domenica, 08 marzo 2009

Le donne

 Sargent_uscita di chiesa

Le donne ficcano le tazzine della colazione nella lavastoviglie, si tirano una riga di rimmel sugli occhi attenti, si specchiano il rossetto nel retrovisore, rovistano un cellulare in borsa e mandano sms ai semafori.
Aprono porte con sorrisi seri e gambe decise, accavallano collant nerofumo sotto le scrivanie, appoggiano piccoli stretti occhiali in fondo al naso, giocano con le dita e i braccialetti.
Portano a casa sacchetti di lattine e insalata, stappano le bottiglie con cautela poi fanno scorrere molta acqua fredda sulle mani e ci mettono su un cerotto.
Raddrizzano i quadri e gli angoli del copriletto, e intanto gli si smaglia una calza e camminano a piedi nudi.
Accarezzano irresistibili oggetti di poco conto e fiori quasi aperti, ma con la punta delle dita come sanno fare loro.
Si riscaldano con una tazza in mano appoggiate al termosifone e aspettano pensando vago.
Con le amiche si raccontano bugie molto belle da inventare e da ascoltare, storie di uomini che le hanno lasciate e di molti altri venuti dopo. Si baciano con le guance, si tengono sotto braccio se piove, si aspettano davanti alle vetrine, poi non sempre entrano.
Con i bambini stanno attente, vorrebbero toccarli e prenderli in braccio, ma le madri non sono d’accordo perché poi piangono.
Comprano giornali da buttare sul sedile posteriore e più avanti nel cestino, sospirando di noia, ed esosi gioielli falsi agli ambulanti perché hanno un senso materno da esprimere, e come sovrapprezzo un sorriso di amicizia.
Inciampano in tacchi da sera con bocche splendenti per far contento chi le guarda, che si ricordi di loro per un attimo, anche se molto in là nel tempo.
Mentono innocenti o sviano le parole, ansiose di non far troppo male se non vengono comprese.
Ingoiano di nascosto pasticche per dormire o per dimagrire, vergognandosi un po’ di essere fatte così, diverse da quegli uomini che le vorrebbero diverse.
A quelli, agli uomini che attraversano le loro strade piene di sole e di voglie aggrovigliate, promettono di mantenere promesse non loro, e ci mettono il cuore; poi cade una stella e gli scivola di mano un piatto da asciugare e raccolgono cocci dimenticando di desiderare.
 
Gli uomini guardano come camminano e non sanno dove vanno. O gli contano gli anni negli occhi e poi si chiedono se c’è tempo. Oppure non vedono niente e si infilano in un bar a bere qualcosa da soli.
postato da: bucciadimela alle ore marzo 08, 2009 19:08 | Permalink | commenti (4)
categoria:ritratti
domenica, 21 dicembre 2008

MAIL 6

(ps: Buon Natale!)

 cristalli1

22 dicembre

E' successa una cosa straordinaria, dovresti venire fin qui a vederla.
Stamattina presto, in mezzo alla piazza. Una pietra enorme, o un cristallo.
Nessuno sa di dove viene, ma è dal cielo, di sicuro. Enorme, ti dico. L'hanno trovata lì piantata sul sagrato, dava qualche luccichio qua e là, e ad andarci vicino forse mandava anche un ronzio musicale, ma molto sommesso.
Tutti a girarci intorno con gli occhi increduli e golosi, perché pareva una montagna di gelato, un ghiacciolo gigante, no, meglio: una granita spaziale.
E i bambini han provato a leccarla, ed era dolce e asprigna, come di panna e limone.
Il parroco stava lì impiantato con le guance tra le mani, e allibiva senza darsi pace.
Il farmacista è corso fuori con un piattino e un coltello da cucina per tagliarne un pezzetto, poi tornando verso la bottega ne ha assaggiato un po' con la bocca stretta.
Il maresciallo voleva far allontanare i paesani, ma era curioso anche lui e alla fine si è tolto i guanti e l'ha toccata dimostrando grande coraggio.
Io mi sono messa lì da parte con le mani in tasca e guardavo la luce farsi colori mentre le passava attraverso.
Poi è arrivato il Conte, il Conte in persona, con la palandrana muffita che tiene in casa, e dietro a lui le sue mogli sempre litigiose e i loro molti e mocciosi bambini. Una processione di sussiegosi straccioni, con i cani e le serve e anche le oche, scappate dal cortile del castello.
C'era tutto il paese, anche la vedova Augustina che dopo la baruffa con le nuore non usciva più; anche il matto con la bici, che oggi non è nemmeno andato in giro, ma è rimasto qua tutto il giorno. Ha fatto la guardia, capisci, perché adesso il Sindaco ha chiamato quelli di città che vengano a dire cosa va fatto, chi deve occuparsene, di questa roccia celeste.
Sarebbe bello, non trovi? che ce la lasciassero qui, in custodia a noi del posto: perché se arrivano i tecnici sono sicura che la fanno a pezzi e la portano via, in qualche laboratorio o in qualche museo.

