martedì, 03 novembre 2009

intestazione_blog2

 

Nel blog che ho aperto qualche tempo fa per la Biblioteca Comunale dove lavoro come volontaria (vedi post precedente), si vanno aggiungendo argomenti e spunti che forse meritano un minimo di pubblicità. Voglio dire, si parla ovunque di temi fondamentali come il Grande Fratello, ma nel nostro piccolo non rischiamo certo di rubare spazio a notizie di così capitale importanza segnalando che, a tempo perso, ci si può anche distrarre dal logorio della vita moderna con una breve sosta per il caffè in compagnia dei nostri articoli, che parlano di libri, di librerie, di grandi autori, del nostro comune amore per la lettura.
Vi segnalo tra gli altri  
il post di Irene su una pittoresca libreria di Parigi, la splendida poesia di Borges sul significato della Biblioteca come memoria del mondo, e oggi in home page la commemorazione di Alda Merini. Ma andando un po' indietro troverete dell'altro: considerazioni sui vari aspetti del libro e sui criteri che ci ispirano a sceglierlo, recensioni e confessioni di lettori, piccole segnalazioni varie.
E siccome molto altro bolle in pentola, vi invito a tenerci d'occhio anche in seguito: non so se riusciremo a stupirvi, ma ci stiamo provando.

postato da: bucciadimela alle ore novembre 03, 2009 10:20 | Permalink | commenti
categoria:non sparate sul pianista
domenica, 06 settembre 2009

Un nuovo arrivato

Lo so, è vero, sono in colpa per la mia lunga latitanza, ma ho i miei motivi, e non tutti ahimé sono simpatici.
Uno però lo è, è un buon motivo, lui sì simpatico, un motivo che mi impegna quasi tutto il tempo libero e che mi sta fornendo gratificazioni in crescendo: da diversi mesi frequento tutti i pomeriggi una biblioteca comunale attivissima prestando servizio volontario, vale a dire mettendo a disposizione del pubblico (che è miracolosamente numeroso, con cifre da record) le conoscenze che mi vengono da una lunga e intensa esperienza di lettrice.
La biblioteca è situata a Limena, una cittadina degli immediati dintorni di Padova; lasciatevi alle spalle la zona industriale, girate a sinistra lungo la larga via dove il mercoledì si tiene il mercato, proseguite fino in fondo, in quel tratto che termina a fondo cieco ed è ombreggiato da alti pioppi. A destra vedrete l'edificio della scuola media e la fontanella; a sinistra si apre un vasto giardino pubblico frequentatissimo; di fronte a voi troverete il cancello che vi farà entrare nei locali della biblioteca. Non potete sbagliare.
E casomai guardate qui, sul sito da poco rinnovato e ancora in via di ottimizzazione.
In questi giorni, la Biblioteca di Limena, già la prima del territorio a essersi dotata, cinque anni fa, di una NewsLetter, se ne esce - complice, e ne sono orgogliosa, il mio zampino - con un Blog dal titolo un po' presuntuosetto Babele decifrata, che vorrebbe porsi come strumento aggiuntivo di dialogo con e fra i suoi utenti. Le speranze della sua riuscita sono tante, tante quanto i dubbi sulla sua accoglienza, ma sapendo che l'importante è partire e poi tenere duro vi segnalo questo piccolo evento invitandovi a curiosare e, se interessa, a partecipare. I temi sono tutti quelli pertinenti il mondo dei libri, e chiunque potrà aiutare il Blog commentando quelli proposti e suggerendone di nuovi.

Venite a trovare me e i miei amici qui:

button-blog

postato da: bucciadimela alle ore settembre 06, 2009 07:29 | Permalink | commenti (3)
categoria:bucciadimela bibliotecaria
domenica, 08 marzo 2009

