di non avere mai smesso di mettercela tutta per farle succedere, ma si vede che non basta più, non come una volta. E' come se le cose che mi succedono, ormai sempre meno e sempre più insignificanti, fossero solo quelle che faccio succedere io stessa; è come se gli altri non mi vedessero neanche, o si fossero dimenticati di me, di mandarmi le conseguenze delle loro azioni perché diventino cause che mi riguardano, di intervenire - anche da Samarcanda o da Caracas - per portare novità e cambiamenti nella mia vita.
Ogni mattina mi alzo e mi dico: "Oggi faccio succedere qualcosa. Ma cosa?".
E mi metto anche io a battere le ali, come quella farfalla.

postato da: bucciadimela alle ore marzo 06, 2008 19:13 | Permalink | commenti
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martedì, 04 marzo 2008

CARTOLINA  DA  CAORLE
(febbraio 2008)

Caorle_2008

postato da: bucciadimela alle ore marzo 04, 2008 22:48 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 18 febbraio 2008

da
Diari da Magdenbad 
capitolo 28

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La Real Civica Biblioteca di Magdenbad è un bizzarro edificio alto e stretto incastrato fra gli splendenti palazzi patrizi della piazza, dei quali sembra il più antico e il più malconcio. La facciata, tutta sviluppata in verticale, riporta una disposizione alquanto irregolare di finestre di forme e dimensioni diverse, quasi scompagnate a bella posta o in seguito a un progetto bislacco, come se la costruzione fosse cresciuta un po' per volta e secondo l'estro del giorno di una squadra di carpentieri ognuno col proprio disegno in mente.
Al pianterreno ci sono solo due stanze: una riservata all'ufficio del bibliotecario e l'altra per la lettura, arredate in modo essenziale con scaffali, tavoli e sedie che ricordano la severa scomodità di un convento. I libri sono numerosissimi, alcuni sembrano molto antichi, tutti disposti in ordine da una mano protettiva. C'era una sola persona, un giovane pallidino e impacciato con le dita macchiate di inchiostro; stava copiando titoli su un registro, e la mia venuta lo ha messo in crisi come se le visite alla biblioteca fossero di regola assai rare. Quando ho cominciato a esporgli la mia richiesta, è entrato nella massima confusione e si è professato troppo inesperto per aiutarmi, raccomandandomi piuttosto di rivolgermi al suo superiore, l'unico con facoltà di decretare prestiti. Innervosita, poiché non mi sembrava di aver chiesto qualcosa di tanto delicato, ho domandato dove avrei potuto trovarlo, e sono stata indirizzata di sopra.
"Salite tutte le scale, fino in cima. A quest'ora è sul tetto. Mi perdonerete se non vi accompagno, ma non posso lasciare la porta incustodita - mi ha detto lo studentino; eppure mi era parso di capire che da quella porta non entra quasi mai nessuno, e in ogni caso sarebbe bastato chiuderla da dentro per il tempo necessario a farmi da guida.
La scala è stretta, lunga, di pietra; ad ognuno dei tre piani, una porta vetrata si apre su un unico locale, uno stanzone spartano illuminato da grandi finestre solo sulla facciata che dà sulla piazza; le pareti sono interamente rivestite da librerie dove non c'è un solo spazio vuoto; al centro, un tavolo lungo e alcune sedie, null'altro. Tre piani uguali, e dentro non c'era anima viva; persisteva però un blando odore di fumo di legna, vecchio, sbiadito, che ho trovato assai gradevole, come se mi ricordasse un'atmosfera familiare, quella di un tinello, di una cucina forse, in una casa vissuta.
L'ultima rampa, più stretta e disadorna, in pietra viva e senza corrimano, sale ripida al tetto, da cui piove luce azzurra e fresca brezza di mare: sono salita fin lassù, titubante ma obbligata dato che il giovane al pianterreno mi aveva informato che era proprio lì che avrei trovato chi cercavo, anche se non riuscivo a supporre cosa mai potesse fare un bibliotecario sopra un tetto. Varcato l'ultimo gradino, mi sono affacciata su un locale sorprendente, a pianta circolare e luminosissimo in quanto completamente aperto sul cielo tramite vetrate ininterrotte, lungo le quali corre una panca di legno. Al centro, seduto su una poltroncina che non sfigurerebbe in un salotto e intento a osservare dentro un massiccio telescopio, un uomo di cui per prima cosa ho notato il candore dei capelli, e subito dopo, quando si è alzato per farmisi incontro, la serietà dello sguardo e l'armoniosa fattura di un corpo giovanilmente atletico malgrado l'età denunciata dalle profonde rughe del volto. Mi ha salutata con voce grave, mostrando di conoscere il mio nome: 
"Baronessa Angelopulos. Ben arrivata, vi aspettavo".
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 18, 2008 12:04 | Permalink | commenti (2)
categoria:diari da magdenbad
lunedì, 11 febbraio 2008