Perché non fai un salto a vederla, prima che ce la rubino?
Ma presto, domani. Subito.

ps:
Mi rendo conto che non so neanche dove abiti, né il tuo nome.
Che non so quasi nulla di te.
E che è per questo che scriverti non mi annoia mai.
postato da: bucciadimela alle ore dicembre 21, 2008 13:22 | Permalink | commenti (4)
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mercoledì, 26 novembre 2008

MAIL 5

 vento2

26 novembre   
 
Ieri, sapessi - era metà pomeriggio, il giorno cominciava a cadere - si è levato un gran vento d’improvviso, un vento come qui non c’è mai, un vento costiero. Ho dovuto fermare le imposte che sbattevano: tonfi allarmanti, e quel fischio sordo, quel ruggito che si infilava giù dal camino. Mi avvinghiava le spalle. Sapessi. Fuori c’era un sole che ormai si abbassava, ma più pulito che mai, e una nuvola piccola, una sola e rosa, un cencio strappato che si smembrava appeso alla punta del campanile. Il cielo pareva essersi fatto più vasto, più aperto: un cielo smisurato, sopra queste quattro case di paese. E tutte quelle foglie secche che volavano come uccelli disorientati, e i gatti euforici a rincorrerle, a tuffarsi nei vortici scompigliando tutto, gli occhi attenti e sbarrati. Ho sentito mamme richiamare i figli e porte che sbattevano per chiudere fuori l’inverno e i raffreddori; la vicina, l’ho vista ritirare in gran fretta i vasi coi ciclamini dal davanzale perché non cadessero, poi abbassare anche le persiane per sbarrarsi dentro al sicuro. Come se fuori si fosse scatenato, non so, un nemico malvagio, un nemico feroce. Il Male.
E invece era solo vento.
Per la strada ha fatto volare via con sé panni stesi approssimativamente e cartacce. Volavano tovaglie e calzini e grembiuli di scuola, e volavano cartocci vuoti di castagne e stagnola di caramelle, e biglietti di autobus e cinema e scontrini del droghiere e note della spesa, e i memo coi numeri di telefono dei figli, delle madri, degli amanti, e la brutta copia dei compiti di scuola e i disegni del concorso parrocchiale e le promesse del sindaco e quelle degli innamorati bugiardi, e perfino bollette della luce, cambiali, contratti, dichiarazioni di fallimenti, minacce anonime, auguri di compleanno e ingiurie.
E mentre sui marciapiedi e nei cortili e sulle terrazze e in mezzo perfino ai nudi campi invernali la gente vagava dispersa, sospinta dalle violente folate - capelli in subbuglio, sciarpe come fruste, giubbotti gonfi in decollo, lacrime aspre dagli occhi e un peso sul petto da non poter respirare - ecco che il matto - il matto del paese, il dolce innocente stordito custode delle nostre amnesie tutte, lui che quando ci perdiamo non si perde mai, ma c’è, c’è sempre, lui, il matto scalzo e solitario, sì, lui – ecco che arriva dal suo chissàdove (un fienile, un fosso, la tana di un animale selvatico, nessuno lo sa) e percorre la strada giusto nel suo mezzo, la strada dove ora non passano più le macchine, i carri, i trattori ma solo viaggiano allo sbando e volteggiano e stridono i brindelli delle nostre trascurate vite, a pezzi, morsi, frammenti e cocci, e lui, lui e nessun altro, con gesti veloci e mirati li acchiappa tutti, uno dopo l’altro, strappandoli al vento da tutte le direzioni senza farsene sfuggire nemmeno uno. Li prende lui, e orfani li consola fra quelle mani brune, e sono santini del catechismo, orari dei treni, pubblicità di artigiani, tagliandi di lotterie e pesche di beneficenza, ricette di farmacia, la tesi di uno studente, le pagine di un registro di classe, ricevute del Monte di Pietà, programmi di concerti e sapienti conferenze, biglietti di aerei e pullman e viaggi organizzati in Perù, buoni sconto del supermercato, e gli appunti di un giornalista, il romanzo di un fallito, il rimario di un poeta senza idee, e i bozzetti di un pittore, i progetti di un architetto, gli schizzi di una stilista, e l’arringa di un avvocato e perfino la domanda di grazia di un assassino.
Molti fogli, volavano. Molti, anche miei. Le lettere che ho scritto a te e mai spedito; parole strappate che gridavano nel vento, ciascuna da sola, sradicata dalle altre, non più significante né utile. Anche quelle ha raccolto, il matto gentile del paese, e mi è parso che le accarezzasse. Ha ripulito la strada e le siepi dove le cartacce si erano impigliate, e poi è sparito oltre l’incrocio che dà sui campi, portandosi via tra le braccia anche quel vento di burrasca che ci aveva tutti sconvolti così tanto, e quando è sceso il sole è venuta una sera lucente e tersissima, con sapore di sentieri alpestri e un profondo e musicale silenzio. Contro l’indaco dell’orizzonte si sono levati lievi i fumi dei comignoli e alle finestre sono apparsi i caldi bagliori della cena, come fosse una vigilia di festa, o la vigilia di un tempo migliore.
 