Le donne

 Sargent_uscita di chiesa

Le donne ficcano le tazzine della colazione nella lavastoviglie, si tirano una riga di rimmel sugli occhi attenti, si specchiano il rossetto nel retrovisore, rovistano un cellulare in borsa e mandano sms ai semafori.
Aprono porte con sorrisi seri e gambe decise, accavallano collant nerofumo sotto le scrivanie, appoggiano piccoli stretti occhiali in fondo al naso, giocano con le dita e i braccialetti.
Portano a casa sacchetti di lattine e insalata, stappano le bottiglie con cautela poi fanno scorrere molta acqua fredda sulle mani e ci mettono su un cerotto.
Raddrizzano i quadri e gli angoli del copriletto, e intanto gli si smaglia una calza e camminano a piedi nudi.
Accarezzano irresistibili oggetti di poco conto e fiori quasi aperti, ma con la punta delle dita come sanno fare loro.
Si riscaldano con una tazza in mano appoggiate al termosifone e aspettano pensando vago.
Con le amiche si raccontano bugie molto belle da inventare e da ascoltare, storie di uomini che le hanno lasciate e di molti altri venuti dopo. Si baciano con le guance, si tengono sotto braccio se piove, si aspettano davanti alle vetrine, poi non sempre entrano.
Con i bambini stanno attente, vorrebbero toccarli e prenderli in braccio, ma le madri non sono d’accordo perché poi piangono.
Comprano giornali da buttare sul sedile posteriore e più avanti nel cestino, sospirando di noia, ed esosi gioielli falsi agli ambulanti perché hanno un senso materno da esprimere, e come sovrapprezzo un sorriso di amicizia.
Inciampano in tacchi da sera con bocche splendenti per far contento chi le guarda, che si ricordi di loro per un attimo, anche se molto in là nel tempo.
Mentono innocenti o sviano le parole, ansiose di non far troppo male se non vengono comprese.
Ingoiano di nascosto pasticche per dormire o per dimagrire, vergognandosi un po’ di essere fatte così, diverse da quegli uomini che le vorrebbero diverse.
A quelli, agli uomini che attraversano le loro strade piene di sole e di voglie aggrovigliate, promettono di mantenere promesse non loro, e ci mettono il cuore; poi cade una stella e gli scivola di mano un piatto da asciugare e raccolgono cocci dimenticando di desiderare.
 
Gli uomini guardano come camminano e non sanno dove vanno. O gli contano gli anni negli occhi e poi si chiedono se c’è tempo. Oppure non vedono niente e si infilano in un bar a bere qualcosa da soli.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 08, 2009 19:08 | Permalink | commenti (5)
categoria:ritratti
domenica, 21 dicembre 2008

MAIL 6

(ps: Buon Natale!)

 cristalli1

22 dicembre

E' successa una cosa straordinaria, dovresti venire fin qui a vederla.
Stamattina presto, in mezzo alla piazza. Una pietra enorme, o un cristallo.
Nessuno sa di dove viene, ma è dal cielo, di sicuro. Enorme, ti dico. L'hanno trovata lì piantata sul sagrato, dava qualche luccichio qua e là, e ad andarci vicino forse mandava anche un ronzio musicale, ma molto sommesso.
Tutti a girarci intorno con gli occhi increduli e golosi, perché pareva una montagna di gelato, un ghiacciolo gigante, no, meglio: una granita spaziale.
E i bambini han provato a leccarla, ed era dolce e asprigna, come di panna e limone.
Il parroco stava lì impiantato con le guance tra le mani, e allibiva senza darsi pace.
Il farmacista è corso fuori con un piattino e un coltello da cucina per tagliarne un pezzetto, poi tornando verso la bottega ne ha assaggiato un po' con la bocca stretta.
Il maresciallo voleva far allontanare i paesani, ma era curioso anche lui e alla fine si è tolto i guanti e l'ha toccata dimostrando grande coraggio.
Io mi sono messa lì da parte con le mani in tasca e guardavo la luce farsi colori mentre le passava attraverso.
Poi è arrivato il Conte, il Conte in persona, con la palandrana muffita che tiene in casa, e dietro a lui le sue mogli sempre litigiose e i loro molti e mocciosi bambini. Una processione di sussiegosi straccioni, con i cani e le serve e anche le oche, scappate dal cortile del castello.
C'era tutto il paese, anche la vedova Augustina che dopo la baruffa con le nuore non usciva più; anche il matto con la bici, che oggi non è nemmeno andato in giro, ma è rimasto qua tutto il giorno. Ha fatto la guardia, capisci, perché adesso il Sindaco ha chiamato quelli di città che vengano a dire cosa va fatto, chi deve occuparsene, di questa roccia celeste.
Sarebbe bello, non trovi? che ce la lasciassero qui, in custodia a noi del posto: perché se arrivano i tecnici sono sicura che la fanno a pezzi e la portano via, in qualche laboratorio o in qualche museo.