un omaggio a Borges da una bibliotecaria mancata

biblioteca

GIUGNO 1968
 
Nel meriggio dorato
e in una serenità di cui il simbolo
potrebbe essere il meriggio dorato,
l'uomo dispone i libri
negli scaffali che attendono
e sente la pergamena, la pelle, la tela
e il piacere che dà
immaginare un'abitudine
e istituire un ordine.
Stevenson e l'altro scozzese, Andrew Lang,
riprenderanno qui, per virtù magica,
la lenta discussione che interruppero
gli oceani e la morte
e a Reyes certo non dispiacerà
stare accanto a Virgilio.
(Ordinare una biblioteca è
esercitare, in silenzio e modestia,
l'arte del critico.)
L'uomo, che è cieco, sa
che non potrà più decifrare
i bei volumi che tocca
e che non gli daranno aiuto a scrivere
il libro che lo giustifichi agli occhi degli altri,
ma nel meriggio che forse è dorato
sorride del suo bizzarro destino
e sente la felicità che è propria
delle vecchie cose che s'amano.
 
Jorge Luis Borges (da "Elogio dell'ombra")
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 11, 2008 17:44 | Permalink | commenti (7)
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domenica, 03 febbraio 2008

Charles Dickens

 Il mistero di Edwin Drood

Dickens

Un mostro sacro come Dickens, lungi da me recensirlo; posso solo accodarmi devotamente a quanti lo hanno sempre indicato come un Maestro di narrativa, psicologia e arguzia. Un Intoccabile.
Tuttavia mi piace partecipare il godimento che mi ha procurato la lettura di un suo romanzo poco conosciuto, Il mistero di Edwin Drood, ultimo in ordine cronologico nella bibliografia dickensiana e lasciato interrotto dall'Autore nel 1870, quando morì dopo averne completato circa la metà. Il mistero è dunque nel titolo ma anche nella natura stessa dell'opera, della quale rimasero ai posteri solo vaghi appunti scritti e qualche accenno verbale raccolto da amici o familiari. Si incaponì a volerlo completare uno scrittore nostro contemporaneo buon conoscitore dello stile e delle tematiche dickensiane, Leon Garfield, ed è grazie alla sua paziente maestria nonché al talento sorprendente di un traduttore come Pier Francesco Paolini che oggi possiamo accedere a questo lavoro controverso, affascinante, enigmatico.
Due parole sulla trama, che mi permetterò di sintetizzare al massimo: l'Edwin Drood del titolo, un giovane onesto e promettente, scompare misteriosamente, e ne viene incolpato un altro giovane, Neville Landless, altrettanto onesto ma di temperamento alquanto focoso. Attorno a questo nucleo centrale, ruotano diverse vicende di carattere sociale e sentimentale, connesse a una schiera di personaggi dettagliatamente rappresentati e puntualmente inseriti in una cornice ghiottamente deliziosa quale uno spaccato dell'Inghilterra di metà Ottocento (ambientazione e contesto nei quali la penna di Dickens si rivela sempre di impagabile efficacia). Tra i ghiotti ingredienti, un borgo della benpensante provincia inglese dominato da un'antica Cattedrale alla cui ombra si stende un caratteristico camposanto, e poi salotti austeri oppure civettuoli dove si conversa con la studiata retorica del tempo, un collegio per signorine all'insegna tutta vittoriana della serietà e della pudicizia, soffitte malsane per studenti a mal partito o oppiomani derelitti e disperati, una natura affascinante e selvatica che odora del mare vicino.
Ma più che l'intreccio, in quest'opera va rilevata - una volta di più, perché non è certo una scoperta - l'abilità tutta dickensiana di permeare atmosfere lugubri e inquietanti con uno spirito sottilissimo e sornione, che smitizza il racconto a forti tinte proprio con la caricaturale sottolineatura di certe sue inevitabili enfasi. Vien da immaginare il Vecchio Scrittore, avvezzo a ogni aspetto delle debolezze umane da lui costantemente osservate e rielaborate, intento a scrivere le ultime pagine della sua vita - già malato e da tempo - ma ancora e forse più che mai, proprio per la consapevolezza di essere alla fine, immerso nel piacere creativo, nell'ispirazione incontenibile, nel fervore della costruzione di frasi, periodi, capitoli, descrizioni, riflessioni, elucubrazioni particolareggiate fino alla logorrea, come quando la mente è completamente assorta nel prodotto della sua creazione e ci vive in simbiosi, non desiderando che trasmettere ad altri le immagini e le sensazioni di cui alimenta se stessa. Dunque logorrea, forse, ma deliziosa nel risultato per il lettore, al quale resta impossibile non accettare l'invito a lasciarsi coinvolgere in quell'immaginazione, in quella ricostruzione di un mondo che appartiene al passato ma che ci torna così nitidamente delineato da sembrare plausibile e vicino.
Lode al Traduttore Paolini, e al suo mirabile lavoro di mediazione tra noi lettori e uno stile ottocentesco apparentemente arcaico ma aderentissimo alla collocazione e studiato al fine di trasmettere il lavoro dell'Autore con la massima e più leggibile fedeltà, sia sintattica che concettuale.
Un libro - un librone, oltre 500 pagine nell'edizione Bompiani del 2001 - consigliabile nelle lunghe serate invernali, da leggere preferibilmente adagiati in una comoda poltrona accanto a un caminetto acceso mentre fuori piove e tira vento, senza cedere al senso di colpa se la felice evasione ci farà - e con rammarico - spegnere la luce molto tardi.
 