Che sia freddo e sereno, questo inverno che viene.
postato da: bucciadimela alle ore novembre 26, 2008 20:56 | Permalink | commenti (3)
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sabato, 22 novembre 2008

MAIL 4

 Vassileva_Reminiscence

22 novembre

Per la Madonna della Salute c'è sagra qua in paese: tre giorni di bandierine sui cancelli e odori rustici e densi sospesi sulle vie, dai banchi della piazza dove si porgono fette di torta di polenta, di zucca, di frutta secca.
Sono venuti gli zingari con due giostrine di latta scrostata e musiche vecchie di qualche anno fa; la regina mi ha portato a rivedere la sua asma e poi ha voluto predirmi il futuro, e non c'è stato verso, ci è riuscita. Io, sai, avevo ritirato la mano, ma lei dice che me l'ha letto negli occhi.
La sera, mentre i ragazzi dei paesi incrociano con i motorini dietro le transenne, vedo la luce blu del televisore acceso dentro la roulotte, e intanto fuori uno stenditoio di panni rossi e viola si irrigidisce al freddo acuto delle prime nebbie.
Domenica è uscito un sole grigio giusto per la processione, poi hanno fatto un gran pranzo sotto il tendone degli scouts e poi ancora, verso sera, castagne e tombola, e si vinceva una bici da cross. Alle cinque il parroco si è affacciato spazientito perché alle funzioni non arrivava nessuno.

[...]

Fa sempre più buio. Tra poco ormai è Natale.

postato da: bucciadimela alle ore novembre 22, 2008 15:43 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 28 settembre 2008

RACCOLTA INDIFFERENZIATA

guernica-picasso-1

Da qualche giorno abbiamo un problema, un problema grosso, di quelli che non si vorrebbe mai affrontare ma è impossibile ignorare. Perché è qui, sotto i nostri occhi, e ingombra parecchio. Anche fisicamente. Un bell'ingombro, quel cumulo di calcinacci in mezzo al pavimento della stanza dove mangiamo dormiamo viviamo tutti quanti, e intorno non ha ancora finito di depositarsi polvere, anzi ne piove giù ogni tanto qualche nuovo sbuffo dalla falla slabbrata che si è aperta nel soffitto.
Per spostarci da un punto all'altro dobbiamo girarci attorno o scalarlo e ridiscenderlo, e questo ci ha fatti tutti grigiastri e polverosi come fantasmi. Fantasmi stanchi e senza voglia. Nessuno di noi fantasmi ha voglia di dare una ripulita, di cominciare a spalare. Stiamo lì a guardarlo con malessere, con odio. Eppure si sapeva che l'assito aveva i suoi anni, e che per tutti i suoi anni siamo saliti – ognuno almeno una volta al giorno – in quella soffitta asfissiata a scaricarci i nostri pesi. A svuotare le tasche.
Dai e dai, i pesi pesano, e i passi passano e pesano anche quelli.
Il pavimento cigolava da un po', ma noi niente, testa sotto come struzzi, e avanti a trasportare di sopra pezzi dei nostri meccanismi usurati, ruggine e cocci, rifiuti e scarti irrecuperati, carta ferraglia stracci spaghi sfilacciati e cenere, tanto che la porta a un certo punto si è incastrata con uno stridio definitivo e abbiamo cominciato a lasciar giù rottami anche sulla soglia, poi sul ballatoio e negli ultimi tempi perfino sui gradini più alti.
Per forza una settimana fa – o più o meno o comunque non ci ricordiamo bene quando – per forza è venuto giù tutto, il soffitto. Era marcio, fradicio, divorato. Non teneva più. Si è sfondato come un sacco di carta bagnata, con un tonfo che aveva un rumore flaccido e una lunga eco metallica.
Così adesso le macerie che avevamo nascosto di sopra in anni di pellegrinaggi quotidiani sono tornate giù tra noi tutte in una volta, piombandoci in mezzo alla vita in una nuvola cieca di polvere e carbone, e se non ci diamo – se qualcuno non si decide a darsi – una mossa, le avremo davanti agli occhi, 'ste macerie, per chissà quanto tempo o per sempre.
E soprattutto vorrei sapere dove metteremo le prossime che già ci stanno sfondando le tasche, e quelle che premono, nuove ogni giorno, dietro la porta.