Perché non fai un salto a vederla, prima che ce la rubino?
Ma presto, domani. Subito.

ps:
Mi rendo conto che non so neanche dove abiti, né il tuo nome.
Che non so quasi nulla di te.
E che è per questo che scriverti non mi annoia mai.
postato da: bucciadimela alle ore dicembre 21, 2008 13:22 | Permalink | commenti (4)
categoria:mail
mercoledì, 26 novembre 2008

MAIL 5

 vento2

26 novembre   
 
Ieri, sapessi - era metà pomeriggio, il giorno cominciava a cadere - si è levato un gran vento d’improvviso, un vento come qui non c’è mai, un vento costiero. Ho dovuto fermare le imposte che sbattevano: tonfi allarmanti, e quel fischio sordo, quel ruggito che si infilava giù dal camino. Mi avvinghiava le spalle. Sapessi. Fuori c’era un sole che ormai si abbassava, ma più pulito che mai, e una nuvola piccola, una sola e rosa, un cencio strappato che si smembrava appeso alla punta del campanile. Il cielo pareva essersi fatto più vasto, più aperto: un cielo smisurato, sopra queste quattro case di paese. E tutte quelle foglie secche che volavano come uccelli disorientati, e i gatti euforici a rincorrerle, a tuffarsi nei vortici scompigliando tutto, gli occhi attenti e sbarrati. Ho sentito mamme richiamare i figli e porte che sbattevano per chiudere fuori l’inverno e i raffreddori; la vicina, l’ho vista ritirare in gran fretta i vasi coi ciclamini dal davanzale perché non cadessero, poi abbassare anche le persiane per sbarrarsi dentro al sicuro. Come se fuori si fosse scatenato, non so, un nemico malvagio, un nemico feroce. Il Male.
E invece era solo vento.
Per la strada ha fatto volare via con sé panni stesi approssimativamente e cartacce. Volavano tovaglie e calzini e grembiuli di scuola, e volavano cartocci vuoti di castagne e stagnola di caramelle, e biglietti di autobus e cinema e scontrini del droghiere e note della spesa, e i memo coi numeri di telefono dei figli, delle madri, degli amanti, e la brutta copia dei compiti di scuola e i disegni del concorso parrocchiale e le promesse del sindaco e quelle degli innamorati bugiardi, e perfino bollette della luce, cambiali, contratti, dichiarazioni di fallimenti, minacce anonime, auguri di compleanno e ingiurie.
E mentre sui marciapiedi e nei cortili e sulle terrazze e in mezzo perfino ai nudi campi invernali la gente vagava dispersa, sospinta dalle violente folate - capelli in subbuglio, sciarpe come fruste, giubbotti gonfi in decollo, lacrime aspre dagli occhi e un peso sul petto da non poter respirare - ecco che il matto - il matto del paese, il dolce innocente stordito custode delle nostre amnesie tutte, lui che quando ci perdiamo non si perde mai, ma c’è, c’è sempre, lui, il matto scalzo e solitario, sì, lui – ecco che arriva dal suo chissàdove (un fienile, un fosso, la tana di un animale selvatico, nessuno lo sa) e percorre la strada giusto nel suo mezzo, la strada dove ora non passano più le macchine, i carri, i trattori ma solo viaggiano allo sbando e volteggiano e stridono i brindelli delle nostre trascurate vite, a pezzi, morsi, frammenti e cocci, e lui, lui e nessun altro, con gesti veloci e mirati li acchiappa tutti, uno dopo l’altro, strappandoli al vento da tutte le direzioni senza farsene sfuggire nemmeno uno. Li prende lui, e orfani li consola fra quelle mani brune, e sono santini del catechismo, orari dei treni, pubblicità di artigiani, tagliandi di lotterie e pesche di beneficenza, ricette di farmacia, la tesi di uno studente, le pagine di un registro di classe, ricevute del Monte di Pietà, programmi di concerti e sapienti conferenze, biglietti di aerei e pullman e viaggi organizzati in Perù, buoni sconto del supermercato, e gli appunti di un giornalista, il romanzo di un fallito, il rimario di un poeta senza idee, e i bozzetti di un pittore, i progetti di un architetto, gli schizzi di una stilista, e l’arringa di un avvocato e perfino la domanda di grazia di un assassino.
Molti fogli, volavano. Molti, anche miei. Le lettere che ho scritto a te e mai spedito; parole strappate che gridavano nel vento, ciascuna da sola, sradicata dalle altre, non più significante né utile. Anche quelle ha raccolto, il matto gentile del paese, e mi è parso che le accarezzasse. Ha ripulito la strada e le siepi dove le cartacce si erano impigliate, e poi è sparito oltre l’incrocio che dà sui campi, portandosi via tra le braccia anche quel vento di burrasca che ci aveva tutti sconvolti così tanto, e quando è sceso il sole è venuta una sera lucente e tersissima, con sapore di sentieri alpestri e un profondo e musicale silenzio. Contro l’indaco dell’orizzonte si sono levati lievi i fumi dei comignoli e alle finestre sono apparsi i caldi bagliori della cena, come fosse una vigilia di festa, o la vigilia di un tempo migliore.
 