 
droodSiccome ogni qual volta il reverendo Septimus si faceva pensieroso, la sua buona madre vedeva in ciò un segno infallibile ch'egli aveva "bisogno di sostegno", la florida vecchia signora si recò in tutta fretta alla credenza della sala da pranzo per prelevar da essa il necessario "sostentamento", sotto forma di un bicchiere di Constantia e di un biscotto casalingo. Era una magnifica credenza, degna di Cloisterham e di Minor Canon Corner. Sopra di essa, un ritratto di Händel, in fluente parrucca, sorrideva dall'alto allo spettatore, con l'aria di reputarsi all'altezza del contenuto della credenza, e con un nonsoché nello sguardo che sembrava tradir l'intenzione del musicista di combinar tutte le sue armonie in un'unica deliziosa toccata e fuga. Non era una comune credenza dal volgare sportello che s'aprisse tutt'assieme sui cardini, senza lasciar nulla da scoprire per gradi, no: quella rara credenza aveva una serratura al mezzo, ove due pannelli scorrevoli si congiungevano, perpendicolari; e l'uno calava giù, e l'altro saliva su. Il pannello superiore, nel venir tirato giù (lasciando l'altro scomparto doppiamente sbarrato, nel mistero) rivelava profondi scaffali gremiti di vasetti di sottaceti, barattoli di marmellata, scatole di latta, teche di spezie, e recipiente gradevolmente esotici, bianchi ed azzurri, profumati ricettacolo di conserve al tamarindo e allo zenzero. Ogni benevolo abitante di quel chiostro aveva il proprio nome iscritto sul ventre. I sottaceti, nelle loro uniformi dal pastrano marrone a doppiopetto, con fregi gialli o di colore scuro, si presentavan con il loro nome a lettere maiuscole, in stampatello, come Cetrioli, Cipolle, Cavoli, Broccoli, Carote, Misticanza, ed altri membri della nobile famiglia degli ortaggi. Le marmellate, essendo di temperamento meno mascolino, ed indossando crestine di carta, si annunciavano, in femminil calligrafia, come un tenue sussurro, quali Fragole, Pesche, Albicocche, Prugne, Susine, Mele e Mirtilli. Chiudendosi il sipario su queste tentatrici, e salendo il pannello inferiore, venivan rivelate melarance, insieme ad una scatola di zucchero, laccata, onde temprare la loro acerbità, se poco mature. Biscotti casarecci facevan corte a quelle Potenze, accompagnate da un grosso frammento di focaccia farcita, e da svariati cialdoni detti dita-di-dame, da immergersi nel vin dolce e baciarsi. Più in basso ancora, un ripostiglio foderato di piombo dava ricetto al vin santo e a vari cordiali, e da esso provenivano bisbigli di Arancia di Siviglia, Limone, Mandorla e Semi di Comino. Aveva l'aria, quella regina delle credenze, di aver udito per secoli l'eco delle campane e dell'organo della Cattedrale, un'eco come di ronzanti api, finché quelle venerande pecchie avevan trasformato in miele sublime tutto ciò che essa conteneva nel suo seno; e si osservava sempre che chiunque si immergesse fra quegli scaffali (profondi, come si è notato, da inghiottire testa, spalle e gomiti) ne ritornava fuori con ridente sembiante, come se avesse subito una zuccherosa trasformazione.
postato da: bucciadimela alle ore febbraio 03, 2008 20:56 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 21 gennaio 2008

LA PIOGGIA PRIMA CHE CADA - di Jonathan Coe
(praticamente, una stroncatura)