postato da: bucciadimela alle ore settembre 28, 2008 22:33 | Permalink | commenti (7)
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giovedì, 18 settembre 2008

MAIL 3

 settembre

21 settembre

Ti volevo raccontare dei grilli che verso sera si impigliano nelle erbe secche del prato, ma poi me ne sono dimenticata perché dalle finestre aperte sul buio non li ho sentiti cantare. Forse perché l'erba di questa furiosa estate è già fieno.
Invece poi stamattina presto mi sono ritrovata a scaldarmi le mani attorno a una tazza di caffè mentre dividevo il cielo in fasce dai colori netti - erano malva e indaco - basse su un orizzonte giallo-uovo che si sfocava all'indietro, e intanto sui fili andavano e venivano uccelli in prove d'addio.
C'era un'aria (anche lì da te?) obliqua e costante che traversava le tende e le spingeva, senza gonfiarle.
Questo cielo, qui da me, sembra di neve stanca, quando è quasi fanghiglia e spegne i riflessi. E poi il rimpianto, perché il vento stamani non ha più odori, e allora mi viene da pensare che l'estate, proprio oggi, finisce, e che il senso della sua fine è nel vedere sedie impilate sul bordo di una piscina, e foglie alla deriva.

[...]

La valigia, sì, è sul letto, e la roba sparsa dappertutto. Vedrò di farci stare il molto superfluo che mi impedirà di dimenticare, anche se sai che torno presto. Ma ho già visto altre volte che quando si torna le cose  sono già cambiate, e noi non eravamo qui e non ci possiamo fare più nulla.
Se hai notato, basta il giro di una notte per ritrovarti all'angolo di un altro universo, dove le spalle nude rabbrividiscono spalancando le imposte e non ti capita più, infilando gli zoccoli del giardino, che ne esca guizzando una lucertola.

[...]

Mentre sono via leggerò.
Se anche lì pioverà, leggerò di più.
Al mio ritorno ti racconto.

postato da: bucciadimela alle ore settembre 18, 2008 07:49 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 01 settembre 2008

INTERNO NEBBIA
(racconto lungo)