Che sia freddo e sereno, questo inverno che viene.
postato da: bucciadimela alle ore novembre 26, 2008 20:56 | Permalink | commenti (3)
categoria:mail
sabato, 22 novembre 2008

MAIL 4

 Vassileva_Reminiscence

22 novembre

Per la Madonna della Salute c'è sagra qua in paese: tre giorni di bandierine sui cancelli e odori rustici e densi sospesi sulle vie, dai banchi della piazza dove si porgono fette di torta di polenta, di zucca, di frutta secca.
Sono venuti gli zingari con due giostrine di latta scrostata e musiche vecchie di qualche anno fa; la regina mi ha portato a rivedere la sua asma e poi ha voluto predirmi il futuro, e non c'è stato verso, ci è riuscita. Io, sai, avevo ritirato la mano, ma lei dice che me l'ha letto negli occhi.
La sera, mentre i ragazzi dei paesi incrociano con i motorini dietro le transenne, vedo la luce blu del televisore acceso dentro la roulotte, e intanto fuori uno stenditoio di panni rossi e viola si irrigidisce al freddo acuto delle prime nebbie.
Domenica è uscito un sole grigio giusto per la processione, poi hanno fatto un gran pranzo sotto il tendone degli scouts e poi ancora, verso sera, castagne e tombola, e si vinceva una bici da cross. Alle cinque il parroco si è affacciato spazientito perché alle funzioni non arrivava nessuno.

[...]

Fa sempre più buio. Tra poco ormai è Natale.

postato da: bucciadimela alle ore novembre 22, 2008 15:43 | Permalink | commenti (1)
categoria:mail
domenica, 28 settembre 2008

RACCOLTA INDIFFERENZIATA

guernica-picasso-1

Da qualche giorno abbiamo un problema, un problema grosso, di quelli che non si vorrebbe mai affrontare ma è impossibile ignorare. Perché è qui, sotto i nostri occhi, e ingombra parecchio. Anche fisicamente. Un bell'ingombro, quel cumulo di calcinacci in mezzo al pavimento della stanza dove mangiamo dormiamo viviamo tutti quanti, e intorno non ha ancora finito di depositarsi polvere, anzi ne piove giù ogni tanto qualche nuovo sbuffo dalla falla slabbrata che si è aperta nel soffitto.
Per spostarci da un punto all'altro dobbiamo girarci attorno o scalarlo e ridiscenderlo, e questo ci ha fatti tutti grigiastri e polverosi come fantasmi. Fantasmi stanchi e senza voglia. Nessuno di noi fantasmi ha voglia di dare una ripulita, di cominciare a spalare. Stiamo lì a guardarlo con malessere, con odio. Eppure si sapeva che l'assito aveva i suoi anni, e che per tutti i suoi anni siamo saliti – ognuno almeno una volta al giorno – in quella soffitta asfissiata a scaricarci i nostri pesi. A svuotare le tasche.
Dai e dai, i pesi pesano, e i passi passano e pesano anche quelli.
Il pavimento cigolava da un po', ma noi niente, testa sotto come struzzi, e avanti a trasportare di sopra pezzi dei nostri meccanismi usurati, ruggine e cocci, rifiuti e scarti irrecuperati, carta ferraglia stracci spaghi sfilacciati e cenere, tanto che la porta a un certo punto si è incastrata con uno stridio definitivo e abbiamo cominciato a lasciar giù rottami anche sulla soglia, poi sul ballatoio e negli ultimi tempi perfino sui gradini più alti.
Per forza una settimana fa – o più o meno o comunque non ci ricordiamo bene quando – per forza è venuto giù tutto, il soffitto. Era marcio, fradicio, divorato. Non teneva più. Si è sfondato come un sacco di carta bagnata, con un tonfo che aveva un rumore flaccido e una lunga eco metallica.
Così adesso le macerie che avevamo nascosto di sopra in anni di pellegrinaggi quotidiani sono tornate giù tra noi tutte in una volta, piombandoci in mezzo alla vita in una nuvola cieca di polvere e carbone, e se non ci diamo – se qualcuno non si decide a darsi – una mossa, le avremo davanti agli occhi, 'ste macerie, per chissà quanto tempo o per sempre.
E soprattutto vorrei sapere dove metteremo le prossime che già ci stanno sfondando le tasche, e quelle che premono, nuove ogni giorno, dietro la porta.