la pioggia

Non mi è piaciuto, tuttavia lo ho letto fino in fondo.
Lo ho letto fino in fondo perché mi sentivo in dovere di capire il motivo per il quale non mi piace Coe in generale, il motivo per cui tempo fa avevo abbandonato dopo qualche decina di pagine la lettura di un altro suo romanzo, La famiglia Winshaw, indicato fra i due o tre migliori di questo autore da molti apprezzato, addirittura celebrato. Quel libro mi aveva letteralmente infastidita a causa dello stile contorto e della scarsa limpidezza della trama, tanto da decidere di escludere questo autore da successivi programmi di lettura. Decisione recentemente rientrata per motivi tutto sommato superficiali: anzitutto la curiosità appunto di sondare meglio il mio iniziale rifiuto, poi senz'altro l'attrazione esercitata dal titolo - poetico ed enigmatico - e da ultimo l'opportunità di leggere un libro che forse non mi sarebbe piaciuto senza rischiare di pentirmi di averlo acquistato, avendolo preso in prestito dalla biblioteca comunale. E' rimasto nelle mie mani tre giorni, il tempo di leggerlo con attenzione, poi lo ho riportato più che volentieri sul suo scaffale, dove probabilmente procurerà a qualche altro lettore maggiore soddisfazione.
Ma torno a ripetere, invertendo i termini: lo ho letto fino in fondo, tuttavia non mi è piaciuto.
E non mi è piaciuto probabilmente anche perché tra la sensibilità dell'autore e la mia di lettrice non ho avvertito nemmeno questa volta alcun punto di contatto, né dal punto di vista stilistico né da quello del contenuto narrativo. Non c'è stata interazione, non c'è stato feeling, non c'è stato coinvolgimento. La vicenda si lascia leggere, devo ammetterlo, così come ammetto che Coe non è un bluff ma sa indubbiamente scrivere, però un giudizio tecnico e non solo emotivo non può ignorare che la storia è greve come una telenovela strappalacrime, e come una telenovela è forzata fino a una ridicola inverosimiglianza.
L'obiettivo sembra quello di sconcertare e commuovere soprattutto il pubblico femminile, quello cui il libro appare naturalmente e preferibilmente dedicato dal momento che narra di una cronologia tutta al femminile: la concatenazione delle vite di tre generazioni di donne osservata, analizzata e rivissuta da altre donne, il tutto all'interno di una sola e ramificata famiglia inglese lungo il corso di alcuni decenni del novecento. Ma l'obiettivo di sconcertare e commuovere è tra i più banali, se poi viene perseguito grazie a certe insistenti forzature tragiche che, proprio perché irrealistiche, risultano al contrario quantomai prevedibili, e quindi deludenti per il lettore meno sprovveduto. Il libro appare un polpettone tenacemente malinconico, infarcito com'è di ingredienti di risaputo effetto come la presenza di una fanciulla cieca, il tema dell'omosessualità femminile, quello dell'adozione di minori sottratti alla podestà di genitori indegni, perfino la cronaca in diretta di un suicidio. Ingredienti eccessivi, estremi e quindi complessivamente ingenui.