G.Fattori_ritratto_moglie_1894_rid

Più tardi, nella notte, la nebbia si sarebbe infittita a muro, ma a quell'ora di fine pomeriggio era ancora una filigrana di goccioline perlacee che la luce dei fanali accendeva e sfumava, e ne rimandava alle finestre una luminosità con qualcosa di morbido e dorato.
Ciò nonostante, verso le sei una donna silenziosa entrò nella stanza e si diresse al balcone per chiudere le imposte.
Caterina, dalla poltrona dove da ore stava leggendo alla luce di un abat-jour, la fermò:
"No, cosa fai?"
"C'è la nebbia - spiegò l'altra, interdetta. Era una donna di poche parole e pochi pensieri; le si poteva sospettare, dentro, un mondo come hanno tutti, ma il suo doveva essere come accatastato in stanze segrete, in uno scantinato semivuoto e trascurato, e di quel mondo il riflesso non le raggiungeva lo sguardo né si lasciava intuire. Caterina si spazientiva ogni volta davanti a quel deserto. Ribadì:
"E allora? La nebbia mica entra. Lascia aperto, per carità".
L'altra, forse memore di istruzioni ricevute in altro momento, difese goffamente la propria intenzione:
"Ma entra il freddo".
"Ma quale freddo, quale freddo - Caterina lasciò cadere il libro in grembo e assunse una posizione più eretta per controbattere - qua in casa si crepa di caldo con quei termosifoni sempre al massimo. Non so cos'è questa mania del freddo, degli spifferi: io non sento freddo, e sì che sono sempre ferma e seduta, mica come te che giri e fai... Il freddo, poi; perché c'è questo luogo comune che i vecchi hanno sempre freddo non è detto che lo abbia anche io, io non ne ho, cosa vuoi che ti dica, si vede che sarò una vecchia diversa, sbagliata, anomala ecco".
La piccola sfuriata le faceva bene, la scuoteva dal languore del lungo pomeriggio di letture solitarie.
"Quindi insomma Dorina - riprese più conciliante - per favore lascia tutto com'è. Che entri ancora un po' di luce dei lampioni, e i rumori della strada. Mi fanno compagnia".
Un po' le dispiacevano, adesso, i modi bruschi con cui aveva respinto le ragionevoli attenzioni della badante; le dispiaceva sempre, ma solo dopo aver ceduto ai nervi, dare delusioni a qualcuno, e in particolare a persone rispetto a lei socialmente svantaggiate, in una posizione di subalternità economica o psicologica, come Dorina, come tutte le altre domestiche prima di lei, come pure a volte i negozianti o gli operai o qualunque estraneo che in qualche modo si fosse presentato a lei come sottoposto o questuante. Dopo l'arrabbiatura, subitanea nel montare e altrettanto fulminea nello sgonfiarsi, il cambio di registro era immediato e spiazzante e consisteva nel dedicare al maltrattato blandizie e contropartite per ripristinare il tran tran, ridimensionare le rispettive colpe, scongiurare soprattutto le crisi al buio che erano poi la cosa che nella vita più di ogni altra aveva sempre fermamente evitato. Quello che desiderava, a questa età più che mai, era semplicemente mantenere un buon accordo con tutti, e se non un buon accordo almeno un accordo decente, sufficiente.
"Un po' di umanità in tutte le cose - ricordò a se stessa, prima di tornare a rivolgersi, con l'intento di riavvicinarla a sé, a una Dorina spenta e confusa.
"Senti per esempio, questo adesso è il campaniletto dei frati che batte le sei. Più puntuale della pendola di là. Mi piace sentirlo. E tra un po' si sentirà la saracinesca del droghiere all'angolo che chiude alle sette di sera. Se non ho questi punti di riferimento, tante volte perdo perfino la cognizione del tempo".
Chissà se Dorina conosceva il significato di termini come "punti di riferimento" o "cognizione del tempo"; dopo anni di frequentazione quotidiana, e di recente anche notturna, Caterina aveva l'impressione che il suo livello di interpretazione e di espressione linguistica non avesse fatto alcun progresso; il suo lessico sembrava attestato su un repertorio minimo vitale, spesso addirittura sostituito da brevi mormorii inarticolati o semplici cenni del capo a riprova di un'indole non solo poco brillante ma anche tendenzialmente taciturna.
Scrollò le spalle e riprese, in tono piano:
"Ecco per esempio, nella casa in cui sono nata vivevamo così isolati che di notte non si sentiva nessun rumore. Ti svegliavi, e tutt'intorno sentivi solo quel silenzio, una cosa densa, una cosa minacciosa. Ti svegliavi proprio per quel silenzio, per quell'assenza totale di rumori, di vita, di realtà. Pareva di stare in mezzo al mare. Anzi no, il mare il suo rumore lo fa; diciamo in cima a una montagna, o dentro una caverna. Fuori dal mondo. Intorno non c'erano chiese né negozi, non passavano auto. Era una vecchia casa nobile in fondo a una strada tutta di case nobili anche quelle, ma ormai in malora. Alcune ancora abitate da vecchi rimasti soli, impoveriti; altre ormai abbandonate del tutto, messe in vendita ma rimaste lì a finire di sbreccarsi senza aver mai interessato nessuno. Un quartiere decaduto, che la città aveva rigettato e voleva dimenticare. Era una casa molto, molto grande. E molto vecchia. Soffitti così alti che ingoiavano i ritratti degli avoli e rimandavano echi. Mio padre l'aveva avuta in eredità insieme a una decrepita servente che in quella famiglia aveva passato tutta la vita, era stata di tutto: lavapiatti, balia, lavandaia, economa. Ad un certo momento mia madre ravvisò in lei i germi della demenza senile, e nei muri della casa dei nidi di termiti e altri invasori, così si liberarono di tutto in blocco, con destinazione ospizio per la vecchia e agenzia immobiliare per la casa".
Si interruppe, calò gli occhiali sul naso e formulò un doveroso inciso, rivolgendosi a un pubblico assente ma tuttavia non imprecisato:
"A proposito di demenza senile, immagino (per non dire che lo so benissimo) che da anni andiate spiando tutti i miei gesti alla ricerca di stranezze che vi autorizzino a una diagnosi di Alzheimer, ma sono piuttosto sicura che al momento dovrete accontentarvi di definire la mia una semplice, fisiologica, banalissima arteriosclerosi senile, e anche questa - come dimostrano i fatti - abbastanza opinabile e semmai in forma lieve, dal momento che sono tuttora perfettamente in grado di - per esempio - tenermi aggiornata su tutto quello che mi succede intorno e nel mondo, di partecipare a modo mio a una più che soddisfacente vita sociale, di andare regolarmente a votare con cognizione di causa - se non proprio con convinzione, che di questi tempi sarebbe chiedere troppo a chiunque - e perfino e soprattutto di gestire in modo del tutto autonomo quel patrimonio di famiglia sul quale fate tanto (e legittimo, d'accordo) conto per il futuro, per il dopo-me".
Come previsto, il sermone non suscitò alcun effetto visibile nel viso chiuso della badante, che non vedeva il motivo di sentirsi inclusa in quel voi e ora aveva preso ad aggirarsi in silenzio tra i mobili e gli oggetti in un riordino superfluo e fantomatico.