postato da: bucciadimela alle ore settembre 28, 2008 22:33 | Permalink | commenti (7)
categoria:racconti
giovedì, 18 settembre 2008

MAIL 3

 settembre

21 settembre

Ti volevo raccontare dei grilli che verso sera si impigliano nelle erbe secche del prato, ma poi me ne sono dimenticata perché dalle finestre aperte sul buio non li ho sentiti cantare. Forse perché l'erba di questa furiosa estate è già fieno.
Invece poi stamattina presto mi sono ritrovata a scaldarmi le mani attorno a una tazza di caffè mentre dividevo il cielo in fasce dai colori netti - erano malva e indaco - basse su un orizzonte giallo-uovo che si sfocava all'indietro, e intanto sui fili andavano e venivano uccelli in prove d'addio.
C'era un'aria (anche lì da te?) obliqua e costante che traversava le tende e le spingeva, senza gonfiarle.
Questo cielo, qui da me, sembra di neve stanca, quando è quasi fanghiglia e spegne i riflessi. E poi il rimpianto, perché il vento stamani non ha più odori, e allora mi viene da pensare che l'estate, proprio oggi, finisce, e che il senso della sua fine è nel vedere sedie impilate sul bordo di una piscina, e foglie alla deriva.

[...]

La valigia, sì, è sul letto, e la roba sparsa dappertutto. Vedrò di farci stare il molto superfluo che mi impedirà di dimenticare, anche se sai che torno presto. Ma ho già visto altre volte che quando si torna le cose  sono già cambiate, e noi non eravamo qui e non ci possiamo fare più nulla.
Se hai notato, basta il giro di una notte per ritrovarti all'angolo di un altro universo, dove le spalle nude rabbrividiscono spalancando le imposte e non ti capita più, infilando gli zoccoli del giardino, che ne esca guizzando una lucertola.

[...]

Mentre sono via leggerò.
Se anche lì pioverà, leggerò di più.
Al mio ritorno ti racconto.

postato da: bucciadimela alle ore settembre 18, 2008 07:49 | Permalink | commenti (1)
categoria:mail
lunedì, 01 settembre 2008

INTERNO NEBBIA
(racconto lungo)