All'inizio mi aveva fatto ben sperare la trovata - se non originalissima, almeno accattivante - di un filo conduttore rappresentato dalla descrizione di una serie di vecchie fotografie di famiglia, ognuna delle quali introduce la rievocazione di una tappa significativa nell'intera saga e ne connota l'ambientazione nello spazio, nel tempo e nei costumi di una società. Peccato che questo artificio ben presto perda la sua efficacia soffocato sotto pagine di tediosissime descrizioni di paesaggi e di dettagli che, seppure funzionali al fatto che il racconto è rivolto alla fanciulla cieca di cui sopra, non colgono tuttavia l'obiettivo di far vedere e far vivere davvero i soggetti, gli oggetti e gli ambienti fotografati: tutto resta piuttosto estraneo, lontano, incomprensibile e scarsamente condivisibile, come accade con ciò che, per quanto si sforzi, non ha un'anima sincera da mostrare. Descrizioni diligenti, persino ossessive, e tuttavia o proprio per questo fredde, affettate, vacue come cartelloni pubblicitari.
L'unico merito che riconoscerei a Coe è quello di aver cercato di interpretare l'animo femminile costruendo una vicenda e uno scenario dominati quasi esclusivamente da donne, delle quali ha voluto narrare - direi calcando un po' troppo la mano, come se a scrivere fosse stata una signora depressa dalla menopausa - a quali abissi di complessità e paranoia possano giungere le conseguenze di problemi affettivi sorti nell'infanzia e mai sufficientemente compresi. Intuendo quale impegno sia richiesto da parte di uno scrittore per immedesimarsi credibilmente nell'altro sesso, ci si capacita di come Coe, nel perseguire il suo scopo, sia caduto in qualche stereotipo di troppo; un po' meno di come non abbia mai pensato di attingere, dalla invidiabile tradizione britannica, un po' di quello humour inglese che ha caratterizzato al meglio tante altre opere di suoi connazionali e che avrebbe evitato anche a lui lo scadimento nello psicodramma mediocre, gratuito e déjà-vu.
Complessivamente dunque un libro scritto bene ma incapace di affascinare; un libro che, per la pretesa di contenere troppe verità, non ne esprime nessuna di convincente; un libro che costa poco leggere se non altro per potersi poi dire aggiornati sulle novità editoriali di cui bene o male si parla, ma che consiglierei preferibilmente a un pubblico di pretese modeste e incline ai sentimenti forti, purché rassegnato a una certa pazienza davanti alle tante lungaggini descrittive.
postato da: bucciadimela alle ore gennaio 21, 2008 09:59 | Permalink | commenti (3)
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