"I miei cercarono una sistemazione più comoda, più dentro la civiltà, quella dei condomini con tanto di atrio a vetri e ascensore e portierato. Così andammo a stare in un appartamentone da gran signori, da attori del cinema: smisurato, con terrazza rovente tutt'intorno e servetta con crestina sommamente inefficiente paragonata all'altra, sebbene molto più decorativa. Anzi, solo quello. Lì in compenso di rumori se ne sentivano anche troppi. Di continuo. Quella di sopra era una povera pazza che suonava il piano; di sotto stava un piccolo diplomatico sudamericano che litigava ogni notte in spagnolo con la moglie e la serva. Faceva scenate di gelosia a entrambe. Lo sapevano tutti che il loro era un ménage à trois, se sai cosa voglio dire".
Ma Dorina ascoltava sempre qualunque tipo di discorso senza mutare espressione né manifestare curiosità. Anche quella volta fu impossibile, a Caterina, sapere se l'altra avesse capito. Fa niente, si disse come sempre si diceva, fa niente se non capisce, fa niente se non le interessa. E' pagata anche per questo, per stare qua mentre io parlo da sola. Potrei dirle di tornare di là, guardarsi la televisione, leggersi un giornale per conto suo fino all'ora di cena, e io restarmene qua di nuovo in pace da sola; tanto, per la compagnia che mi fa. A volte penso di essere io a far compagnia a lei: le riempio la vita, le trovo qualcosa da fare giorno per giorno per non morire di noia.

postato da: bucciadimela alle ore settembre 01, 2008 18:13 | Permalink | commenti (5)
categoria:racconti
domenica, 17 agosto 2008

SAN TOMMASO

BOLT Io, con tutto il rispetto per gli extraterrestri, questo qui lo smonterei in officina per contargli tutti i pezzi e controllare che non gliene abbiano installato uno in più. In altre parole, lo rovescerei come un guanto per togliermi un dubbio che è e resta grande come una casa. In altre parole ancora, non ci credo tanto facilmente, e non è neanche colpa sua: è colpa di tanti altri splendidi miti finiti nella polvere quando scoperto il trucco. Non dico tutti tutti, ma almeno i primi tre classificati di ogni sport e di ogni gara ufficiale, sempre e ovunque nel mondo, si potrebbero e si dovrebbero passare al setaccio. Colpirne uno (ma sarebbero molti di più) per salvarne milioni: i milioni di nostri figli che vorremmo poter continuare ad affidare allo sport come a una scuola di impegno e lealtà.

postato da: bucciadimela alle ore agosto 17, 2008 08:09 | Permalink | commenti (1)
categoria:non sparate sul pianista
venerdì, 18 luglio 2008

dai

DIARI DA MAGDENBAD

Picasso_Ritratto-di-Olga-in-poltrona-1917

35.
Ma indubbiamente da qualche giorno c'è, nell'aria, qualcosa di nuovo e di fastidiosamente falso. Sembra di vivere a passo ridotto, tutti un po' intrappolati in una attesa priva di nome eppure densa di sussurri. La scarsità di notizie induce a sostenere una perenne finzione, con la quale si tengono a bada le domande alle quali non c'è modo di avere risposte certe; si finge che tutto vada bene come al solito, come prima, e che nessuno dia peso a qualche ritardo, qualche trascu-ratezza, qualche inadempienza.
Vediamo bene che giorno per giorno ogni cosa, dal servizio dell'albergo all'umore generale, ha perso il suo smalto; che il personale è disattento, le pulizie un po' più carenti, i menu un po' meno vari e fantasiosi; eppure ci passiamo sopra, come se facendo rilevare questi segni di decadenza rischiassimo di sentircene parte noi stessi, o di svelare la nostra apprensione, il nostro allarme, e dar corpo a quelle che vorremmo tanto fossero solo ombre passeggere.