G.Fattori_ritratto_moglie_1894_rid

Più tardi, nella notte, la nebbia si sarebbe infittita a muro, ma a quell'ora di fine pomeriggio era ancora una filigrana di goccioline perlacee che la luce dei fanali accendeva e sfumava, e ne rimandava alle finestre una luminosità con qualcosa di morbido e dorato.
Ciò nonostante, verso le sei una donna silenziosa entrò nella stanza e si diresse al balcone per chiudere le imposte.
Caterina, dalla poltrona dove da ore stava leggendo alla luce di un abat-jour, la fermò:
"No, cosa fai?"
"C'è la nebbia - spiegò l'altra, interdetta. Era una donna di poche parole e pochi pensieri; le si poteva sospettare, dentro, un mondo come hanno tutti, ma il suo doveva essere come accatastato in stanze segrete, in uno scantinato semivuoto e trascurato, e di quel mondo il riflesso non le raggiungeva lo sguardo né si lasciava intuire. Caterina si spazientiva ogni volta davanti a quel deserto. Ribadì:
"E allora? La nebbia mica entra. Lascia aperto, per carità".
L'altra, forse memore di istruzioni ricevute in altro momento, difese goffamente la propria intenzione:
"Ma entra il freddo".
"Ma quale freddo, quale freddo - Caterina lasciò cadere il libro in grembo e assunse una posizione più eretta per controbattere - qua in casa si crepa di caldo con quei termosifoni sempre al massimo. Non so cos'è questa mania del freddo, degli spifferi: io non sento freddo, e sì che sono sempre ferma e seduta, mica come te che giri e fai... Il freddo, poi; perché c'è questo luogo comune che i vecchi hanno sempre freddo non è detto che lo abbia anche io, io non ne ho, cosa vuoi che ti dica, si vede che sarò una vecchia diversa, sbagliata, anomala ecco".
La piccola sfuriata le faceva bene, la scuoteva dal languore del lungo pomeriggio di letture solitarie.
"Quindi insomma Dorina - riprese più conciliante - per favore lascia tutto com'è. Che entri ancora un po' di luce dei lampioni, e i rumori della strada. Mi fanno compagnia".
Un po' le dispiacevano, adesso, i modi bruschi con cui aveva respinto le ragionevoli attenzioni della badante; le dispiaceva sempre, ma solo dopo aver ceduto ai nervi, dare delusioni a qualcuno, e in particolare a persone rispetto a lei socialmente svantaggiate, in una posizione di subalternità economica o psicologica, come Dorina, come tutte le altre domestiche prima di lei, come pure a volte i negozianti o gli operai o qualunque estraneo che in qualche modo si fosse presentato a lei come sottoposto o questuante. Dopo l'arrabbiatura, subitanea nel montare e altrettanto fulminea nello sgonfiarsi, il cambio di registro era immediato e spiazzante e consisteva nel dedicare al maltrattato blandizie e contropartite per ripristinare il tran tran, ridimensionare le rispettive colpe, scongiurare soprattutto le crisi al buio che erano poi la cosa che nella vita più di ogni altra aveva sempre fermamente evitato. Quello che desiderava, a questa età più che mai, era semplicemente mantenere un buon accordo con tutti, e se non un buon accordo almeno un accordo decente, sufficiente.
"Un po' di umanità in tutte le cose - ricordò a se stessa, prima di tornare a rivolgersi, con l'intento di riavvicinarla a sé, a una Dorina spenta e confusa.
"Senti per esempio, questo adesso è il campaniletto dei frati che batte le sei. Più puntuale della pendola di là. Mi piace sentirlo. E tra un po' si sentirà la saracinesca del droghiere all'angolo che chiude alle sette di sera. Se non ho questi punti di riferimento, tante volte perdo perfino la cognizione del tempo".
Chissà se Dorina conosceva il significato di termini come "punti di riferimento" o "cognizione del tempo"; dopo anni di frequentazione quotidiana, e di recente anche notturna, Caterina aveva l'impressione che il suo livello di interpretazione e di espressione linguistica non avesse fatto alcun progresso; il suo lessico sembrava attestato su un repertorio minimo vitale, spesso addirittura sostituito da brevi mormorii inarticolati o semplici cenni del capo a riprova di un'indole non solo poco brillante ma anche tendenzialmente taciturna.
Scrollò le spalle e riprese, in tono piano:
"Ecco per esempio, nella casa in cui sono nata vivevamo così isolati che di notte non si sentiva nessun rumore. Ti svegliavi, e tutt'intorno sentivi solo quel silenzio, una cosa densa, una cosa minacciosa. Ti svegliavi proprio per quel silenzio, per quell'assenza totale di rumori, di vita, di realtà. Pareva di stare in mezzo al mare. Anzi no, il mare il suo rumore lo fa; diciamo in cima a una montagna, o dentro una caverna. Fuori dal mondo. Intorno non c'erano chiese né negozi, non passavano auto. Era una vecchia casa nobile in fondo a una strada tutta di case nobili anche quelle, ma ormai in malora. Alcune ancora abitate da vecchi rimasti soli, impoveriti; altre ormai abbandonate del tutto, messe in vendita ma rimaste lì a finire di sbreccarsi senza aver mai interessato nessuno. Un quartiere decaduto, che la città aveva rigettato e voleva dimenticare. Era una casa molto, molto grande. E molto vecchia. Soffitti così alti che ingoiavano i ritratti degli avoli e rimandavano echi. Mio padre l'aveva avuta in eredità insieme a una decrepita servente che in quella famiglia aveva passato tutta la vita, era stata di tutto: lavapiatti, balia, lavandaia, economa. Ad un certo momento mia madre ravvisò in lei i germi della demenza senile, e nei muri della casa dei nidi di termiti e altri invasori, così si liberarono di tutto in blocco, con destinazione ospizio per la vecchia e agenzia immobiliare per la casa".
Si interruppe, calò gli occhiali sul naso e formulò un doveroso inciso, rivolgendosi a un pubblico assente ma tuttavia non imprecisato:
"A proposito di demenza senile, immagino (per non dire che lo so benissimo) che da anni andiate spiando tutti i miei gesti alla ricerca di stranezze che vi autorizzino a una diagnosi di Alzheimer, ma sono piuttosto sicura che al momento dovrete accontentarvi di definire la mia una semplice, fisiologica, banalissima arteriosclerosi senile, e anche questa - come dimostrano i fatti - abbastanza opinabile e semmai in forma lieve, dal momento che sono tuttora perfettamente in grado di - per esempio - tenermi aggiornata su tutto quello che mi succede intorno e nel mondo, di partecipare a modo mio a una più che soddisfacente vita sociale, di andare regolarmente a votare con cognizione di causa - se non proprio con convinzione, che di questi tempi sarebbe chiedere troppo a chiunque - e perfino e soprattutto di gestire in modo del tutto autonomo quel patrimonio di famiglia sul quale fate tanto (e legittimo, d'accordo) conto per il futuro, per il dopo-me".
Come previsto, il sermone non suscitò alcun effetto visibile nel viso chiuso della badante, che non vedeva il motivo di sentirsi inclusa in quel voi e ora aveva preso ad aggirarsi in silenzio tra i mobili e gli oggetti in un riordino superfluo e fantomatico.

"I miei cercarono una sistemazione più comoda, più dentro la civiltà, quella dei condomini con tanto di atrio a vetri e ascensore e portierato. Così andammo a stare in un appartamentone da gran signori, da attori del cinema: smisurato, con terrazza rovente tutt'intorno e servetta con crestina sommamente inefficiente paragonata all'altra, sebbene molto più decorativa. Anzi, solo quello. Lì in compenso di rumori se ne sentivano anche troppi. Di continuo. Quella di sopra era una povera pazza che suonava il piano; di sotto stava un piccolo diplomatico sudamericano che litigava ogni notte in spagnolo con la moglie e la serva. Faceva scenate di gelosia a entrambe. Lo sapevano tutti che il loro era un ménage à trois, se sai cosa voglio dire".
Ma Dorina ascoltava sempre qualunque tipo di discorso senza mutare espressione né manifestare curiosità. Anche quella volta fu impossibile, a Caterina, sapere se l'altra avesse capito. Fa niente, si disse come sempre si diceva, fa niente se non capisce, fa niente se non le interessa. E' pagata anche per questo, per stare qua mentre io parlo da sola. Potrei dirle di tornare di là, guardarsi la televisione, leggersi un giornale per conto suo fino all'ora di cena, e io restarmene qua di nuovo in pace da sola; tanto, per la compagnia che mi fa. A volte penso di essere io a far compagnia a lei: le riempio la vita, le trovo qualcosa da fare giorno per giorno per non morire di noia.

postato da: bucciadimela alle ore settembre 01, 2008 18:13 | Permalink | commenti (5)
categoria:racconti
domenica, 17 agosto 2008

SAN TOMMASO

BOLT Io, con tutto il rispetto per gli extraterrestri, questo qui lo smonterei in officina per contargli tutti i pezzi e controllare che non gliene abbiano installato uno in più. In altre parole, lo rovescerei come un guanto per togliermi un dubbio che è e resta grande come una casa. In altre parole ancora, non ci credo tanto facilmente, e non è neanche colpa sua: è colpa di tanti altri splendidi miti finiti nella polvere quando scoperto il trucco. Non dico tutti tutti, ma almeno i primi tre classificati di ogni sport e di ogni gara ufficiale, sempre e ovunque nel mondo, si potrebbero e si dovrebbero passare al setaccio. Colpirne uno (ma sarebbero molti di più) per salvarne milioni: i milioni di nostri figli che vorremmo poter continuare ad affidare allo sport come a una scuola di impegno e lealtà.

postato da: bucciadimela alle ore agosto 17, 2008 08:09 | Permalink | commenti (1)
categoria:non sparate sul pianista