Tuttavia non tutti sanno dominare dignitosamente il nervosismo; le Ottermann, ovviamente, non fanno alcuno sforzo per mascherare il loro disappunto, anzi i molteplici motivi dello stesso, iniziati quando gli ufficiali sono stati consegnati nella guarnigione e hanno perciò interrotto bruscamente la girandola di visite, inviti e corteggiamenti danzanti che sembravano rappresentare per le esuberanti sorelle il vero scopo del loro soggiorno. All'inizio della settimana avevano tentato di partire, ma a modo loro, di furia e senza programmare, convocando una carrozza e poi rimandandola in malo modo dopo aver constatato che era insufficiente a trasportare tutti i bagagli e soprattutto che il conducente pretendeva, per i rischi del viaggio, una cifra a loro avviso offensiva. Durante l'attesa e la trattativa, ossia per mezza giornata, le casse e le cappelliere già fatte chiudere improvvidamente hanno intralciato il passo a tutti lungo i ballatoi e le scale. Ieri a cena, stizzite più che mai, hanno alzato la voce con un cameriere per una pietanza giudicata scadente, ma con tali toni ineleganti che Dimitri, alle cui spalle si svolgeva la scena, ha piantato lì le sue posate e si è alzato di scatto, allontanandosi senza nemmeno scusarsi. L'ho solo sentito sibilare tra i denti "Intollerabile!". Subito è accorso Rubin, ha preso in mano la situazione ed è riuscito a rabbonire le due capricciose clienti e a ripristinare in sala un minimo di decoro; anche io, che sono sempre stata incapace di far fronte agli scatti d'ira, mi sono imposta di terminare il pasto con gli occhi sul piatto e la gola stretta. Più tardi ho raggiunto il mio amico nel giardino, trovandolo seduto sulla panchina sotto il tiglio con accanto lo stesso Rubin intento, stavolta, a rabbonire lui in una sommessa conversazione tra uomini nella quale qualche buona tirata di pipa e alcune ironiche battute sulle nevrosi femminili hanno certamente avuto il loro peso e prodotto i loro effetti.

Stamane è toccato a me di avere una lamentela, ma ho preferito esporla con discrezione: al momento di cambiarmi per il pranzo di mezzogiorno, ho trovato la mia camera nello stesso disordine in cui la avevo lasciata uscendone la mattina. Ho informato subito Olga, che ne è rimasta assai mortificata e ha incolpato del disguido le nuove cameriere assunte da poco per la stagione; poco dopo è tornata a riferire che la manchevolezza era stata rimediata, e non ha mancato di reiterare le scuse della Casa e l'assicurazione che l'incresciosa inadempienza non si ripeterà. Ma io non posso fare a meno di sospettare che del riordino della stanza si sia occupata lei stessa.

E infine sì, c'è qualcosa che non mi torna, c'è un sospetto crescente di menzogna, la stessa forse di cui parla Gregorius; la flemma e la bonomia di Olga e Rubin anche di fronte alle sempre più frequenti lacune del servizio mi convincono sempre meno, perché in realtà non c'è nessuna nuova cameriera, nessuna faccia nuova tra il personale, e neppure sembra che ve ne sarebbe bisogno dal momento che nessun nuovo ospite è arrivato e le camere sono ancora in massima parte libere, al Nordsee come negli altri alberghi, che esibiscono troppe finestre chiuse e troppo poca animazione sulle verande. Non solo: da qualche giorno non vedo più due giovani inservienti, due ragazzi che erano addetti ai lavori più vari e umili, e ho notato che anche l'ortolano che accudiva le galline e tagliava la legna non si è più presentato al lavoro. Sono segni, tanti e non del tutto insignificanti, di un serpeggiante disordine, di una avanzante destabilizzazione.

postato da: bucciadimela alle ore luglio 18, 2008 11:25 | Permalink | commenti
categoria:diari da magdenbad
martedì, 08 luglio 2008

QUELLE SCALE
(estratto)

dipinto di J. Sargent

"Tre dozzine di uova e un'oca la più bella che avete! - ordino con voce squillante - L'oca me la mandate a casa spiumata e pulita, le uova invece me le porto via subito".
Il pollaiolo, che si atteggia a corteggiatore di tutte le donne, me le conta nel cesto con l'abilità di un giocoliere, mi fa un ironico inchino e mentre mi allontano si affretta a segnare la spesa sul conto dei Sanudo.
La mia veste nuova, ancorché dimessa, mi sta addosso benissimo: lo avverto dalla grazia con cui la sottana ondeggia poco sopra le caviglie, e se non abbasso gli occhi per ricordarne la tinta insignificante posso immaginare sia di broccato color pavone. Attraverso il mercato in un'aria smagliante come capita certe mattine qua a Venezia, quando dal cielo piove uno sfavillio da fiaba; cammino con spedita allegria, afferro ogni cosa con la vista e l'olfatto, col tatto accarezzo qualche ortaggio lucente, col palato me ne bèo approfittando di qualche assaggio offerto da venditori galanti. Mi sento viva e piena di salute.
Certo che quel bell'Alfonsino, almeno mi avesse mandato due righe. Fossi stata in lui, ne avrei scritte, di lettere, a quest'ora.
Per esempio, avrei scritto questa:
 
Mia adorata Sandrina, eccomi ad Amsterdam, dopo un lungo e svagato giro per mezza Europa con mio padre, il quale teneva a che, prima di partire per le Americhe, vedessi tutte le più grandi bellezze dei posti che sto per lasciare. Non hai idea, Sandrina mia. Ho visto di tutto. Monti e laghi e castelli e borghi, giardini di re e regine e boschi profumati, cattedrali alte fino al cielo dove monaci cantano inni antichissimi, piazze e rondò dove i popolani tengono mercati di merci favolose e le carrozze circolano tirate dai più bei cavalli. Ho assaggiato cibi sconosciuti e imparato lingue straniere. Ho visto albe nitidissime in capanne d'alta montagna e tramonti languidi sulle rive di fiumi che tagliano laboriose pianure.
Ma so per certo che il nuovo mondo che mi aspetta non mi farà rimpiangere il vecchio che lascio, e delle sue meraviglie ti racconterò ogni cosa per filo e per segno quando sarò lì. Il giorno della partenza è ormai vicinissimo: è fissata per domattina presto, e la nave che ci condurrà è ormeggiata in porto già carica di provviste e bagagli. Il capitano è stato a cena con noi poco fa, nella nostra confortevole locanda, e da lui ho appreso molti particolari sulla navigazione, che sono impaziente di verificare quando finalmente inizierà.
La nave è grande e solida, e credo che sarà uno spettacolo assistere allo spiegamento delle sue molte e vaste vele quando isseremo le ancore. Ma ne vorrò una ancora più grande e più bella, con più vele e molte bandiere, con ponti lucidi e sedili di velluto, con ogni comodità e ornamento per te, quando tornerò, più presto di quel che tu non creda, a Venezia a prenderti per farti mia sposa. Sarà la nave di una regina quella che allestirò per il nostro viaggio.
Ora giurami che mi aspetterai, e io ti giuro che riguarderò la mia salute e schiverò ogni pericolo perché tu non debba mai temere per me o attendermi invano.
Affiderò questa lettera al padrone della locanda, confidando che la inoltri subito e che possa attraversare tutta l'Europa veloce e sicura per raggiungerti, insieme ai miei baci, prima che tu ti spazientisca.
Il tuo per sempre
N.H. Alfonsino da Molina
Amsterdam, 5 marzo 1759
 
E più avanti, ma non molto, avrei scritto - mettiamo - quest'altra:
 
Mia bellissima, non è trascorso nemmeno un anno e già i miei progetti si sono compiuti. Sono diventato molto ricco, enormemente ricco, e ora sono pronto a depositare nelle tue mani i miei tesori, il mio futuro. Questo paese, tu sapessi Sandrina, è un paradiso terrestre. La sabbia dei fiumi - fiumi maestosi - è oro finissimo, che ti resta sulla pelle quando risali dopo una nuotata; se scavi il terriccio anche solo con le dita, ne estrai pietre preziose; sterminate piantagioni danno frutti gonfi di succo, e qualunque varietà di seme attecchisce e germoglia in tempi e dimensioni prodigiose. Dormo in un letto a baldacchino, faccio colazione su un terrazzo grande come un salone; possiedo cavalli, cani, pavoni e tortore; i piccoli indios mi allietano suonando il flauto e la celesta con perizia sorprendente; nei miei possedimenti do lavoro a centinaia di contadini, mandriani, operai, e nulla faccio loro mancare in compenso alla loro devota alacrità. Qui il sole splende sempre, l'inverno non esiste, non è stato nemmeno concepito per questa terra di delizia. Ogni giorno nuovo oro si aggiunge ai miei forzieri, così che in tutta la regione il mio nome e la mia famiglia sono guardati con sommo rispetto, con la reverenza che si deve a dei sovrani.
Se mi ami ancora come io amo te, tutto questo è tuo: il tempo di ordinare la nave e io sarò da te, per mantenere la promessa che mi ha portato tanta fortuna. Ti verrò a prendere e ti porterò a vivere in questo paradiso come una regina accanto al suo re..
Ma se tu per caso preferissi rimanere a Venezia, se il viaggio e la distanza ti turbassero, se temessi di soffrire qualche nostalgia oltre mare, sarò il tuo servo e consentirò con tutto il cuore a raggiungerti per non più ripartire. Considera solo quanto ti ho detto: qui è l'estate perenne, qui dormiresti ogni notte con i balconi spalancati sulle stelle e non soffriresti mai e poi mai il freddo e i geloni.
Tuo innamorato per la vita
N.H. Alfonsino da Molina
Puerto Argenteiro, 9 gennaio 1760
 
E' vero, sì, che Alfonsino ancora non mi ha scritto, ma uno di questi giorni scriverà.
postato da: bucciadimela alle ore luglio 08, 2008 07:26 | Permalink | commenti (2)
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